Categorie

Joanne Harris

Traduttore: L. Grandi
Editore: Garzanti Libri
Anno edizione: 2012
Formato: Tascabile
Pagine: 338 p. , Rilegato
  • EAN: 9788811682363


"Il vento ha spazzato via le mie paure. Faccio un cenno di saluto all'Uomo Nero nella sua torre, e il vento mi strattona allegramente la gonna. Sono fuori di me per la gioia, piena di aspettative."

Un paesino della provincia francese, popolato soprattutto da anziani; un martedì di carnevale, un momento di collettiva euforia che verrà spazzata via dopo poche ore, lasciando dietro di sé un vago senso di colpa e di disagio. Una giovane donna, vestita con abiti colorati, estrosi; al suo fianco una bambina, piena di curiosità e di allegria: sono sicuramente straniere, i loro colori, i loro sguardi impudenti e i loro atteggiamenti spregiudicati lo dimostrano. La donna decide, dopo tanti anni di vita randagia, di fermarsi proprio in quel villaggio. Perché lì e non altrove? Alla bambina piace, quel carnevale l'ha incantata, e poi che differenza fa, lì o altrove? Così viene presa in affitto una vecchia panetteria abbandonata e in pochi giorni quel luogo polveroso subisce, quasi per incanto, una trasformazione. La Céleste Praline è il nome della deliziosa pasticceria che Vianne Rocher inaugura tra la diffidenza dei paesani, la curiosità di alcuni di loro meno integrati e l'esplicita ostilità del giovane parroco, quello che fin dall'inizio Vianne considera il suo vero nemico, l'Uomo Nero della sua infanzia. Cioccolatini, biscotti, torte, pupazzetti di marzapane, aromi inebrianti e colori vivacissimi: quella pasticceria è una vera testimonianza di allegria e di vitalità, un richiamo al piacere, al più semplice e innocente dei piaceri, un invito a socializzare, a stare insieme qualche minuto o qualche ora seduti davanti ad una tazza di cioccolata fumante e aromatica, per sentire che c'è una tregua in ogni guerra, un attimo di pausa in ogni sofferenza, una via d'uscita in ogni solitudine. Tutto ciò però è destabilizzante in un luogo in cui ognuno deve giocare un ruolo ben preciso, vestire una maschera che gli è stata attribuita fin dalla nascita, costringendolo a rimanere sempre e comunque dentro i canoni della morale corrente. E così i legami di amicizia che iniziano a stringersi intorno alla pasticceria e alla sua proprietaria hanno protagonisti particolari: il vecchio professore dolce e malinconico con il suo cane malato, la moglie irrequieta e cleptomane del violento proprietario dell'unico bar del villaggio, l'irriverente ed eccentrica signora che, ormai troppo vecchia e troppo intelligente per temere il giudizio altrui, sa prendersi gioco di tutto il perbenismo che la circonda. Pregiudizi contro libertà, tristezza contro vitalità, rancore contro disponibilità: due mentalità, due culture si scontrano attraverso la vetrina accattivante della Céleste Praline.

Per Vianne, la bella straniera, la vita non è sempre stata facile: ha avuto una vita nomade al seguito di una madre stravagante e irrequieta e ora, madre lei stessa, sente il bisogno di mettere qualche radice, di creare per sé e per sua figlia dei punti di riferimento, delle sicurezze, dei rapporti stabili. Almeno per un po' di tempo... Ma la sua mente libera, il suo spirito di tolleranza e di accoglienza non le renderanno semplice la realizzazione di questo progetto. È davvero una nemica per molti benpensanti! Per il prete, ragazzo tormentato, solo e pieno di angosce antiche, è quasi il demonio. E un po' di magia, forse solo per gioco, non manca a questa giovane donna e alla sua bambina selvaggia. La magia che sa animare le cose che ci circondano, che sa esorcizzare le paure che ci tormentano, che sa legare tra loro gli uguali con fili invisibili e resistentissimi.

Le figure di Vianne e della bambina, Anouk, sono davvero ben delineate, sincere, vive, felicemente ambigue; forse più meccanica nella sua rigidità quella di Francis Reynaud, il curato, l'Uomo Nero, sempre perdente e sempre più in difficoltà davanti alla sua perturbante nemica.

