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Traduttore: L. Grandi
Editore: Garzanti Libri
Anno edizione: 2010
Formato: Tascabile
Pagine: 405 p., Brossura
  • EAN: 9788811679431
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"Tagliare in quarti è facile, incidi lungo il centro, poi tagli ancora, ma questa volta avevo bisogno di ricavarne un pezzo in più, sufficientemente grande da bastare al mio scopo, ma troppo piccolo per essere notato immediatamente tra gli altri, un pezzo da far scivolare in tasca, per dopo..."

Se la lettura dei precedenti romanzi di Joanne Harris ha regalato al lettore momenti di grande leggerezza, di piacevole intima complicità, l'impatto con quest'ultimo volume della giovane scrittrice franco-inglese appare davvero diverso. È un libro drammatico, forte, che tocca e turba per la complessità e la ricchezza dei temi trattati.

La trama vede una protagonista sessantenne (che nel romanzo ha la funzione di narratrice) rievocare, con l'aiuto di uno strano album della madre, l'infanzia, la tragedia della guerra, un episodio oscuro e vergognoso di quel lontano passato e il travagliato rapporto che esisteva tra lei, i fratelli e la madre stessa.

Ritornare dopo molti anni al paese natale, ricomprare e ristrutturare la casa dell'infanzia, assumere il cognome del marito di cui era rimasta vedova così da non essere riconosciuta: bisogni irrinunciabili, di cui riuscirà a dare spiegazione a se stessa solo dopo aver ripercorso e narrato tutta la storia.

Tra le mani, mentre racconta, ha sempre il quaderno avuto come eredità della madre (unitamente ad un tartufo nero conservato in un grande barattolo): ricette, appunti, annotazioni, frasi troncate a metà e parole quasi senza senso diventano un puzzle da cui emerge, pagina dopo pagina, tassello dopo tassello, la figura di una donna per lei quasi sconosciuta, insieme alla sofferenza, all'amore e al tormento che, con forza distruttrice, la annienteranno.

Le ricette di cucina che erano state annotate su quei fogli, ora riprendono vita e diventano la chiave del successo della fattoria rimessa a nuovo che, con pochi tavoli e un gran numero di clienti, assume una fama tale da richiamare i giornalisti. Ma la ritrosia ad ogni forma di pubblicità, per paura di essere identificata e ricollegata alla lontana tragedia che viene dapprima solo accennata e poi, capitolo dopo capitolo, svelata al lettore, non difende la protagonista dall'avidità del nipote (figlio del fratello maggiore Cassis) che vorrebbe impadronirsi con propri scopi di quel vecchio quaderno. L'unica persona che ha un rapporto con Framboise (questo è il nome della protagonista) è un suo vecchio compagno di giochi, Paul, di poco maggiore di lei, innamorato fin dall'infanzia della piccola Reinette, la bella sorella di Framboise, diventata ora una povera demente rinchiusa in un istituto, senza più alcuna coscienza di sé e degli altri. Sono proprio i rapporti tra i tre fratelli, in cui ognuno svolge un ruolo ben preciso, e quelli tra loro e la madre, il primo tema portante del romanzo. I tre, orfani di padre, vivono la figura materna con la crudele incoscienza dei bambini. La durezza dei comportamenti della donna che si trova ad allevare da sola i figli e a condurre la fattoria, tormentata da violente emicranie contro le quali può combattere solo con pastiglie di morfina, viene dai bambini interpretata come disamore, tanto da renderla ai loro occhi una nemica da battere. E proprio Framboise, la prediletta, la figlia più amata (come anche dal diario emerge) troverà uno stratagemma per provocare alla madre le feroci emicranie che la costringono a letto così da avere la piena libertà di uscire: sono le arance, anche solo il loro profumo, che scatenano un dolore insopportabile alla donna, così la figlia conserva delle bucce d'arancia da mettere nel cuscino della madre quando vuole liberarsi da lei. La libertà di movimento serve alla bambina e ai suoi fratelli per intessere rapporti "di scambio" con i tedeschi: piccoli pettegolezzi sugli abitanti del villaggio in cambio di qualche regalo. Ottengono doni di poco conto però preziosi per dei bambini, così come preziose sono per i tedeschi le informazioni che ricevono da loro. Di certo non c'è nessuna consapevolezza da parte dei piccoli "informatori", così come non c'è coscienza dello stato di sofferenza in cui vive la madre.

