Cinquant'anni di guerra fredda - Richard Crockatt - copertina

Cinquant'anni di guerra fredda

Richard Crockatt

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Traduttore: L. Cecchini
Editore: Salerno
Collana: Periscopio
Anno edizione: 1997
In commercio dal: 1 luglio 1997
Pagine: 562 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788884022134

nella classifica Bestseller di IBS Libri Storia e archeologia - Storia - Specifici eventi e argomenti - Guerra Fredda

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Cinquant'anni di guerra fredda

Richard Crockatt

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    Luigi Fantacci

    07/07/2003 14:01:03

    Si tratta probabilmente del più ampio e completo studio sul periodo della guerra fredda disponibile in lingua italiano e costituisce una fonte ricchissima di informazioni. L'attezione, però, quantunque si metta in guardia dai limiti di una interpretazione troppo bipolare, è orientata sui rapporti USA-URSS (con la Cina nel ruolo di comprimario) e si tendono a vedere tutti gli altri eventi come accessori o colaterali; del tutto trascurati sono gli sviluppi dell'Unione Europea (solo alla CED ed al suo fallimento); piuttosto ridotto è anche lo spazio dedicato ai fenomeni della decolonizzazione.

















Bongiovanni, Bruno, Cinquant'anni di guerra fredda,
Stent, Angela E., Russia and Germany Reborn. Unification, the Soviet Collapse and the New Europe, Princeton University Press, 1999
Miscamble, Wilson D., George F. Kennan and the Making of American Foreign Policy, Princeton University Press, 1992
Paterson, Thomas G. (a cura di) \ McMahon, Robert J. (a cura di) , The Origins of the Cold War, Heath, 1991
Smith, Joseph, The Cold War, Blackell, 1998
Young, John W., Cold War Europe 1945-1989. A Political History, Arnold, 1991
AA.VV., L'Histoire au jour le jour. La guerre froide 1944-1994, Le Monde éditions, 1994
Donno, Antonio, Ombre di guerra fredda. Gli Stati Uniti nel Medio Oriente durante gli anni di Eisenhower, Esi, 1998
Stueck, William, The Korean War. An International History, Princeton University Press, 1995
Azéma, Jean-Pierre \ Bédarida, Françoise, 1938-1948. Les Années de tourmente de Munich à Prague. Dictionnaire critique, Flammarion, 1995
Sheng, Michael M., Battling Western Imperialism. Mao, Stalin and the United States, Princeton University Press, 1997
Flores, Marcello, L'età del sospetto. I processi politici della guerra fredda, Il Mulino , 1995
Crockatt, Richard, Cinquant'anni di guerra fredda, Salerno, 1997
Gaddis, John Lewis, We now know. Rethinking Cold War History, Clarendon, 1997
Ball, Simon J., The Cold War. An International History 1947-1991, Arnold, 1998
Fontaine, André \ Powaski, Ronald E., Cold War. The United States and the Soviet Union 1917-1991, Oxford University Press, 1998
segnalato in rassegna bibliografica di Bongiovanni, B. L'Indice del 1999, n. 11

La guerra fredda si concluse, prima al rallentatore, e poi in modo convulsamente rapido, con un vero e proprio effetto-valanga, negli anni 1985-91, vale a dire negli anni in cui si ebbero l’impossibile perestrojka, il crepuscolo del comunismo storico e l’implosione dell’Impero esterno (1989) e dell’Impero interno (1991) dell’Urss, il che comportò il tramonto della stessa Urss e il frammentarsi, per fortuna lungo i confini artificiali (le repubbliche esistenti), dell’immenso e bicontinentale spazio russo-zarista-sovietico, uno spazio acquisito, in forma imperiale-militare a Ovest e imperiale-coloniale a Est e Sud, tra l’età di Pietro il Grande (1689-1725) e quella di Breznev (1964-1982). Se la data che appare più emotivamente simbolica, al fine di individuare il momento conclusivo della guerra fredda, risale a esattamente dieci anni fa, vale a dire a quel 9 novembre 1989 in cui le sbigottite autorità della Ddr decisero di aprire il muro a migliaia di berlinesi dell’Est che premevano verso Ovest, la data che invece, se si vuol essere più esatti sul piano storico-istituzionale, chiuse ufficialmente il più lungo dopoguerra della storia, e insieme appunto quel che restava (quasi nulla) della guerra fredda stessa, è il 3 ottobre 1990, giorno della riunificazione tedesca. Su questo punto si trova d’accordo anche Angela E. Stent, Russia and Germany Reborn. Unification, the Soviet Collapse and the New Europe (Princeton University Press, Princeton 1999, pp. 300).