Veramente intensa è la figura di Armande, la vecchia signora eccentrica, dal cuore giovane e dall'intelligenza vivissima che, grazie anche alla magica pasticciera, riesce a instaurare un rapporto affettivo col nipote, un legame che gli permette un po' di indipendenza dall'ottusa madre, quell'unica figlia di Armande da lei così diversa. Lo spirito di libertà che La Céleste Praline emana, si diffonde e crea altre vittime. Anche il matrimonio, se basato sulla violenza e sul sopruso, non rappresenta più una istituzione intoccabile e Joséphine, la cleptomane, abbandona il marito e si rifugia da Vianne. Vittima fino a quel momento, tornata libera fisicamente e psicologicamente, troverà anche un nuovo amore, un altro irregolare, rifiutato e combattuto insieme ai suoi amici nomadi dai benpensanti del paese, sostenuto e difeso solamente dalla bella pasticciera e dalla vecchia Armande.

Il romanzo si chiude con l'idea di un nuovo figlio che cresce nel grembo di Vianne (figlio suo e di una notte magica), e coll'inesauribile desiderio di ritrovare altri spazi, altri luoghi, altre avventure, reali o forse solo dell'anima e del cuore: l'essenziale è che abbiano sempre quel delizioso, inebriante profumo di cioccolato.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del romanzo:

