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Renzo Guolo

Editore: Laterza
Collana: Anticorpi
Anno edizione: 2011
Pagine: 160 p. , Brossura
  • EAN: 9788842095958
Chi impugna la Croce di Renzo Guolo è, come dice il sottotitolo, una ricerca su Lega e chiesa. Si tratta, più che di una ricerca sociologica in senso stretto, di un esame delle relazioni tra Lega e chiesa cattolica, colte attraverso atti e dichiarazioni di esponenti di entrambe le parti.
La Lega ha incominciato la propria gestazione nel profondo mutamento della struttura economica dell'Italia in corso negli anni ottanta. Il nuovo movimento nasceva dall'idea che esistesse una "questione settentrionale", perché non era più possibile spostare risorse dal Nord al Sud, per sostenere un'emigrazione controllata verso le zone industriali. A questo processo si accompagnava l'indebolimento della presa della Democrazia cristiana sulle province settentrionali, nelle quali il partito cattolico appariva come il sostenitore di un vasto apparato pubblico centralizzato. La Lega si presentava come la formazione politica capace di subentrare alla Democrazia cristiana, conquistando il favore delle campagne e delle province. In parte prodotto della crisi della Democrazia cristiana, ne fu anche, in parte, uno dei fattori; e questa circostanza alimentò l'illusione di alcuni politici che essa fosse una costola della sinistra.
Nata in questo modo, la Lega si trovò subito a fare i conti con la chiesa cattolica, accettando in un primo tempo la sfida rappresentata dal cattolicesimo. In fondo il partito cattolico rappresentava l'unità nazionale e i suoi dirigenti provenivano da tutte le regioni italiane. Ma un fattore ulteriore di scontro era costituito dal fatto che la Lega, proprio perché si rifaceva a una cultura fortemente tradizionalistica, doveva trovare l'appiglio a qualcosa che non fosse la tradizione cui si rifaceva la chiesa. Quest'ultima aveva finito con il fare dello stato italiano il sostituto del vecchio stato pontificio, e per questo aveva tenuto non poco all'unità italiana: se aveva una tradizione da difendere, era appunto quella del paese cui i papi avevano sempre mostrato un particolare interesse. La Lega si inventò così una tradizione religiosa precristiana di tipo celtico, che cercò di rinnovare con riti e cerimonie piuttosto bislacchi.
Questo orientamento non è durato molto, perché la Lega poteva trovare dentro la chiesa cattolica un filone tradizionalistico cui agganciarsi. Il Concilio vaticano II generò indirettamente il movimento scismatico di Lefebvre, che respingeva tutte le innovazioni conciliari. Nel conservatorismo dei lefebvriani la Lega sembrò trovare un'alternativa alla chiesa ufficiale, nel momento in cui, oltre a neutralizzare molte delle innovazioni del concilio, questa perseguiva, con Giovanni Paolo II, l'inserimento nella grande politica internazionale, lasciando alle conferenze episcopali le politiche religiose nazionali. La fine della Democrazia cristiana lasciava sulle spalle dei vescovi italiani la responsabilità di trattare direttamente con le formazioni politiche, senza la mediazione di un partito formalmente non confessionale. Sotto la guida del cardinal Ruini la conferenza episcopale promuoveva intese implicite con lo schieramento di centrodestra, costituito dal partito di Berlusconi e dalla Lega.
Non era soltanto opportunismo occasionale. Il liberalismo e la democrazia diretta e plebiscitaria, che Berlusconi sbandierava secondo la formula cara alla destra europea e americana, si richiamava a tradizioni o a modi di pensare correnti, più che all'estensione delle libertà dei cittadini. E chi meglio della chiesa cattolica poteva offrire una cultura tradizionalistica ben radicata, che assicurava anche una certa continuità con il conservatorismo della prima repubblica? A conti fatti, anche la Lega si acconciò a questa soluzione, mettendo da parte le ridicole fantasie celtiche, ma anche il più concreto aggancio con Lefebvre. A facilitare le cose giungeva anche il papato di Benedetto XVI, che accoglieva i lefebvriani. Più che attraverso la Lega, i rapporti tra chiesa e destra passavano ora per la coalizione di cui la Lega era una parte. Tuttavia, emergeva un nuovo punto di frizione, che partiva dal modo di affrontare il problema dell'immigrazione. Messo da parte il secessionismo e trasformato anche il federalismo in una formula propagandistica, dopo avere assunto responsabilità di governo, la Lega ha trasformato il proprio tradizionalismo in una dura politica di contrasto all'immigrazione.
Gli esponenti nazionali della Lega hanno dovuto esprimere le proprie posizioni in proposito con una certa prudenza, ma i suoi esponenti minori e anche quelli più importanti in situazioni meno ufficiali non hanno esitato a esprimere idee chiaramente razziste e a proporre politiche brutali. I leghisti sono ricorsi spesso alle differenze religiose per sostenere l'irriducibile differenza tra le civiltà: ancora una volta la Lega ha cercato un rapporto con i cattolici, atteggiandosi a paladina del cattolicesimo nei confronti dell'islam. Era un'alleanza non del tutto inverosimile, perché anche la chiesa cattolica ha sempre guardato con interesse all'immigrazione. La comparsa di persone provenienti da mondi religiosi diversi poteva essere una minaccia per l'uniformità religiosa dei paesi cattolici, ma poteva anche rappresentare un'opportunità, sia perché sarebbero giunte persone meno secolarizzate delle genti europee, sicché il problema religioso non avrebbe più potuto essere ignorato, sia perché missioni e istituzioni ecclesiastiche avrebbero potuto compiere opera di mediazione e allargare le iniziative di assistenza, da sempre una delle funzioni più redditizie, sia sul piano ideale sia su quello economico, per la chiesa.
Guolo ha condotto un'analisi accurata delle posizioni della Lega, tenendo conto delle posizioni estreme, espresse da esponenti di provincia o anche da personaggi importanti del partito quando parlano in sedi locali. Guolo non ha debolezze per la Lega e non nasconde la sua avversione per le idee alle quali essa si ispira. Invece mostra una certa indulgenza nei confronti della cultura cattolica, soprattutto per la parte che interpreta il cristianesimo come una religione di carità. Da questo punto di vista il richiamo della Lega alla croce in nome della difesa dell'identità sarebbe un tradimento del messaggio autentico di Cristo, un tradimento di cui sarebbe complice una parte della stessa chiesa. È un'interpretazione del cattolicesimo che ha ampio corso nel dibattito politico corrente. Guolo dedica ampio spazio alla polemica dei leghisti contro quelli che essi chiamano "preti rossi" e che spesso attaccano nei modi volgari che sono loro propri. Ma non c'è dubbio che su questi aspetti "caritatevoli" del cristianesimo facciano leva i movimenti politici che cercano un'alleanza "a sinistra" con i cattolici, con i quali hanno in comune un'antimodernità costituita non da nostalgie localistiche, ma dal rifiuto del capitalismo. Giocando ora sulla difesa dell'identità cristiana ora sul rifiuto della cultura del profitto, la cultura cattolica è riuscita a cancellare dalla discussione pubblica in corso nel nostro paese i temi liberali, quelli che mettono in discussione le cose che la chiesa chiama "valori non negoziabili". Ma questi temi "alti" della politica hanno anche coperto con un complice silenzio i finanziamenti pubblici dei quali la chiesa gode, un tema che talvolta, in mezzo a tante volgarità, la Lega ha toccato. Che la croce autentica sia un simbolo di carità e di apertura è un falso storico, ma anche un'imbarazzante censura politica.
Carlo Augusto Vianoù