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Tempo d'estate. Scene di vita di provincia - J. M. Coetzee - copertina
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Tempo d'estate. Scene di vita di provincia - J. M. Coetzee - copertina
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Descrizione


J. M. Coetzee è morto. Un giovane accademico inglese decide di scrivere la biografia del premio Nobel sudafricano: si soffermerà in particolare sulla prima metà degli anni Settanta quando lo scrittore, appena tornato dagli Stati Uniti e ancora ben lontano dalla fama letteraria, viveva al limite dell'indigenza insieme al padre in una modesta villetta. Per farlo, intervista alcune persone che lo conobbero - tra cui due donne che ebbero una relazione con lui - e che gli furono vicine durante quei difficili anni di apprendistato alla vita. Perché, sebbene abbia più di trent'anni, John Coetzee appare un uomo inadatto alla vita adulta, bloccato nella condizione di figlio, incapace di mantenere una relazione con le donne, un solitario chiuso in se stesso, un amante freddo e maldestro un insegnante controvoglia, uno scrittore tutt'altro che talentuoso. Ma la caratteristica che più di tutte emerge dai racconti dei testimoni è la profonda sfiducia che il futuro autore di "Aspettando i barbari" sembra nutrire verso il linguaggio e la capacità degli uomini di comunicare - e di conoscere se stessi - attraverso le parole. Per queste sue "memorie d'oltretomba" terzo momento dell'affresco autobiografico delle "Scene di vita di provincia", Coetzee scompagina le carte: non solo perché immagina la propria morte e ne affida il racconto a testimoni forse non cosi affidabili, ma perché spinge fino al punto di non ritorno le categorie stesse di autobiografia e finzione, di identità e realismo.
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Dettagli

2010
27 aprile 2010
251 p., Rilegato
9788806200862

Valutazioni e recensioni

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Recensioni: 5/5
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GD
Recensioni: 5/5

Un'autobiografia immaginata come un tentativo, non particolarmente brillante, di biografia postuma dove quattro donne che ebbero, sapendolo o meno, importanza per "il defunto" ne tracciano un ritratto che converge su una focale: lo scrittore passato a miglior vita non riusciva a porsi in relazione con il mondo in modo partecipato. Era, sapendolo o meno, un osservatore e forse la sua vocazione letteraria, all' epoca delle testimonianze una vocazione ancora molto contesa da un incombente destino, sola avrebbe potuto giustificarne la vita. Il coronamento del ritratto già intrapreso nelle due tappe precedenti conferma ciò che di sè stesso l'autore ci autorizza a ritenere; ed è un ritatto lontano dall' essere particolarmente edificante, Con ciò la fragilità ed inadeguatezza emerge a tutto tondo nel frammento che conclude il libro: la malattia e l'avvicinarsi alla morte del padre, figura diversa da quella dell' autore ma altrettanto enigmatica e incollocabile. Poi, protagonista è il paesaggio scabro del Sud Africa sud-occidentale: grandi distese senza pioggia e l'ottusità quasi infantile dei colonizzatori preoccupati del loro mondo post apartheid. Coetzee è la figura di uno che somma le sue inadeguatezze per costruirsi una caparbietà all' esistenza che ha come unico sbocco la scrittura. Un buon libro.

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AdrianaT.
Recensioni: 4/5

L'uomo di legno. Struttura particolare in Tempo d'estate, ad intervista, in cui Coetzee lascia che quattro donne parlino di lui: "John non era fatto per l'amore, non era costruito a quel modo, non era fatto per combaciare con un'altra. Come una sfera. Come una palla di vetro. Non c'era modo di collegarsi a lui." Ne esce il ritratto di un uomo messo a nudo da persone significative della sua vita, a tratti impietoso, a tratti tenero. Capitolo conclusivo della trilogia autobiografica che per fortuna è andata in crescendo: - Infanzia, insulso; - Gioventù, discreto; - Tempo d'estate, buono.

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paolo
Recensioni: 4/5

La scrittura di Coetzee è un valore aggiunto nel romanzo, lo migliora di per se, come la recitazione del grande attore migliora il film, qualunque esso sia. Ha qualcosa, quella scrittura, di epico, grandioso e cupo, anche quando è tutta volta ad una specie di autoflagellazione sarcastica, quasi cattiva. Qui infatti l'autore si immagina morto, ed un suo volonteroso biografo intervista cinque persone che negli anni della sua tarda giovinezza, diciamo quand'era poco oltre la trentina, lo conobbero o lo incrociarono. La caratteristica che accomuna questi cinque (quattro donne, due quasi amanti pentite) e' la profonda antipatia che, almeno per quanto mi riguarda, trasmettono al lettore, volte come sono a immiserire la figura del fiacco giovane, futuro Nobel, che, nei loro racconti, si muove goffo, solo ed anche vagamente sinistro in quel Sudafrica spaccato dal razzismo istituzionale che sembra, proprio come il protagonista, in cauta attesa di un ineluttabile cambiamento. Strazianti davvero, e letterariamente eccezionali, le parti, quasi degli schizzi a matita, dedicate alla difficile convivenza con il padre.

