Città della pianura

Cormac McCarthy

Traduttore: R. Montanari
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 1999
In commercio dal: 25 maggio 1999
Pagine: 334 p.
  • EAN: 9788806150600
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Descrizione

I protagonisti di "Cavalli selvaggi" e "Oltre il confine" si incontrano in questo terzo romanzo, conclusivo della trilogia di McCarthy, e diventano amici per affrontare insieme l'ultimo atto del loro tormentato destino. Nell'autunno del 1952, John Grady Cole e Billy Parham lavorano come cowboys in un ranch del New Mexico, un territorio che presto verrà venduto all'esercito, sancendo così la fine di un'epoca e l'arrivo di tempi ostili a cavalli e cavalieri. Al di là del confine ci sono Ciudad Juarez e le altre città della pianura messicana, ed è proprio in quella direzione che i due ragazzi si muovono quando hanno qualche ora di tempo e qualche dollaro da spendere...

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Recensioni dei clienti

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    Giuseppe

    19/08/2016 15:33:38

    O Rognoni, Rognoni! Quando la finirai anche tu di ripeterci sempre la stessa frottola sulla prosa di McCarthy? Heminghway, Faulkner, il barocco di Faulkner... Non se ne può più di sentirvi. Le solite 4 frottole smerciate da un robivecchi! Sembra di leggere un manualetto di letteratura americana di quinta mano che continua stancamente a girare fra dita polvere. Quand'è che queste autorevoli recensioni saranno sospese per sempre? Città della pianura è un gran bel libro perché è un libro di McCarthy ed è meglio che lo scopriate da soli!

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    marco lenzi

    22/06/2010 11:22:43

    Una tragedia classica che scorre e riverbera i raggi di un sole indifferente, all'orizzonte di una valle arida; tragedia nella quale confluiscono le acque dei due romanzi precedenti della trilogia di Mc Carthy. Gli dei sono nascosti agli uomini, solo i cavalli sono in grado di percepirli; attraverso la vicinanza con questi animali l'eroe viene a conoscenza della propria natura e trova in sé la forza per affrontare il proprio destino. Un capolavoro

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    Maurizio Crispi

    30/10/2004 10:58:29

    I libri di McCarthy mi sono sempre piaciuti, a partire dalla "scoperta" di "Cavalli Selvaggi", indubbiamente il romanzo che ho amato maggiormente, tanto da volerlo regalare a diversi amici, forse per le sue caratteristiche di romanzo di "iniziazione". Anche in questo romanzo, è possibile rinvenire le qualità degli altri romanzi di McCarthy, anche se qui l'adolescenza è un età passata da tempo e, accanto alla vita in ambienti selvatici e impregnati di un rude fascino, vi è la rappresentazione della vita laboriosa della città e dele sue brutture. C'è il sogno che entra in contatto con la dura realtà e con l'impossibilità di mantenere l'innocenza e di portare avanti sino alle più estreme conseguenze ciò che si sogna. E' questo, secondo me, il senso dell'infelice storia d'amore tra John Grady e la prostituta sedicenne, bella e triste, del vano progetto della piccola linda casa, che dovrà accogliere la coppia di sposi, e del tragico e cupo epilogo. In tutto il racconto si dipana questo filo rosso della tragedia annunciata, come del resto è in altre opere di McCarrthy, come se agli uomini fosse impossibile vivere la purezza del sogno, di cui il mondo naturale, bellissimo ed imperturbabile, dà soltanto l'illusione. Vi è piuttosto questo continuo contrasto tra la purezza della natura e della vita "senza macchia" degli animali, di cui i cavalli costituiscono i più nobili rappresentati, e l'imperfezione degli uomini, continuamente scossa dalle passioni, dalla crudeltà e dalla violenza più efferata, di fronte a cui la natura rimane del tutto impassibile. La prosa di McCarthy è lenta e misurata, precisa sin quasi all'eccesso, nella minuziosa descrizione delle azioni e degli oggetti quotidiani. I dialoghi tra i personaggi hanno una sfumatura quasi onirica ed esprimono sempre uno stato di quasi necessità che sempre pilota le azioni degli uomini protagonisti. Le qualità del testo rendono la lettura ardua (almeno per me) con la necessità di frequenti pause di riposo e di incursioni in altri testi più "leggeri".

