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Aldo Zargani

Editore: Il Mulino
Collana: Intersezioni
Anno edizione: 1997
Pagine: 196 p.
  • EAN: 9788815062604

recensione di Cavaglion, A., L'Indice 1998, n. 3

Zargani è uno scrittore che ha esordito tardi, ma rappresenta oggi, meglio di chiunque altro, la "giovane" letteratura ebraico-italiana, il solo, forse, in grado di rinnovarla. Nel panorama troppo affollato di Narcisi soddisfatti di sé che negli anni posteriori alla morte di Primo Levi ha popolato e popola l'editoria ebraica, Zargani è una certezza, alla quale il lettore potrà tranquillamente aggrapparsi se vorrà vedere chiaro taluni problemi non semplici all'ebraismo contemporaneo a vario titolo connessi.
Il suo primo libro, "Per violino solo" (Il Mulino, 1995; cfr. L'"Indice", 1995, n. 9), lo ha imposto all'attenzione di un vasto pubblico e ha reso possibile la scoperta di un talento narrativo a lungo compresso e infine esploso. Il primo libro, che questo giornale fu tra i primi a discutere, ha faticato a decollare, ma adesso viaggia con sicurezza tra un pubblico sempre più vasto e anche all'estero ottiene meritati riconoscimenti. Va dunque seguito con attenzione Zargani; questa sua seconda fatica va analizzata con cura, anche per capire che cosa l'autore ci prepari in futuro, adesso che il ciclo autobiografico si può dire concluso.
Zargani sta tentando per conto suo, senza maestri, di costruirsi un'idea di scrittura, diciamo pure uno stile. In mezzo a tanta memorialistica certamente di buon livello, ma solo di rado capace di offrire uno stile narrativo alto, Zargani, che pur su una scena affollata come questa può sembrare quello che una volta si definiva "un mattatore", in verità rivendica il diritto-dovere di combinare insieme testimonianza e creatività, insomma di assurgere alla letteratura. I suoi sono libri che lasciano un'impronta, si leggeranno e rileggeranno ancora per molto tempo.
Subito uno potrebbe immaginare una rilassatezza, un senso di distensione della prosa rispetto alle impuntature quasi da spartito musicale di "Per violino solo": uno svago, una bagatella, dopo gli incubi della guerra e dei mesi della paura. Sarebbe però sbagliato considerare "Certe promesse d'amore" come "La tregua "di Zargani.
Lo s'è detto: Zargani ama sperimentare, ma non è tipo da andare a una scuola, sia pur nobile, o di scegliersi "un" maestro, quale che esso sia, sul quale porsi a cavalcioni. Non ama salire sulle spalle altrui. Zargani porta su di sé il peso (e l'orgoglio) dell'ebraismo "povero", che si è fatto da sé, che sente ronzare nelle orecchie le maldicenze dell'alta società ebraica delle matronesse e della beneficenza fasulla, serba un remoto rancore, sì di classe, "vieux style", per l'aristocrazia dei ceti benestanti. Fa da sé Zargani, ama cucinare con disinvolta anarchia ingredienti indigesti che sotto la sua mano sicura diventano prelibatezze e mettono a posto lo stomaco: dolci, "zucche barucche", strudel, stufati, assaporati con gusto e descritti con l'acquolina in bocca da chi non ha dimenticato il tempo delle vacche magre.
Qui, per esempio, Zargani ha provato a intersecare l'elegia di un amore finito male, forse anche sbagliato, con lo slancio politico di una dura battaglia contro l'odierno integralismo ebraico. I due filoni lungo i quali scorre la trama di un libro dimidiato (forse più di quanto il suo autore intendesse fare) talora s'annodano armonicamente, talora un po' meno. "Per violino solo" aveva una compattezza che a questo libro difetta un po'. La compresenza di due registri narrativi così differenti - un amore triestino che ha colori quasi stilnovistici e una battaglia politica di impressionante concretezza - alla fine determina un solo risultato: lasciare andare a briglie sciolte un cavallo focoso sempre sul punto di imbizzarrire. Quel cavallo che s'imbizzarrisce è lo Zargani che baroccheggia su se medesimo, un alter ego assillante, che ogni tanto prende in mano la situazione e spesso finisce con il soffocare lo Zargani migliore, quello che si trattiene, che lavora di lima e con umiltà e leggerezza sa ironizzare su di sé.
Come già nel primo libro, tutto si gioca sul dialogo padri-figli. Nella città dell'Anonimo triestino e del "Segreto" non poteva essere diversamente (Dlilah ha qualche vaga somiglianza con la Bianca di Giorgio Voghera, ma Zargani, più carnalmente estroverso e meno scettico di Voghera, guarda con una certa speranza al futuro, anche se ci descrive il ceto impiegatizio della Olivetti degli anni cinquanta con una velenosità che è seconda soltanto alla nota crudeltà con cui Voghera ci ha descritto, in pagine non meno memorabili, l'universo delle Assicurazioni Generali). Qui il rapporto con il padre ha una sola scena maestosa, che è quella della morte del genitore, modellata, si può dire senza tema di sbagliare, sull'agonia del padre di Zeno Cosini, scena che già aveva influenzato Levi in una pagina famosa di "I sommersi e i salvati".
