La cavalcata selvaggia

Carlo Grande

Anno edizione: 2004
In commercio dal: 6 maggio 2004
Pagine: 264 p., Brossura
  • EAN: 9788879286770
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Recensioni dei clienti

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    Stefano Alfonso

    17/01/2005 17:29:09

    Libro intenso ed appassionante, a tratti poetico. Pribaz è l'incarnazione della speranza, del "non mollare", del corraggio e del rispetto per la vita. Nel libro Pribaz si trova ad essere un protagonista pensante, dettando ritmi e donando atmosfere. Atmosfere che acquisiscono forma ed immagine grazie alle accurate descrizioni. Da leggere e rileggere.

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    Maria Fiorenza Verde

    21/10/2004 18:16:07

    “La cavalcata selvaggia” ha permesso di approfondire con i miei allievi contenuti storici ben documentati, presentati in un contesto di letteratura scritta e visualizzata con elementi d'alta poesia. Così alcuni commenti dei giovani lettori: -“..coinvolgente intreccio di sentimenti umani, emozioni e poesia..”-“..ci ricorda che la vita è preziosa e non bisogna mai abbandonare la speranza..”-“..l’eroismo non è l’atto singolo della persona, ma è condivisione del dolore quotidiano con i compagni..”-“..tutto ciò ne fa un romanzo di guerra e prigionia particolarmente raro..”- Il dramma di Gaspare Pribaz, uomo sensibile e coraggioso, vittima e complice di un destino che l’aveva già prescelto, rappresenta per lettori, d'ogni formazione ed età, motivo di riflessione su valori irrinunciabili, quali il rispetto per la vita, la libertà e la pace.

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    mat

    15/10/2004 13:19:03

    un libro intenso, che ti spinge dove i tuoi pensieri non immaginerebbero... e cioè nei pensieri di un uomo che, in quanto prigioniero, diviene un numero, una nullità, ma che poi recupera il suo io e si libera. il destino però è atroce.

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    Simona Margarino - Traspi.net

    21/06/2004 13:19:29

    Ci sono resti di ricordi che per qualche motivo vale la pena non sprecare: il motore di un aereo da guerra nei cieli, l'uniforme sbagliata in un campo di prigionia, l'India misteriosa dietro i cartelli "proibito", l'alcol -pure vietato- tirato fuori dal niente, la noia che fa a pezzi, il ghiaccio sentito sotto i piedi dell'Himalaya, un vento che picchia forte su lago e silenzio, la libertà di riprendersi la vita là dove si credeva perduta, persino una Cavalcata Selvaggia che lancia un anello in uno stagno e confonde le acque solo perché di montagne, neve, luna, mondo, dolore, errori non si sa mai abbastanza.

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    Carla Di Matteo

    11/06/2004 23:25:13

    Anche in questo secondo libro di C.Grande troviamo un uomo e le montagne. Però questa volta l'autore ci porta lontano e non solo perchè le montagne sono quelle dell'Himalaya, ma la sua scrittura raffinata e sensibile entra ad esplorare il mondo dei pensieri. Il protagonista pensa, ed i suoi pensieri scandiscono le atmosfere ed i ritmi della lettura. Pribaz è un uomo solo in mezzo ad una moltitudine di persone, come sempre più spesso capita a tanti di noi e questo, unito alla poesia del pudore dei suoi sentimenti, sono, per me,il motivo dominante del libro. Lo stile narrativo alterna efficacemente le atmosfere rarefatte dei pensieri a quelle potenti, pure e grandiose delle vette incombenti dell'Himalaya. Ho trovato le prime tre pagine le più belle in assoluto: nitide, essenziali e intense, da rileggere più volte, soprattutto alla fine del racconto

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Mario Rigoni Stern su "La cavalcata selvaggia", giugno 2004.
"Negli anni del dopoguerra un amico padovano che nel 1941, in Nord Africa, era stato fatto prigioniero dagli inglesi, mi raccontava della sua lunga prigionia nei campi dell'India. Erano stati davvero lunghi quegli anni, molto di più dei miei venti mesi nel lager; anche perché nei casi della vita il tempo non ha i valori del calendario.
Mi raccontava del deserto libico, di marce, di sete, del viaggio nella stiva di una vecchia nave nel caldo dell'equatore. Anche delle montagne altissime e bianche che vedeva tra i reticolati dopo il passaggio dei monsoni. Quei monti sognati, per valli misteriose li raggiunse nella primavera del 1945.
Ora che non c'è più questi racconti me li riporta il libro di Carlo Grande: La cavalcata selvaggia. Ho ritrovato quel loro tempo, il tempo dei nostri prigionieri lontani un mondo da casa, con le loro delusioni, le povere speranze, i dubbi. E l'oblio anche, quell'oblio nella sofferenza non straziante che i monsoni impastavano nell'anima con il fango e l'umidità, che solo un fugace sorriso di donna o il compassionevole sguardo di un vecchio indiano poteva attenuare.
Ma anche le montagne, le montagne immense e lontane, bianche. Un sogno di libertà che, finita la guerra con l'esplosione delle due atomiche sul Giappone, i prigionieri italiani, a piccoli gruppi, raggiunsero camminando per l'ignoto.
Il sogno della libertà, di Ulisse. Un libro da leggere, oggi, anche per capire la condizione umana."