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Traduttore: R. Montanari
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2006
Formato: Tascabile
Pagine: 340 p.
  • EAN: 9788806184520
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Recensioni dei clienti

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    Giuseppe

    19/08/2016 15.33.38

    O Rognoni, Rognoni! Quando la finirai anche tu di ripeterci sempre la stessa frottola sulla prosa di McCarthy? Heminghway, Faulkner, il barocco di Faulkner... Non se ne può più di sentirvi. Le solite 4 frottole smerciate da un robivecchi! Sembra di leggere un manualetto di letteratura americana di quinta mano che continua stancamente a girare fra dita polvere. Quand'è che queste autorevoli recensioni saranno sospese per sempre? Città della pianura è un gran bel libro perché è un libro di McCarthy ed è meglio che lo scopriate da soli!

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    marcello

    30/04/2014 16.35.43

    Giunto alla fine della Trilogia della frontiera devo dire che quest'ultimo, anche se meno intenso nella primordialità generale, è quello che mi ha preso di più. Fantastico il discorso metafisico finale anche se a tratti poco comprensibile. Nell'insieme un 3.5/4 e senza alcuna stanchezza di questa elegia di grande respiro. Peccato manchino le note per apprezzare meglio il dialogo messicano.

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    marco lenzi

    22/06/2010 11.22.43

    Una tragedia classica che scorre e riverbera i raggi di un sole indifferente, all'orizzonte di una valle arida; tragedia nella quale confluiscono le acque dei due romanzi precedenti della trilogia di Mc Carthy. Gli dei sono nascosti agli uomini, solo i cavalli sono in grado di percepirli; attraverso la vicinanza con questi animali l'eroe viene a conoscenza della propria natura e trova in sé la forza per affrontare il proprio destino. Un capolavoro

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    Alessandro Fantin

    17/09/2009 23.00.04

    Bello l'ultimo romanzo della trilogia tex-mex di Cormac McCarthy. Dopo le (dis)avventure dei giovani cowboy John Grady Cole e Billy Parham oltre frontiera rispettivamente in Cavalli Selvaggi e Oltre il confine, ora le loro vite e le loro storie s'incontrano in un west al crepuscolo, soffocato ormai da un progresso incontrastabile. Cole, vulnerabile al fascino puro e fuori dal tempo delle giovani ispaniche, come già nel primo romanzo, s'innamora di un'incantevole sedicenne messicana, prostituta in un malfamato bordello di confine. Per averla sarà disposto a tutto, anche a sfidare all'arma bianca il suo protettore, in un duello tra l'epico e l'onirico in cui entrambi perderanno la vita. Cities of the plain è forse il capitolo più nero e drammatico dell'intera elegia mccartiana, in cui tutto è portato all'estremo, dai sentimenti, alle speranze, ai sogni, all'ineluttabilità del destino. I disperati e i vinti non sembrano trovare via di fuga nel mezzo di una realtà cruda e indifferente, mentre la violenza e i sogni sono gli unici espedienti per un'evasione e un riscatto. Stilisticamente, l'autore adotta, a differenza dei primi due capitoli, una struttura narrativa spezzata, seguendo diversi fili narrativi in parallelo: quello stile per certi versi "cinematografico" che verrà sviluppato nel seguente No country for old man.

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    Maurizio Crispi

    30/10/2004 10.58.29

    I libri di McCarthy mi sono sempre piaciuti, a partire dalla "scoperta" di "Cavalli Selvaggi", indubbiamente il romanzo che ho amato maggiormente, tanto da volerlo regalare a diversi amici, forse per le sue caratteristiche di romanzo di "iniziazione". Anche in questo romanzo, è possibile rinvenire le qualità degli altri romanzi di McCarthy, anche se qui l'adolescenza è un età passata da tempo e, accanto alla vita in ambienti selvatici e impregnati di un rude fascino, vi è la rappresentazione della vita laboriosa della città e dele sue brutture. C'è il sogno che entra in contatto con la dura realtà e con l'impossibilità di mantenere l'innocenza e di portare avanti sino alle più estreme conseguenze ciò che si sogna. E' questo, secondo me, il senso dell'infelice storia d'amore tra John Grady e la prostituta sedicenne, bella e triste, del vano progetto della piccola linda casa, che dovrà accogliere la coppia di sposi, e del tragico e cupo epilogo. In tutto il racconto si dipana questo filo rosso della tragedia annunciata, come del resto è in altre opere di McCarrthy, come se agli uomini fosse impossibile vivere la purezza del sogno, di cui il mondo naturale, bellissimo ed imperturbabile, dà soltanto l'illusione. Vi è piuttosto questo continuo contrasto tra la purezza della natura e della vita "senza macchia" degli animali, di cui i cavalli costituiscono i più nobili rappresentati, e l'imperfezione degli uomini, continuamente scossa dalle passioni, dalla crudeltà e dalla violenza più efferata, di fronte a cui la natura rimane del tutto impassibile. La prosa di McCarthy è lenta e misurata, precisa sin quasi all'eccesso, nella minuziosa descrizione delle azioni e degli oggetti quotidiani. I dialoghi tra i personaggi hanno una sfumatura quasi onirica ed esprimono sempre uno stato di quasi necessità che sempre pilota le azioni degli uomini protagonisti. Le qualità del testo rendono la lettura ardua (almeno per me) con la necessità di frequenti pause di riposo e di incursioni in altri testi più "leggeri".

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    Effiopo

    11/07/2003 22.10.35

    Questo libro mi è capitato tra le mani nell’ormai lontano marzo del 1999. Appartiene ad una trilogia che McCarthy ha costruito intorno alla figura di John Grady Cole. McCarthy è nato nel Tennessee e vive a El Paso, Texas. In questo libro racconta il viaggio e le vicende di due giovanissimi allevatori di bestiame, John Grady Cole e Rawlins, che scappano dalla loro terra per dirigersi in Messico a cavallo. L’autore è in possesso di una prosa lentissima, estremamente misurata e a tratti fredda come le notti ghiacciate; ricca di particolari utilizzati sia per descrivere il lavoro e le mansioni quotidiane dei personaggi - i quali si muovono in un mondo contadino che ruota attorno al bestiame da curare e allevare - sia ,e forse soprattutto, per quel che riguarda la riproduzione sulla pagina degli elementi, dei segni della terra e del clima dentro cui si svolge la vicenda di John Grady Cole. Nella scrittura si vuole far riapparire la sostanza delle cose che racconta: essa è essenziale, evocativa, rituale. Le ombre di Hemingway, di un certo Faulkner di Assalonne, Assalonne!, del grande romanzo storico, epico-famigliare americano sono decisamente marcate, ma sono da accompagnamento ad un perfetto e dominante meccanismo narrativo autonomo. Il paesaggio, gli odori della terra, la pioggia, il caldo, le notti: pare dire di niente e dice dell’essere; del sentirsi, del vivere tutt’uno con la Natura. In questo modo la prima parte passa allo stesso modo in cui trascorrono le giornate dei due cow boy, e la stessa storia d’amore che seguirà, tra John e Alejandra, poco più che accennata, appare come un momento di passaggio, un caso, un puro espediente narrativo e magari anche di basso livello. In realtà le prime novantaquattro pagine, tutta la parte prima, sono di preparazione alla seconda, e cioè la parte che lega tutta la vicenda narrata nel libro, il momento cruciale che sviluppa, dà senso e corpo a tutta la storia: il momento dell’arresto, l’episodio dell’assassinio del ragazzino

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