Intervengono molti drammatici eventi fino alla tragedia che sgretolerà il nucleo familiare e bandirà la madre dal paese con l'accusa di essere responsabile dell'eccidio nazista che insanguinerà il villaggio.

Rievocare quei giorni e i sentimenti che hanno mosso gli eventi significa per Framboise anche elaborare l'angoscia che la domina e razionalizzare gli impulsi che l'hanno spinta al ritorno. La conclusione però apre a un nuovo sentimento, come a sottolineare che la vita non cancella mai del tutto la speranza. Questo intenso libro, lungo monologo della protagonista rivolto a un interlocutore che solo nel finale verrà rivelato, avvince e turba come spesso avviene quando sono dei bambini ad agire. Tanto più che questi bambini non vengono presentati dalla Harris come angeli innocenti ma, realisticamente, come inconsapevoli armi di malvagità. Così anche il rapporto tra Framboise e la madre può ricomporsi solo in età adulta, viziato com'è nell'infanzia dall'egoismo e dalla sete di libertà di una ragazzina. La violenza della guerra e la miseria da essa indotta appaiono ancora più brutali in quanto costringono ad azioni orrende le persone, stravolgono i rapporti, costruiscono mostri e distruggono il tessuto sociale.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del romanzo:

1

Quando mia madre morì, lasciò la fattoria a mio fratello Cassis, il patrimonio in cantina a mia sorella Reine-Claude, e a me, la minore, il suo album e un vaso da due litri con un unico tartufo nero del Périgord, grande come una palla da tennis, sospeso in olio di girasole che, una volta stappato, emana ancora il ricco profumo dell'umida terra del bosco. Una distribuzione piuttosto diseguale dei beni, ma in effetti Mamma era una forza della natura e concedeva i suoi favori come le pareva, senza lasciare intuire i meccanismi della sua logica stravagante.
E come ha sempre detto Cassis, io ero la sua preferita. Non che l'abbia mai dimostrato quando era viva. Per mia madre non c'era mai tempo per la benevolenza, anche se fosse stata il tipo. Non con un marito ucciso in guerra e una fattoria da mandare avanti da sola. Lungi dall'essere un conforto alla sua vedovanza, per lei eravamo un impiccio con i nostri giochi rumorosi, le lotte, i litigi. Se ci ammalavamo si occupava di noi con tenerezza riottosa, come se calcolasse il prezzo della nostra sopravvivenza, e l'amore che manifestava assumeva la forma più elementare: pentole da leccare, casseruole per la marmellata da raschiare, una manciata di fragole selvatiche raccolte dalla fila disordinata dietro l'appezzamento dell'orto e consegnate in segreto e senza sorriso in una piega del fazzoletto. Cassis era l'uomo di famiglia. E lei mostrava nei suoi confronti perfino meno dolcezza che verso noi altre. Reinette, la nostra Reginetta, faceva girare le teste già prima dell'adolescenza, e mia madre era ancora sufficientemente vanitosa da provare orgoglio per le attenzioni che riceveva. Io invece ero solo la bocca in più, non il secondo maschio che avrebbe ampliato la fattoria, e di certo non una bellezza. Ero quella che dava sempre problemi, quella in disaccordo, e dopo la morte di mio padre divenni astiosa e insolente. Magra e scura come mia madre, con le sue lunghe mani sgraziate e i piedi piatti, la bocca grande, probabilmente le ricordavo troppo se stessa, perché c'era spesso un che di tirato nella sua bocca quando mi guardava, una sorta di valutazione stoica, di fatalismo. Come se sapesse che sarei stata io, non Cassis o Reine-Claude, a tramandare il suo ricordo. Come se avesse preferito un tramite più consono. Forse fu per questo che mi lasciò l'album, allora privo di valore tranne per i pensieri e le riflessioni scribacchiate ai margini al fianco di ricette, ritagli di giornale e cure a base di erbe. Non un diario, non esattamente. Non ci sono date nell'album, né un ordine preciso. Le pagine erano inserite a caso, fogli sciolti rilegati in un secondo tempo con piccoli punti ossessivi, alcune pagine sottili come tuniche di cipolla, altre ritagliate da pezzi di cartoncino così da rientrare all'interno della sovraccoperta di cuoio consunto. Mia madre annotava gli eventi della sua vita con ricette, piatti di sua invenzione o interpretazione di vecchi cavalli di battaglia. Il cibo era la sua nostalgia, la sua festa, curarlo e prepararlo l'unico sfogo della sua creatività. La prima pagina è dedicata alla morte di mio padre - il nastro della sua Légion d'Honnoeur attaccato con uno spesso strato di colla alla carta sotto una fotografia confusa e una minuziosa ricetta di crêpes di grano nero - e trasmette una sorta di humour raccapricciante. Sotto l'immagine mia madre ha scritto a matita, in rosso: Ricorda: Raccogli i topinambur. Ah! Ah! Ah! Altre volte è più loquace, ma con molte abbreviazioni e riferimenti criptici. Riconosco alcuni degli avvenimenti cui fa cenno. Altri sono distorti per adattarsi alle necessità del momento. Altri ancora sembrano invenzioni belle e buone, bugie, cose impossibili. In molte parti ci sono passi di una scrittura minuta in una lingua che non riesco a capire. E voi spio o regalini. Oppure Cosce estero vedrò stortini. A volte una sola parola, scarabocchiata lungo la parte superiore o a margine della pagina, apparentemente a caso. Su una pagina, altalena in inchiostro blu, su un'altra gaultheria, canaglia, ninnolo in pastello arancione. Su un'altra, di nuovo quella che potrebbe essere una poesia, anche se non l'ho mai vista aprire un libro che non fosse di ricette.