Ma quando cominciò la guerra fredda? Nell’immediato dopoguerra, si tenderebbe con buone ragioni a rispondere. Magari precisando che la presa d’atto iniziale fu il discorso di Churchill, pronunciato a Fulton (Usa) il 5 marzo 1946, in cui comparve l’espressione "cortina di ferro". Va tuttavia ricordato che solo nel luglio 1947, dall’influente columnist americano Walter Lippman, con intenti critici, l’espressione "guerra fredda" fu coniata (o diffusa, secondo alcuni) in una serie di articoli per certi versi "neoisolazionistici" (The Cold War: A Study in U. S. Foreign
Policy
), pubblicati sul "New York Herald Tribune" e diventati poi un libro più volte ristampato. Obiettivo polemico erano la dottrina Truman (annunciata il 12 marzo), e la strategia del containment (contenimento), caldeggiata dall’autorevole diplomatico George Kennan onde fronteggiare e bloccare, mentre si allestiva anche il Piano Marshall (annunciato il 5 giugno), l’espansionismo sovietico. Kennan, in un articolo su "Foreign Affairs", aveva disegnato la politica estera dell’Urss come contrassegnata da una naturale aggressività. Lippman, ritenendo gli americani inadatti a una guerra di posizione, temeva invece che in questo modo si stesse giustificando di fatto l’occupazione dell’Europa orientale da parte dell’Urss e la divisione permanente del mondo in blocchi contrapposti e ideologicamente avversi l’uno all’altro, il che, a suo dire, avrebbe potuto favorire l’Urss totalitaria e sfavorire gli Stati Uniti democratici. Sul contesto si può ora con profitto leggere Wilson D. Miscamble, George F. Kennan and the Making of American Foreign Policy 1947-1950 (Princeton
University Press, Princeton 1992, pp. 416).

Il brusco e non metabolizzato concludersi nel 1989-91 della "guerra fredda" ha comunque avuto come effetto prevalente, sul terreno degli interventi storiografici e teorico-politici, e ancor più della pubblicistica corrente, l’omogeneizzarsi di tutto il quarantacinquennio 1946-91. E proprio in virtù di un unico denominatore, vale a dire dell’atletico e intrepido contrapporsi delle superpotenze senza soluzione di continuità. Il fenomeno fu subito evidente. Vennero infatti pubblicati insieme ad altri volumi consimili, i pur certamente utili The Origins of the Cold War (a cura e con introd. di Thomas G. Paterson and Robert J. McMahon, Heath, Lexington 1991, pp. 368; 3a ed. rielaborata di un testo del 1970!), Joseph Smith, The Cold War (Blackwell, Oxford 1998; 1a ed. 1989) e John W. Young, Cold War Europe 1945-1989. A Political History (Arnold, London 1991, pp. 236). Il "dopoguerra", espressione usata prima del 1990 e certo infelice dal punto di vista del lungo periodo (ma in grado di suggerire subliminalmente uno stato di latenza bellica mai veramente venuto meno), era insomma diventato – giacché l’avvenuta cesura assegnava un’uniformità totalizzante al "dopoguerra" stesso – "l’età della guerra fredda", espressione priva delle necessarie e differenzianti determinazioni interne e quindi altrettanto infelice.

