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Il ricco volume si apre con un'introduzione di Massimo Vetta che allega una cartina geografica dei "Principali siti dell'età oscura nell'area egea", uno specchio del nostro remotissimo passato, dei luoghi e delle radici della nostra tradizione culturale, una tradizione che rischia, oggi, di smarrire la propria memoria in una totalizzante adesione a esigenze meramente tecnologiche. La carta segnala i luoghi che sono stati teatro delle diverse esperienze culturali a cui il volume dedica saggi tra loro articolati in un disegno complessivo: "L'origine è il significato dei luoghi - scrive Vetta - la scelta di un insediamento è una richiesta di ospitalità illimitata, rinnovata dalla cerimonia, raccontata dalla poesia, segnata dalle immagini". Di qui l'importanza di ricordare spazi la cui antica ominosità rischia di essere dimenticata, luoghi che partecipano con eguale diritto al privilegio della storia, insieme a rotte marine che hanno collegato la Grecia con Oriente e Occidente.
Tra gli altri obiettivi, il volume si propone di comporre, attraverso prospettive interdisciplinari, un affresco che tratteggi gli aspetti più significativi della civiltà greca, a partire dalla riflessione sulla città e sull'organizzazione della società e delle sue istituzioni. Alcuni contributi, rispettivamente Alla ricerca della polis di Maurizio Giangiulio, Il mito e le città di Ezio Pellizer, L'agorà e il santuario. I centri della vita pubblica nella polis di età arcaica e classica di Clemente Marconi, L'oracolo di Delfi e le tradizioni oracolari nella Grecia arcaica e classica. Formazione, prassi, teologia di Carmine Catenacci, costituiscono l'ossatura dell'intera costruzione. Definiscono criticamente i principi fondamentali di ogni produzione letteraria, filosofica, scientifica (nonché delle rispettive tradizioni) cui sono dedicati gli altri capitoli. Massimo Vetta è autore dei saggi Prima di Omero. I luoghi, i cantori, la tradizione e Immagini e poesia e Antonio Capizzi si occupa de L'organizzazione del sapere; a Liana Lomiento è affidata la riflessione sulla tradizione (Da Sparta ad Alessandria. La trasmissione dei testi nella Grecia antica) e a Enrico Valdo Maltese il compito di costruire il ponte verso il medioevo greco (Atene e Bisanzio. Appunti su scuola e cultura letteraria nel Medioevo greco).
La natura peculiare della statualità della polis si rivela - secondo Giangiulio - necessario background per gli altri fenomeni culturali. Non minore importanza ha il ruolo del mito, che trasmette i modelli di autodefinizione e riconoscibilità di una comunità ancor priva di tecniche di registrazione degli avvenimenti del passato. Infatti, sulla topologia delle città e delle regioni fiorenti in età micenea si fonda la maggior parte delle leggende eroiche tradizionali, delle genealogie che si ricollegano al "tempo storico", dei miti di fondazione, classificabili in base a elementi costanti, quali, ad esempio, la fecondazione divina di una fanciulla mortale e così via (Pellizer).
Strettamente collegata a tali questioni risulta l'analisi urbanistico-architettonica della polis: la progressiva monumentalizzazione di agorà e santuario rende la città sempre più spettacolare. Le comunità si autorappresentano nei loro spazi collettivi, attribuendo valore metaforico alla propria architettura monumentale e mantenendo nelle parti residenziali, almeno fino al IV secolo, un carattere di understatement rispetto all'edilizia pubblica (Marconi). All'importanza del santuario, del suo sfondo religioso, dei suoi rituali è legata in particolare la storia dell'oracolo delfico: "Pito è metafora e sintesi della Grecia arcaica e classica", scrive Catenacci concludendo un'attenta analisi del valore della mantica apollinea. Che Delfi fosse centro panellenico non va sottovalutato: i greci vi accorrevano, pur consapevoli delle possibili falsificazioni. Ogni oracolo è un a sé stante, non sempre genuino, ma neppure frutto costante di macchinazione calcolata. Queste contraddizioni vanno accolte senza la pretesa di schematizzare, di irrigidire entro formule, la complessità delle numerose istanze culturali di cui è giunta testimonianza.