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Voce della critica

John M. Coetzee, chi era costui? Il noto scrittore insignito del Premio Nobel, o un personaggio buffo, da commedia? Profugo o disadattato? Il burbero vicino di casa che passa il tempo libero a trasportare sabbia e a mescolare cemento, o il cugino che si diletta ad aggiustare macchine? L'uomo che, amoreggiando sulle note di Schubert, "scambiò la sua amante per un violino", ossia "l'uomo che era così cretino, così fuori dalla realtà, che non sapeva distinguere tra suonare una donna e farci l'amore"? L'ambiguo professore di inglese che fa innamorare le studentesse e corteggia le loro madri, o un gelido interlocutore che dà l'impressione di trovarsi di fronte a un "moffie", un omosessuale come dicono in afrikaans, o addirittura un eunuco? L'animalista vegetariano, o il dispettoso torturatore di cavallette? Un uomo "che danza nudo senza saper ballare"?
Con Tempo d'estate. Scene di vita di provincia si completa la trilogia pseudo-autobiografica dello scrittore sudafricano, che alla sua terra d'origine, negli anni quaranta e cinquanta in cui era ragazzo, aveva dedicato Infanzia (1997; Einaudi, 2001; cfr. "L'Indice", 2002, n. 3), ambientando nella Londra degli anni sessanta Gioventù (2002; Einaudi, 2002). La trilogia porta un sottotitolo rubato alla scansione dei vari tomi della Comédie Humaine di Balzac, ma ha poco a che fare con il personaggio ingombrante e realistico dello scrittore francese, bensì accoglie e rovescia il punto di riferimento per proporre una "commedia umana" al più alto grado di modernità in cui l'autore, e gli autori di tutta una vertiginosa letteratura (soprattutto in Gioventù), nonché i personaggi si confondono in uno sviluppo narrativo sempre più frantumato, casuale e straniante. Tra il Sudafrica e Londra, l'ambiente resta un interlocutore importante, non certo nel suo determinismo, ma perché si presta a contenere e a rappresentare la mise en abyme di una Storia che, priva di un centro e casualmente dislocata ovunque, si scatena nelle forme più sottilmente paradossali, violente e ipocrite al tempo stesso. Nonostante le sue ferite, tuttavia, il Sudafrica rappresenta anche un paesaggio dotato di poesia e bellezza, specialmente nell'incontro con la natura e con gli animali, nel ricordo dell'infanzia e dei momenti di condivisione di un linguaggio e di una mitologia delle origini.
In quest'ultimo romanzo, l'autore che si cala nel testo non già celandosi, ma disperdendosi come personaggio principale, John M. Coetzee, è morto. La logica retrospettiva non porta però a una narrazione autobiografica tradizionale, ma al reperimento, ovviamente fittizio e ironico, di una serie di materiali (taccuini, interviste, ricordi trascritti, appunti e frammenti per un romanzo in terza persona mai cominciato, il terzo della trilogia, appunto) affidati alla mano (non affidabilissima) di un ricercatore inglese, il Signor Vincent, colui che si è preso la briga di redigere questa accidentata biografia ("Perché in una biografia è necessario trovare un equilibrio tra racconti e opinioni. Non sono a corto di opinioni", dice il biografo, "ma mi serve qualcosa di più per animare la storia di una vita").
Di qui l'accostamento di una serie di punti di vista eterogenei e in apparenza casuali ricavati da personaggi che conobbero lo scrittore e che lo frequentarono in Sudafrica, in pieno apartheid, tra il 1972 e il 1977, "una manciata di amici e colleghi disposti a condividere i loro ricordi", cinque "narratori" per i quali la propria vita tende sempre a prendere il sopravvento rispetto a quella su cui sono chiamati a testimoniare: Julia, che incontra John in un supermercato a Tokai Road, nella periferia di Città del Capo dove lo scrittore abitava con il padre: storia di una donna esuberante, tradita dal marito, e di un uomo sempre definito dal "non" ("John non era un gran conversatore"; "non era fatto per l'amore"; "non riesce ad avere un contatto, o comunque ci riesce solo per poco"; "non era fatto per combaciare con un'altra"; "non era umano, non pienamente umano"); la cugina Margot: storia che risuona di parole ed espressioni afrikaans, sulle riunioni della famiglia Coetzee a Natale in una remota fattoria del