Eppure, "Le Monde Diplomatique", che aveva cominciato le sue pubblicazioni nel 1954, discorreva della "guerra fredda" al passato, nei suoi primi numeri, e la articolava in due periodi ormai entrambi terminati. Il primo veniva identificato con gli anni del confronto "eurotedesco" (1947-49), avente per epicentro Berlino, ma comportante da una parte la cacciata peraltro aritmeticamente legittima dei comunisti latini dai governi di unità nazionale e dall’altra parte il "colpo di Praga" stalinista. Il secondo veniva identificato con la "fase calda" asiatica protrattasi dal 1949 al 1953, cioè dall’affermarsi della rivoluzione cinese sino alla fine della guerra di Corea. Non altrimenti si comportavano gli altri periodici, i quali, con sollievo, persino i più antisovietici, dopo la morte di Stalin, iniziavano, sulla base delle dichiarazioni delle diplomazie rivali, a utilizzare i termini "distensione" e "competizione" (poi "coesistenza") pacifica. Tra questi anche il confratello quotidiano del precedente, vale a dire "Le Monde". Si rivela così assai utile la raccolta di articoli, con annesse cronologie e un utile apparato cartografico, L’Histoire au jour le jour. La guerre froide 1944-1994 (Le Monde éditions, Paris 1994, pp. 176, FF 140). Ne viene fuori, pur incentrato sul duopolio politico e nucleare di americani e sovietici, un panorama frastagliato e complesso. Un giudizio su "Le Monde" ora s’impone. Forse nessun altro giornale risulta altrettanto utile se lo si rilegge anni o decenni dopo. Merito di una cartesiana austerità, tempestiva e insieme lucidamente asciutta, che fa sì che non venga mai trascurato alcun evento politico, o simbolico, davvero importante. Così, comunque, con il contributo del grande giornalista e storico André Fontaine, il cinquantennio 1944-1994, attraverso gli articoli di "Le Monde", viene suddiviso: la frattura (1944-1954), il disgelo (1955-1964), la coesistenza (1965-1975), la riglaciazione o comunque la ripresa, certo meno "ideologizzata" e più esplicitamente "geopolitica", del confronto ostile (1975-1984), la fine dei blocchi (1985-1994, anno, ques’ultimo, della fine dell’embargo americano in Viet Nam e della partenza da Berlino delle ultime truppe alleate). E ogni fase, d’altra parte, ha momenti interni che smentiscono l’uniformità non solo di tutto l’arco cronologico, ma della fase stessa. Nella "frattura", ad esempio, c’è la vittoria congiunta sul nazifascismo, le leggi non scritte di Yalta, il reciproco proto-containment di Potsdam, l’inizio asiatico della decolonizzazione; nel "disgelo" c’è il non-allineamento, il patto di Varsavia, Budapest 1956, l’ultranazionalistico "movimentismo" cinese – sotto vesti "comuniste" – contro India e Taiwan, l’affare dell’U-2 (1960), il dissidio e lo scisma cino-sovietico, la decolonizzazione che diventa un inarrestabile fiume in piena, il muro di Berlino, la crisi di Cuba, la defenestrazione di Chru≤∞ëv; nella "coesistenza" c’è nientemeno che la guerra vietnamita e l’umiliazione statunitense, ma anche il massacro dei comunisti in Indonesia, le guerre arabo-israeliane, la rivoluzione culturale cinese (più antisovietica che antiamericana), il secondo ed esogeno "colpo di Praga", il golpe di Santiago contro Allende; nella "riglaciazione" c’è Helsinki, il coraggioso dissenso nell’Est, i negoziati sui missili, la vittoria sandinista, lo "strappo" del Pci, l’amministrazione Carter e i diritti umani, i comunisti francesi al governo con Mitterrand senza "strappo"; nella fine dei blocchi c’è Tienanmen, la guerra del Golfo, il terrorismo islamico, la disintegrazione della Jugoslavia e la guerra "interetnica" nei Balcani.