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    Effiopo

    11/07/2003 22:10:35

    Questo libro mi è capitato tra le mani nell’ormai lontano marzo del 1999. Appartiene ad una trilogia che McCarthy ha costruito intorno alla figura di John Grady Cole. McCarthy è nato nel Tennessee e vive a El Paso, Texas. In questo libro racconta il viaggio e le vicende di due giovanissimi allevatori di bestiame, John Grady Cole e Rawlins, che scappano dalla loro terra per dirigersi in Messico a cavallo. L’autore è in possesso di una prosa lentissima, estremamente misurata e a tratti fredda come le notti ghiacciate; ricca di particolari utilizzati sia per descrivere il lavoro e le mansioni quotidiane dei personaggi - i quali si muovono in un mondo contadino che ruota attorno al bestiame da curare e allevare - sia ,e forse soprattutto, per quel che riguarda la riproduzione sulla pagina degli elementi, dei segni della terra e del clima dentro cui si svolge la vicenda di John Grady Cole. Nella scrittura si vuole far riapparire la sostanza delle cose che racconta: essa è essenziale, evocativa, rituale. Le ombre di Hemingway, di un certo Faulkner di Assalonne, Assalonne!, del grande romanzo storico, epico-famigliare americano sono decisamente marcate, ma sono da accompagnamento ad un perfetto e dominante meccanismo narrativo autonomo. Il paesaggio, gli odori della terra, la pioggia, il caldo, le notti: pare dire di niente e dice dell’essere; del sentirsi, del vivere tutt’uno con la Natura. In questo modo la prima parte passa allo stesso modo in cui trascorrono le giornate dei due cow boy, e la stessa storia d’amore che seguirà, tra John e Alejandra, poco più che accennata, appare come un momento di passaggio, un caso, un puro espediente narrativo e magari anche di basso livello. In realtà le prime novantaquattro pagine, tutta la parte prima, sono di preparazione alla seconda, e cioè la parte che lega tutta la vicenda narrata nel libro, il momento cruciale che sviluppa, dà senso e corpo a tutta la storia: il momento dell’arresto, l’episodio dell’assassinio del ragazzino

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recensioni di Rognoni, F. L'Indice del 1999, n. 09

Crepuscolare conclusione della "trilogia della frontiera" del sessantasettenne Cormac McCarthy, Città della pianura non conosce il piglio picaresco di Cavalli selvaggi (1992; Einaudi, 1996), né si dirama nelle tante storie e parabole di Oltre il confine (1994; Einaudi, 1995). Fatta eccezione per l'infelice epilogo, con quell'interminabile sogno nel sogno (ma Borges aveva un altro senso della misura...!), si tratta di un romanzo più essenziale, con meno personaggi e una sua classica e quasi stilizzata unità d'azione, dove il dialogo - scarnificato - domina anche sulle descrizioni naturali: dove la lezione del primo e maggiore Hemingway, insomma, sembra più forte di quella gotico-baroccheggiante di Faulkner, con relative impennate (e, talvolta, cadutacce) metafisiche.

Siamo nel 1952, e John Grady Cole e Billy Parham, protagonisti superstiti dei romanzi precedenti, ora lavorano insieme in un ranch del New Mexico. La frontiera è a due passi, e attraversarla ormai è cosa abbastanza ordinaria, che - almeno sembra - non comporta il gesto iniziatico degli altri due libri: la si attraversa anche in macchina (non necessariamente a cavallo), e più che altro per farsi una bevuta e andare al bordello. Ed è infatti al bordello che nasce e si consuma la disperata storia d'amore fra John Grady, l'all-american cowboy, e Magdalena, sedicenne prostituta, bella infelice ed epilettica. Come in un melodramma, John la vorrebbe in sposa, ed è disposto a riscattarla impegnando la pistola, e vendendo anche il cavallo. Ma Eduardo, il protettore nichilista, non ci sente. E non è solo una questione di soldi: Magdalena l'ama anche lui - cioè ne ama la sacra abiezione (forse l'unica passione assoluta) - e, piuttosto che lasciarla andare, le taglierebbe la gola.

Il duello finale, a colpi di coltello - feroce balletto, durante il quale il diabolico Eduardo slitta quasi completamente nell'allegoria ("Volse la schiena al ragazzo e si allontanò lentamente. Parlò alla notte") - è senza dubbio il momento più forte e il culmine del romanzo. Però non eclissa la gran sequenza centrale della caccia ai cani selvatici, che nella danza indiavolata - o gaia macelleria - di Meridiano di sangue (1985; Einaudi, 1996) sarebbe passata quasi inosservata, semplice routine, ma nel contesto più smorzato di Città della pianura ha davvero l'effetto di "qualcosa di assolutamente incontrollabile, evocato dal nulla", una abbacinante epifania di distruzione: "il grosso cane giallo, preso fra le due funi, volò improvvisamente nell'aria. I lazos produssero un unico breve suono sordo e il cane si spaccò in due. Il sole si era alzato da meno di un'ora e nella luce che pioveva obliqua sulla mesa l'esplosione di sangue davanti a loro fu vivida e inaspettata come un'apparizione. Qualcosa di assolutamente incontrollabile, evocato dal nulla. La testa del cane roteò nell'aria portandosi dietro le spire delle due funi, mentre il suo corpo piombava a terra con un tonfo soffocato".

Questa "esplosione di sangue" resta probabilmente il centro generatore della fantasia di McCarthy, la scena e il colore primario del suo universo narrativo: anche quando, come in Città della pianura, tutta una geometria di sentimenti e delusioni è tracciata con più delicata precisione, come per trattenerne la mitologia che muore (i ranch vengono espropriati dallo Stato, il mestiere del cowboy è obsoleto, di lì a qualche anno, se va bene, frutterà giusto una comparsata in qualche film...). Non a caso, se Billy, che ha ventott'anni ("Non li dimostri", gli dice un altro cowboy verso l'inizio del libro: "Ne dimostri quarantotto") - se Billy custodisce il sogno romantico del diciannovenne John Grady un po' come il Marlowe di Conrad custodiva l'eterna (e suicida) giovinezza di Lord Jim, tuttavia egli non sembra neanche provare a tramandarne la memoria: il sacrificio inevitabile non approda a conoscenza alcuna, resta puro spreco, dispersione.