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Con la sua scrittura visionaria, Viola Di Grado rilegge in chiave inedita e attuale uno dei pilastri dei Dieci comandamenti, “Non uccidere”. In un crescendo di tensione e ambiguità, si consuma un dramma psicologico sul potere dell’immaginazione, sulla violenza che si insinua nel linguaggio del patriarcato e sull’illusione del controllo che ci divora, sino all’atto estremo.
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Ci sono libri che ti colpiscono. Poi c’è _Non uccidere_ di Viola Di Grado che ti sbatte per terra e ti costringe a guardare. Viola svuota il sesto comandamento. Dentro non trova Dio. Trova appartamenti a Milano alle tre di notte e una bambina che si è inventata un’amica per sopravvivere. Quell’amica è cresciuta ed è diventata più vera della realtà. All’inizio parla Guido. Analista brillante e arrabbiato. Ti racconta Beatrice e Linda come casi clinici che invece ti entrano sotto pelle. Beve per non pensare. Scappa perché ha paura di restare. Poi la voce si spezza. Qualcuno entra nello studio per “eliminare le prove”. Arriva Linda. Con lei arriva un freddo diverso: quello di chi ha capito che nessuno verrà a salvarti. Linda non prega. Immagina. E quando lo fa abbastanza forte arriva Dalì. Non è una diagnosi. È un patto di sopravvivenza. È la madre che non c’era. Dolcissima e mostruosa. Necessaria. La scena è scritta senza sangue. C’è solo il busto di Freud che cade e un silenzio che ti toglie il fiato. E la frase: “Ho pensato di chiamare l’ambulanza. L’ho quasi fatto. Ma non era giusto”. Non è crudeltà. È assenza. La lingua di Viola è lama e nenia. Non concede redenzione. Mostra persone che hanno fatto male perché prima ne avevano subito troppo. Alla fine trovi il diario sotto le foto di una bambina. E capisci che non stavi leggendo una storia. Eri testimone. Chiudi il libro con l’odore dell’alcol e della paura. E una domanda: se anche a te nascesse dentro una Dalì, avresti il coraggio di lasciarla fare? _Leggetelo._ È scomodo, bellissimo, necessario. Un libro che non si dimentica.
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