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Che metà basta - Giuliano Caron - copertina
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Che metà basta - Giuliano Caron - copertina
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Descrizione


Diciassette è braccato dalla vita e dalla morte e dall'amore. A tirarlo fuori da quel pozzo ci pensa la speranza di un "oltremare" dove le maledizioni della solitudine e del malamore gli daranno tregua, aprendo uno spiraglio di azzurro nel blu di prussia del cielo. Come in ogni avventura umana che si rispetti, anche Diciassette ha una donna (anzi due) da cercare e da maledire, un imbarco e tanti porti che perpetuano la speranza del dopo e dell'altrove. Di vite perse nei fossi, di andate all'inferno e ritorno. Diciassette ne ha abbastanza. Almeno ci vuole provare, tirare fuori la testa dal sacco, guardare dall'altra parte del mare. E così s'imbarca davvero...
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Dettagli

1997
20 agosto 1997
192 p.
9788879893473

Valutazioni e recensioni

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Osvaldo
Recensioni: 5/5

Accade che ci sono libri bellissimi e sconosciuti come questo. Anche se son passati alcuni anni dalla publicazione, è ancora la risposta giusta a questi ultimi anni di titubante ricambio letterario, come aveva scritto a suo tempo Mirko Bevilacqua su Panorama. Un lamento di vita, tragicomico, senza mai requie: una specie di borbottio di sfrenato dolore linguistico.

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Recensioni

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Voce della critica


recensione di Roat, F., L'Indice 1997, n.11

Il risvolto di copertina del romanzo d'esordio di Giuliano Caron c'informa che lo scrittore vicentino tra le tante attività sperimentate - disegnatore, musicista, manutentore elettrico - è stato per molti anni marinaio. Tale nota risulta illuminante non già a sottolineare la sua eclettica versatilità, ma per il parallelismo che suggerisce il confronto tra il dato biografico e l'io narrante del libro: un irrequieto marittimo alla ricerca della propria autenticità non tramite il tirocinio di eterogenee vocazioni, ma mediante un'erranza esplicita attraverso l'Atlantico, all'insegna d'un nomadismo che insieme è attratto e sfugge da ogni ancoramento.
Così l'apolide marinaio di Caron diviene il protagonista di un'odissea parodistica, che ci narra le avventure di una sorta d'Ulisse in formato minore, con tanto di Penelope (Elsa) a casa che lo aspetta e una maga Circe americana (Charlie) che l'ha ammaliato talmente da fargli scordare la rotta per Itaca fino all'ultima pagina del romanzo.
Da sempre Diciassette - questo è il nome del marittimo, non sai se scaramantico o malaugurante -, nato in una valle "oppressa dalle montagne e sposata all'agonia", è giramondo inquieto, ed è subito chiaro al lettore come Charlie sia giusto un pretesto narrativo, in quanto, per l'antieroe di quest'odissea senz'ombra di epicità, fermarsi troppo a lungo in un luogo comporta una stasi sofferta dove l'anima diviene una smisurata piaga da decubito". Sedentarietà, confessa Diciassette, è costringere senza requie il cervello a rammentare la "caparra della morte" e l'odiosa sensazione "del tempo che passava, vuoto, sulla mia impotenza senza confini".
È dunque l'incapacità a tollerare finitudine o vincoli che sospinge il marinaio sulla distesa sconfinata dell'oceano, e la speranza di trovare nell'amore - o anche nel surrogato d'un rapporto mercenario - un qualche esorcismo consolatorio contro l'ineluttabilità della morte, parola che torna con insistenza martellante nel romanzo, quasi la sua reiterata invocazione valga, se non a placarne l'angoscia, a tenerla in qualche modo sotto controllo. Una smania di fuga che si coniuga con l'altra "paura cronica": riuscire a scoprire il "trucco" della vita "solo troppo tardi, in fondo, ormai inculato secco dalla morte". Irrequietezza e atopia che paiono esprimere una medesima urgenza: la coazione a esperire sempre nuovi oggetti (o luoghi) di desiderio, miraggi nel deserto d'un nomadismo alla ricerca di senso sempre e solo altrove.
Diciassette s'imbarca quindi ancora una volta per attraversare l'Atlantico diretto in America, quel Nuovo Mondo che ancor oggi non ha del tutto perduto un'aura edenica. Ma già nel salire lo "scalandrone", la nave gli appare devastata da ruggine invasiva, che erodendo il ferro di ponti e paratie rammenta il tarlo di inquietudine nell'animo del nostro marinaio. Davvero in quel bastimento all'insegna della nevrosi, che l'io narrante paragona a una "fortezza creata apposta per i matti", il viaggio, l'andar per mare, è poi fine a se stesso e non conosce altra meta, in quanto essa è inscritta nell'errare medesimo.
Ma se di giorno si naviga attraverso lo spazio, la notte si percorre il tempo a ritroso e appaiono i fantasmi della memoria, che Caron evoca in pagine suggestive come quelle, da antologia, sui nonni e sulla balia. Pure notevoli sono le descrizioni delle libere uscite dei marinai, tra bevute, donnine e ancoraggi alla terra ferma di un'osteria che per un'ora diviene casa, famiglia, focolare accogliente. Altrettanto riusciti, sebbene un poco bozzettistici, gli intermezzi sulle mangiate pantagrueliche del protagonista, incalzato da una fame atavica, legata al desiderio di un'insaziabile pienezza esistenziale da opporre al "presentimento della Morte".
Infine l'approdo su una costa messicana un po' da cartolina e l'incontro (l'unico non postribolare) con una Nausicaa del posto (Alma), prima del ritorno in Italia, ormai svanito il sogno americano.
Una storia marinara feroce - avverte il risvolto di copertina -, la quale risulterebbe greve e forse un po' troppo ossessiva per il clima tanatofobico che la pervade, se non la redimessero l'ironia straniante d'una scrittura ilarotragica davvero godibilissima e un registro colloquiale che consente agevolmente al lettore di apprezzare il gustoso pastiche linguistico creato da Caron, in un amalgama di gergo marinaresco, lingua, dialetto e auliche ricercatezze.

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