Il problema è che il padre "vero", in questo secondo libro, non è più il tenero e ingenuo musicista che avevamo conosciuto in "Per violino solo"; il padre vero è offuscato dall'imponente personalità mitteleuropea del padre per così dire "finto", adottivo, il dottor Giula Széchenyi, ungherese come il vecchio padre di Ettore Schmitz. Anche il dottor Giula ha procreato uno Zeno in rivolta contro il Padre, tant'è vero che è in procinto di partire per la Palestina; ma soprattutto il dottor Giula è padre della bellissima Dlilah, l'adorata Dlilah Beatrice, croce e delizia del sognatore Aldino, inetto e svagato come Cosini, ma poi neppure troppo, abbastanza saggio da vedere le contraddizioni del padre-antagonista e della figliola succube di lui. Il dialogo con questo padre amato-odiato, forse responsabile del fallimento amoroso (anche se Zargani non è disposto ad ammetterlo) è un dialogo tutto proiettato verso l'oggi. Il dottor Giula, ebreo ungherese assertore di un tardopositivismo medico, in realtà è un ebreo ortodosso avversario anche del sionismo e progenitore delle rigidezze del ritualismo ebraico attuale. Su di lui Zargani il "papuzér" (letteralmente il pantofolaio, dal triestino "papuza"; in realtà sta per ingenuo, infantile) vendica i propri errori del passato, proiettando all'indietro nel tempo le delusioni e i fallimenti dell'ebraismo contemporaneo.
Lo stratagemma narrativo è efficace, molto efficace, per misurare la grandezza di quei fallimenti. Dell'ebraismo diasporico si elencano le disfatte, del sionismo socialista si racconta come s'ascoltarono le prime scosse di un'irrefrenabile sisma, che incomincia ad apparire evidente nel 1951 in seguito al processo Slánsky', il caso giudiziario che per gli ebrei occidentali anticipa di cinque anni ciò che sarà la crisi d'Ungheria e svela i crimini staliniani aprendo gli occhi all'onestà di chi, come Zargani, capisce allora che i conti con il marxismo della giovinezza non potevano più essere gli stessi del 25 aprile 1945. Il dottor Giula non si era fatto illusioni: della burocrazia ungherese, quando si era messo a cercare un fratello inghiottito nel nulla, aveva già degustato inenarrabili asprezze.
Paradossalmente la parte più riuscita di questo libro è proprio quella politica, la "love story" in fondo è convenzionale e suona talora un po' posticcia. L'impegno politico prevale sul resto e fa di questo libro una sorta di pamphlet contro l'integralismo che in Israele ha armato l'assassino di Rabin (straordinaria la rievocazione del comizio di Tel Aviv, con cui s'apre e si chiude il libro) e in Italia sembra prevalere all'interno di molte grandi comunità che Zargani conosce assai bene. "Certe promesse d'amore" è un appassionato manifesto di un ebraismo che ripensa se stesso e per questo è, come dicevamo all'inizio, "giovane", intenzionalmente "papuzér", insofferente verso i religiosi, ma anche alla difficile e forse impossibile ricerca di un "ubi consistam." Zargani guarda avanti, guarda al nipotino cui ha dedicato il suo primo libro: la riconquista di un'identità ebraica è per lui da subordinare a un rinnovamento globale e non fittizio dell'ebraismo medesimo.
Sinceramente non credo però che l'ambizione di Zargani sia questa. Credo gli interessi assai poco di diventare il Pierre Vidal- Naquet dell'ebraismo italiano, la sua coscienza critica. Zargani è un narratore nato, costretto dalla necessità a rubare il mestiere a una saggistica in Italia straordinariamente pigra e disorganizzata, come si è visto bene in queste settimane, dalle reazioni affannose alle provocazioni contenute in un libro astuto come quello di Sergio Romano, nella cui rete sono caduti recensori anche illustri. Se i tempi fossero meno calamitosi Zargani ci tirerebbe fuori dalla sua cucina povera un dolce di tutti il più saporito, il dolce che solo lui nell'Italia ebraica di questo fine secolo può darci: un romanzo.

Recensioni dei clienti

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    claudio

    25/09/2014 20.10.45

    Ho sbagliato io l'acquisto, dopo aver letto il primo libro di Zargani. Pensavo fosse completamente diverso, raccontasse la fine di un incubo e la storia di un'Italia che si stava risollevando.

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    Maria Luisa Valeri

    30/04/2013 14.27.40

    Una bellissima storia d'amore, che si intreccia con i sogni e gli ideali di tutta una generazione di giovani Ebrei, che dopo l'immane tragedia della Shoà, vogliono costruire un mondo più giusto.

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