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Anno edizione: 2017
Anno edizione: 2014
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<p>In 8', leg. ed. con sovracc., pp.287; lievi segni d'uso alla sovrac., interno in buono stato.</p>
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Ad ogni lettura e rilettura l'opera di Carver pone al lettore il dilemma: grande autore o caso letterario creato a tavolino? Questa raccolta sembra far preferire la prima opzione. La secchezza dei dialoghi, il tono stralunato dell'io o dell'egli narrante, trasmette al lettore una nota fredda, come di calma piatta in cui qualcosa sta per succedere. Nell'edizione Mondadori letta dallo scrivente in copertina c'è un quadro di Edward Hopper, il pittore della middle-class americana forse agiata ma infelice, sempre ossessionata dalla ricaduta nella povertà e dall'impossibilità di vincere la noia e la disperazione. Carver è forse l'Hopper della letteratura, i suoi personaggi sono vitali ma terrorizzati dall'infelicità, le piccole miserie quotidiane in cui si dibattono sono metafora della fatica di vivere che non li abbandonerà fino alla fine. I racconti che compongono questa raccolta lasciano sapori diversi, se quello che dà il titolo al libro è di una bellezza che da i brividi così come quello d'apertura, il lungo e deprimente "Una cosa buona" è di una tristezza, pur con il finale ottimista, gratuita e programmatica piuttosto irritante, mentre "Briglie", con quell'ambientazione da "bordo piscina" californiana, è davvero la rappresentazione su pagina di un quadro di Hopper.
Concordo con la nota della quarta di copertina: frammenti di vita quotidiana di un'altra America, storie dolorose, a volte illuminate da inaspettati squarci di umanità. Questi racconti sono un ottimo assaggio delle qualità di questo autore "cult", però mi fermerò a questo volume. Buona lettura a tutti
Mi sono piaciuti molto lo stile asciutto dell'autore, la semplicità dei racconti, la normalità dei personaggi. Sembra di guardare dei quadretti di vita comune con qualche pennellata di colore più forte qua e là. Carver riesce a rendere particolare anche una vicenda comune come può essere una cena da amici, un viaggio in treno, l'incontro con un non vedente. Alcune scene sono esilaranti, mi viene in mente quella in cui ad una coppia viene mostrato un neonato bruttissimo, e i due si trovano nell'imbarazzo di non sapere cosa dire e come comportarsi per non ferire i genitori. La descrizione del bebè è veramente vivida e divertentissima, tanto che ho riletto il passo più e più volte per cercare di coglierne appieno l'ironia. Alcune scene sono commoventi da spezzare il cuore. L'autore riesce a far percepire il dolore che un essere umano prova in situazioni difficili, e fa sentire il lettore partecipe, vicino. Alcune scene sono geniali. Sia per i pensieri che stimolano che per come sono descritte. Eppure, c'è qualcosa che mi spinge a non dare un voto altissimo a questo libro. Il fatto è che molti dei racconti non portano a nulla. Non hanno una vera e propria fine, nè una vera e propria trama all'interno. Raccontano uno scorcio di vita e finiscono senza finire veramente, senza dire troppo o troppo poco. Nel corso della lettura ho avvertito spesso la sensazione di terminare una delle storie contenute nel volume e di pensare "E allora?... Non è successo nulla di che nel racconto, non è successo nulla di che alla fine... Dove si voleva arrivare?" E' un sentimento strano, quasi di incompletezza. Probabilmente sono abituata a storie più lineari, con un inizio, uno sviluppo e un finale ben delineati, precisi. Con accadimenti nel mezzo, colpi di scena, personaggi che compiono azioni e da esse imparano. Questo libro è un po' differente, volutamente. Mi è piaciuto, ma con questi limiti. Alcuni racconti (Cattedrale, Una piccola buona cosa) sono delle gemme.
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