Senza questi preliminari sarebbe arduo collocare la funzione e il ruolo sociale della parola poetica e i suoi luoghi, e allo stesso modo affrontare la teorizzazione filosofica e la ricerca scientifica. Il rapporto fra tradizione orale e scritta, il nesso tra epica e culti eroici, i contesti di produzione ed esecuzione delle prime composizioni poetiche sono tra gli argomenti affrontati da Vetta, che traccia la storia dei testi di Omero, e l'affermazione del suo mondo, ma anche di quelli di Esiodo e dei lirici arcaici. Non senza richiamare l'attenzione su un altro importante aspetto della cultura greca: il parlare per immagini e il proporre figure simboliche a partire dall'epoca micenea. La compresenza di immagini e poesia nel rito funerario arcaico e la funzione del cratere come nodo di simboli e di racconti sono gli ambiti di riflessione privilegiati. Alcuni vasi del VIII e VII secolo sono gli unici testimoni di saghe orali, ma l'artista figurativo, ricorda Vetta, "agisce come il poeta e si comporta come un interprete, con l'emozione della memoria infedele". Sempre a partire dalla parola poetica di Omero ed Esiodo, Capizzi ripercorre modalità e tempi dell'organizzazione del sapere: dai presocratici a Pericle ai sofisti, per concludere con la celebre triade (Socrate, Platone, Aristotele), non senza sottolineare l'importanza scientifica della scuola aristotelica, che attraverso Teofrasto e Stratone di Lampsaco offrì risultati già accostabili alla scienza dei moderni.
Tra le premesse del volume spicca l'intenzione di non privilegiare Atene quale unica protagonista delle principali caratteristiche della civiltà greca. E, infatti, mantenendo fede alla intenzioni, Sparta trova il suo spazio privilegiato nel contributo di Lomiento, che soffermandosi sulla prassi della performance, particolarmente vitale nella patria di Alcmane e di Tirteo, ripercorre la storia della mousikè spartana e della gelosa conservazione delle tradizioni. Chiude il volume il divertente quanto documentato saggio di Maltese, che ruota sul "vero e proprio culto della scrittura" nel medioevo greco, un "fattore portante della mentalità e addirittura referente privilegiato nella visione del mondo". Il legame che a Bisanzio esiste fra cultura e destino sociale dell'individuo viene brillantemente tratteggiato attraverso le fonti più svariate, analizzato all'interno di un contesto in cui la legislazione imperiale sanciva uno stretto legame tra formazione culturale (le arti liberali in primis, unite a una buona capacità espressiva) e impiego pubblico. Nel lessico corrente, il termine "bizantino" evoca sottigliezze e capziosità, spesso congiunte a spregiudicatezza nell'uso del potere, ma va piuttosto ricordato che in questa fase della nostra storia la cultura era, come osserva l'autore, l'antitesi di ogni apprendimento legato all'esercizio di un mestiere. Lo stato imperiale non esigeva dalla scuola una formazione professionale. E se per muoversi nelle stanze del potere servivano le spregiudicate virtù del politico e del cortigiano, non si dava avanzamento sociale in assenza di una paideia tradizionale, di una solida istruzione classica. Ma quelli - lo sappiamo bene - erano tempi diversi: così diversi che alle fanciulle era concesso di apprendere solo il Salterio, e che Anna Comnena, il cui talento letterario costituisce un'eccezione, aveva dovuto leggere i classici di nascosto. Per non parlare, infine, della progressiva chiusura della letteratura bizantina su se stessa, progressivamente aliena al confronto con gli apporti esterni, perché consapevole "di occupare, nel disegno provvidenziale, uno spazio di elezione garantito da un privilegiato rapporto con Dio".
Non sempre un volume miscellaneo presenta così preziosa articolazione; vale la pena di segnalare, in conclusione, che ogni singolo studio è corredato da un ottimo repertorio bibliografico, utile per ulteriori approfondimenti.
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