Ci sono insomma più cose in cielo e soprattutto in terra di quante ne contenga il comodo passepartout semplificatore e unificatore noto come "guerra fredda", la quale, a differenza di quel si è "mitizzato" negli anni novanta, non è mai stata un fenomeno omogeneo. Né ha contrassegnato in ferrea continuità un così lungo periodo storico. E se nel 1954 la guerra fredda sembrava assopita, ecco che carsicamente riemergeva, nel linguaggio delle diplomazie e dei giornali, nel 1956 (Ungheria e Suez), nel 1962 (crisi di Cuba), nel 1968 (Cecoslovacchia), nel 1979 (Afghanistan). Il confronto tra i due sistemi (con relativa corsa agli armamenti nucleari) è stato certo permanente, ma puntellato di dialoghi, aperture, accordi, intese più o meno cordiali, "balle spaziali" e (da parte dell’Urss) avventate sfide economiche. Si parlava di distensione in piena guerra del Viet Nam, quando al containment era stato affiancato, da parte degli Stati Uniti, un fallimentare tentativo di roll-back. E si son corsi del resto più rischi nucleari in pochi giorni per Cuba (1962), al momento dell’apogeo del dogma trinitario incarnato da Kennedy - Chru≤∞ëv - papa Giovanni, che nel corso di tutto l’interminabile conflitto vietnamita-indocinese (1964-1975). I due sistemi, che talvolta e a posteriori la vulgata giornalistico-storiografica post-’91 ama descrivere sempre sul punto di distruggersi a vicenda, sono stati infatti, per Realpolitik atomica, ma anche e soprattutto per reciproco interesse geopolitico, complementari non meno che irriducibilmente alternativi.

Sono risultati dunque particolarmente utili, anche al fine di restituire il mondo alle sue reali e multipolari differenze nel periodo dell’indebita omogeneizzazione, alcuni studi settoriali su aspetti specifici, e su aree decisive dal punto di vista geostrategico, come quelli contenuti in Ombre di guerra fredda. Gli Stati Uniti nel Medio Oriente durante gli anni di Eisenhower (1953-1961), a cura di Antonio Donno (Esi, Napoli 1998, pp. 752, Lit 70.000). Fondamentale pare però soprattutto il volume di William Stueck, The Korean War. An International History (Princeton University Press, Princeton 1995, pp. 484), dove si ipotizza audacemente, ma con intelligenti argomentazioni e ricca documentazione, che il conflitto coreano, aprendo un nuovo fronte in Asia, allargando l’area del confronto, e fornendo un contrappeso nel Pacifico, contribuì a evitare uno scontro più distruttivo in Europa. Intanto, però, con la globalizzazione politica in atto, i paesi del Terzo Mondo facevano irruzione sulla scena planetaria, interferivano con la strategia duopolistica e rendevano il bipolarismo larghissimamente imperfetto. L’Europa, inevitabilmente, si rimpiccioliva.

Sulla guerra fredda come esito storico di un processo iniziato in precedenza, e dunque sul 1948 o il 1949 come punti d’arrivo e non di partenza, si vedano inoltre, per lo scenario soprattutto europeo, Jean-Pierre Azéma e François Bédarida, 1938-1948. Les Années de tourmente de Munich à Prague. Dictionnaire critique (Flammarion, Paris 1995, pp. 1136, FF 450), e, per lo scenario esclusivamente asiatico, Michael M. Sheng,
Battling Western Imperialism. Mao, Stalin and the United States (Princeton University Press, Princeton 1997), pp. 256. Né va dimenticato il clima politico che si respirava nel periodo dei nuovi processi staliniani a Est e della certo meno efferata, ma assai illiberale, "caccia alle streghe" maccartista, su cui si veda il bel libro di Marcello Flores, L’età del sospetto. I processi politici della guerra fredda (il Mulino, Bologna 1995, pp. 336, Lit 36.000). Nelle storie complessive la pulsione a compattare "organicamente" gli anni 1946-91 resta comunque forte. Si va tuttavia attenuando. Gli studi settoriali hanno infatti tenuto deste le differenze concrete. E l’atlante del disordine odierno, dopo il concettualmente dilettantistico ottimismo iniziale alla Fukuyama, sollecita a osservare il passato prossimo in modo più realistico. Si vedano così, per una prima e parziale inversione di tendenza, Richard Crockatt, Cinquant’anni di guerra fredda (ed. orig. 1995, trad. dall’inglese di Luca Cecchini, Salerno, Roma 1997, pp. 560, Lit 48.000), John Lewis Gaddis, We now know. Rethinking Cold War History (Clarendon, Oxford 1997, pp. 426), Simon J. Ball, The Cold War. An International History 1947-1991 (Arnold, London 1998, pp. 260); e, pur con una periodizzazione ormai datatissima, anche se ripresa dalle indimenticabili ricostruzioni di André Fontaine, Ronald E. Powaski, Cold War. The United States and the Soviet Union 1917-1991 (Oxford University Press, Oxford 1998, pp. 356).

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