11 FEBBRAIO
MARTEDÍ GRASSO

Siamo arrivate con il vento del carnevale. Un vento tiepido per febbraio, carico degli odori caldi delle frittelle sfrigolanti, delle salsicce e delle cialde friabili e dolci cotte alla piastra proprio sul bordo della strada, con i coriandoli che scivolano simili a nevischio da colletti e polsini e finiscono sui marciapiedi come inutile antidoto contro l'inverno. C'è un'eccitazione febbrile nella folla disposta lungo la stretta via principale, i colli che si allungano per vedere il carro fasciato di carta crespata, con i suoi nastri svolazzanti e le coccarde di cartoncino.
Anouk guarda, gli occhi spalancati, un palloncino giallo in una mano e una trombetta nell'altra, tra un cesto per la spesa e un triste cane marrone. Abbiamo visto altri carnevali, io e lei: una processione di duecentocinquanta carri decorati a Parigi, il martedì grasso dell'anno scorso, centottanta carri a New York, due dozzine di bande che marciavano a Vienna, clown sui trampoli, le Grosses Têtes con le loro teste ciondolanti di cartapesta, le majorettes con i bastoni che roteano e sfavillano. Ma a sei anni il mondo ha ancora una luce speciale. Un carro di legno, decorato alla buona con oro, crespo e scene dalle favole. Una testa di drago su uno scudo, Raperonzolo con una parrucca di lana, una sirenetta con la coda di cellophane, una casetta di pan di zenzero, tutta glassa e cartone dorato, una strega sulla porta che sventola le stravaganti unghie verdi di fronte a un gruppo di bambini silenziosi... A sei anni si possono scorgere dei particolari che già un anno dopo vanno al di là delle nostre capacità. Dietro la cartapesta, la glassa, la plastica, lei riesce ancora a vedere la vera strega, la vera magia. Alza lo sguardo verso di me, gli occhi sono brillanti, dello stesso azzurro-verde della Terra vista dallo spazio.
"Ci fermiamo? Ci fermiamo qui?". Devo ricordarle di parlare francese. "Allora? Ci fermiamo ?". Mi si aggrappa alla manica. I suoi capelli sono un groviglio di zucchero filato nel vento.
Ci penso. È un posto come un altro. Lansquenet-sous-Tannes, al massimo duecento anime, non più di un puntino sulla superstrada tra Toulouse e Bordeaux. Sbatti le palpebre ed è già passato. Una strada principale, una doppia fila di case dai colori spenti e dal tetto spiovente che si appoggiano una all'altra come a serbare un segreto, poche traverse che corrono parallele come i rebbi di una forchetta piegata. Una chiesa, intonacata di un bianco aggressivo, in una piazza di negozietti. Fattorie sparse in una landa guardinga. Frutteti, vigneti, strisce di terra cintate e schierate secondo la rigorosa discriminazione dell'agricoltura: qui mele, là kiwi, meloni, indivie sotto gli involucri di plastica nera, vigne apparentemente appassite e morte nel debole sole di febbraio, ma in attesa della trionfale resurrezione di marzo... Là dietro scorre la Tannes, piccolo affluente della Garonne, che si fa strada tra pascoli paludosi.
E la gente? Assomiglia molto a tutta quella che abbiamo conosciuto: un po' pallida forse, nell'insolita luce solare, un po' trasandata. I foulard e i berretti sono dello stesso colore dei capelli che ricoprono: marroni, neri o grigi. I volti sono segnati come le mele dell'estate scorsa, gli occhi infossati nella pelle rugosa come bilie in un vecchio impasto. Alcuni bambini, bandiere spiegate rosse, verde limone e gialle, sembrano di un'altra razza. Mentre il carro avanza pesantemente lungo la strada trainato dal vecchio trattore, una donna robusta con il volto quadrato e malinconico si stringe sulle spalle un cappotto scozzese e urla qualcosa nel semincomprensibile dialetto locale; sul carro, un Babbo Natale un po' tozzo, fuori posto tra fate, sirene e gnomi, lancia caramelle alla folla con malcelata aggressività. Un uomo anziano dai tratti sottili che indossa un cappello di feltro al posto del berretto rotondo tipico di questa regione, solleva con un educato sguardo di scusa il triste cane marrone che sta fra le mie gambe. Vedo le sue dita sottili e aggraziate muoversi nel pelo del cane; il cane uggiola; l'espressione del padrone racchiude allo stesso tempo amore, preoccupazione, senso di colpa. Nessuno ci guarda. Potremmo anche essere invisibili; i nostri vestiti rivelano che siamo straniere, di passaggio. Sono educati, davvero ben educati; nessuno ci fissa. La donna, i lunghi capelli infilati nel colletto del cappotto arancio, una lunga sciarpa di seta che svolazza al collo; la bambina con gli stivali di gomma gialli e un impermeabile azzurro-cielo. I loro colori le marchiano. I loro colori sono esotici, i loro volti - ma sono troppo pallidi o troppo scuri? -, i loro capelli le marchiano come altre, straniere, diverse in modo indefinibile. Gli abitanti di Lansquenet hanno imparato l'arte di osservare senza incrociare i tuoi occhi. Sento il loro sguardo come un respiro sulla nuca, stranamente privo di ostilità, e tuttavia freddo. Per loro siamo una curiosità, parte del carnevale, una ventata che viene da terre lontane. Sento i loro occhi su di noi mentre mi giro a comprare una galette dal venditore ambulante. La carta è calda e unta, la frittella di grano scuro è croccante agli orli, ma spessa e buona al centro. Ne rompo un pezzetto e lo do ad Anouk, pulendole il burro sciolto sul mento. Il venditore è un uomo rotondo, stempiato, con occhiali spessi, la faccia grondante per il vapore che sale dalla piastra calda. Le fa l'occhiolino. Con l'altro occhio cattura ogni dettaglio, sapendo che più tardi ci saranno domande.

Recensioni dei clienti

Ordina per
  • User Icon

    valentina

    23/02/2013 10.46.36

    Bellissimo romanzo coinvolgente,originale e frizzante...

  • User Icon

    Sara

    03/02/2013 17.00.36

    "Chocolat": un romanzo particolare, avvincente e magico, ricco anche di importanti riflessioni sulla vita, la religione, le paure e i ricordi nascosti che tutti noi portiamo nell'anima. Il tutto è contornato da un'atmosfera quasi irreale e sublime, data dall'universo goloso e dolce del cioccolato e di tutte le prelibatezze legate ad esso. I capitoli finali sono a mio avviso i migliori: ogni singola componente già citata assume maggior valore e trionfa in modo assoluto. La trasposizione cinematografica è di grande effetto e riporta in immagini concrete le migliori sfumature del romanzo scritto, dando piena vita alla splendida cioccolateria e soffermandosi un pochino di più sull'aspetto romantico dell'intera storia. Assolutamente da leggere! Dopodichè si può dare vita al tutto guardando il film.

Scrivi una recensione