Recensioni dei clienti

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  • User Icon

    Ellison

    15/04/2014 13.14.48

    Nn mi è piaciuto per niente ... Pesante !!

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    sweetbetbet

    08/03/2013 09.07.04

    dopo aver letto la saga di chocolat che non mi aveva entusiasmata granchè ho deciso di proseguire con l'autrice.che dire,secondo me è il miglior libro che ha scritto!particolare,per nulla scontato,con delle introspezioni psicologiche che fanno riflettere.mi è piaciuta l'ambientazione e quello che si può"sentire" e "vedere"leggendo..la harris è maestra nel coinvolgere i sensi. e la trama non lascia delusi,la storia resta...

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    Madame Selle 24

    24/09/2012 17.37.41

    Autore mai letto e nemmeno sentito. Ho comprato il libro perché mi ha colpito il titolo e la copertina. Un gialletto scritto bene, con stile sciolto e disinvolto. Non pesante, non scontato. Niente male per essere il suo primo romanzo. Romanzo d'esordio.

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    Marzia Bosoni

    15/06/2012 19.49.20

    Un libro insolito, che ho letto con piacere e ho regalato con convinzione. Non un capolavoro, ma ben scritto e ben strutturato. La protagonista non è la solita banale eroina brava e buona; no, è una figura realistica con un passato complesso e colmo di porte chiuse. La storia si dipana molto lentamente per permettere al lettore di viverla dall'interno, di sentirla sulla pelle, di abituarsi alla crudeltà e al dolore che segnano quasi ogni pagina. Non è un romanzo per chi cerca solo l'avventura, o il lieto fine o la giustificazione che permetta di riscattare i personaggi, ma è un racconto profondo, il racconto di una vita: non chiede di essere amato, ma solo di potersi raccontare.

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    Roberta

    30/12/2011 22.37.47

    Mi piace Joanne Harris..ho adorato "Chocolat", "Le scarpe rosse" e "Vino, patate e mele rosse", ma questo libro è veramente brutto!! La prima metà è totalmente incomprensibile e non si riesce a capire nulla della storia!! L'unica costante a fare da filo conduttore per tutto il romanzo è la cattiveria dei personaggi, a dir poco sconcertante.. Ho veramente fatto fatica ad arrivare alla fine..spero che gli altri libri della Harris non siano cosi!!!

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    vale

    02/07/2011 17.29.24

    diciamo che questo libro non mi ha entusiasmata. la storia scorre troppo lenta e che fatica arrivare alla fine. non mi è neanche piaciuta la protagonista, boise e la sua cattiveria gratuita nei confronti della madre. io lo sconsiglio

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