Karoo, e ricordo di un'infatuazione infantile finita in una ben poco romantica notte in un'auto in panne (ulteriore conferma che John è uno slapgat, uno "smidollato, fiacco"); Adriana, la ballerina brasiliana con un marito in coma, mutilato da un colpo d'accetta in faccia durante i turni di guardia a un magazzino vicino al porto di Wynberg: storia di una madre che difende a tutti i costi la figlia dal fascino del professore di inglese, dalle teorie platoniche e dalle poesie imbarazzanti ("Che uomo strano e vanitoso […] Che stupidaggini! E stupidaggini pericolose, oltretutto! Da Platone! Ci sta pendendo in giro?"). E poi due studiosi: Martin, la cui intervista serve a rileggere autocriticamente tutta l'impostazione biografica del testo, e Sophie, collega di francese all'Università di Città del Capo, breve flirt (un rapporto "comico-sentimentale") e personaggio che può permettersi di saggiare la cultura di John, di interpretarne il pensiero, gli scorni, le antipatie, le utopie politiche, letterarie e sentimentali. A Sophie spetta di negare e affermare qualcosa in più sul protagonista, plasmarlo con maggiore perizia e scolpirlo a sua volta con altri "non": "non aveva una sensibilità speciale"; "nessun lampo di genio"; "nessuna intuizione originale sulla condizione umana"; "francamente non un gigante"; "troppa poca passione". Eppure, nel momento in cui Sophie ci dice che non ha mai avuto la sensazione di leggere in Coetzee "un autore capace di forzare il mezzo espressivo per dire ciò che non era mai stato detto prima", siamo anche portati a pensare, tanto più di fronte a un testo come questo, tutto il contrario.
L'eredità narrativa di Coetzee – di cui resta traccia in quei taccuini, collocati all'inizio e alla fine del testo, che parlano del suo rapporto con il padre (e di musica, di rugby, di fedeltà al lavoro, di malattia e di morte) – è dunque tutta consegnata a questi narratori autonomi, che rivendicano a sé il diritto a raccontare senza alcun dovere di verità (ma neanche di finzione): storie svuotate, ironiche nel senso che Adorno dà al termine (quando l'autore si riprende ciò che ha appena detto, si scuote di dosso la pretesa di creare realtà), e deludenti rispetto a qualsiasi esigenza di intreccio forte e strutturato, piene di trappole e di ostacoli in cui il lettore finisce per perdersi se non è disposto ad accogliere la sfida alla difficoltà. Il genere stesso a cui Tempo d'estate si può riferire – la moderna nozione di autofiction, praticata da Coetzee come da Philip Roth o Javier Marías – rappresenta una forma di biografismo ostentato e provocatorio capace di coniugare al tempo stesso referenzialità e straniamento, in un continuo cortocircuito di partecipazione e rotture.
Dopo anni di pratica e di rivendicazione di autoreferenzialità alla letteratura, allora, un testo come questo suggerisce anche, su presupposti altamente autocritici, l'esigenza di un rapporto empatico fra lettore, personaggio e autore, e contribuisce a ristabilire in forme nuove quel patto tante volte infranto tra scrittura e vita. Come dimenticare che, a dispetto di tutte le varie etichette e negazioni sul personaggio Coetzee, dobbiamo all'amica Sophie quella semplice, essenziale, definizione che lo scrittore "era solamente un uomo, un uomo del suo tempo"? Chiara Lombardi

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Conosci l'autore

J. M. Coetzee

1940, Città del Capo

John Maxwell Coetzee è uno scrittore sudafricano di lingua inglese, ma di discendenza afrikaner. Nel 2003 viene insignito del Premio Nobel per la Letteratura.Nelle sue opere narrative ha attaccato il sistema dell'apartheid e condannato il colonialismo nei suoi vari esempi storici, trovando il giusto equilibrio tra esigenza di denuncia e attenzione alle necessità tecniche ed estetiche del romanzo. Il suo esordio letterario avviene nel 1974 con Deserto, al quale fanno seguito Nel cuore del paese (1977), Aspettando i barbari (1980), Storia di una fattoria africana (1983), Foe (1986).Coetzee esplora nuovi territori letterari con Il Maestro di Pietroburgo (1994), Torna all’attualità con il romanzo Vergogna (1999, vincitore del Booker Prize; pubblicato in Italia nel...

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