Il "lungo" Novecento, che dalla fine dell'Ottocento, quando gli Stati Uniti emersero come nuova potenza sulla eurocentrica scena internazionale, arriva fino ai decenni a cavallo del Duemila, in cui si è parlato della solitaria "iperpotenza" americana nel mondo globale, ha visto un continuo confronto tra Stati Uniti e Europa sulle forme e i contenuti della modernità. In questo rapporto che è contemporaneamente di confluenza e conflitto, l'Europa ha dovuto spesso giocare di rimando, rispondendo con vari gradi di accettazione, rifiuto, adattamento o riproposizione alle sfide americane. Il motore delle innovazioni però si è spostato sempre più oltre Atlantico, dove alla grande capacità propositiva in campo economico, politico e culturale si è affiancata una convinzione diffusa del primato e valore universale dei propri modelli e messaggi. L'Europa invece, più frammentata e ripiegata su se stessa, non è stata in grado di elaborare, sulla base dei suoi tratti di forza e originalità, un discorso ugualmente dinamico e attraente e di proiettarlo dentro e fuori i propri confini. Il volume di Ellwood, il "libro di una vita" come lui stesso lo definisce, affronta questo vasto campo d'indagine con mano sicura, accompagnando il lettore attraverso fatti e processi tutt'altro che lineari e in cui è necessario spostarsi continuamente su diversi registri di lettura (ne è testimone l'imponente apparato di note e bibliografia). L'analisi storico-politica si intreccia a frequenti e gustose incursioni nel campo della cultura, sia d'élite che di massa. Ne risulta un'opera poliedrica e coinvolgente, come l'oggetto trattato. Per dare chiavi di interpretazione a una materia così composita, Ellwood focalizza lo studio sui tre dopoguerra del "secolo americano", vale a dire i periodi che seguono la prima, la seconda guerra mondiale e la guerra fredda, fasi in cui è emersa con più forza l'influenza americana a favore o contro l'innovazione in Europa. A essi premette l'analisi di un altro dopoguerra di minore portata ma parimenti significativo, vale a dire il periodo seguito alla guerra ispano-americana del 1898, quella "splendida piccola guerra" che aveva sancito il passaggio degli Stati Uniti al rango di potenza mondiale. Già allora si delineavano alcuni tratti distintivi del mito della nuova America, che riusciva ad accomunare personaggi apparentemente lontani, quali il carismatico presidente Theodore Roosevelt e William "Buffalo Bill" Cody con la lunga fortuna del suo popolare spettacolo sul selvaggio West. Aggiungendo così alla scansione temporale di fondo vari medaglioni centrati su figure, fenomeni culturali o istituzioni, l'autore dà sostanza e vivacità al racconto. L'analisi comparata dell'azione americana in Europa nei tre dopoguerra permette di notare alcuni tratti comuni che avvicinano il primo e l'ultimo di essi: in entrambi i casi si sarebbe trattato di dopoguerra spontanei, caotici, basati sul mercato, "con temi culturali di particolare rilievo e il governo statunitense che incoraggiava le forze del commercio e della finanza a prendersi tutte le libertà di cui avevano bisogno". Da questo punto di vista, è il secondo dopoguerra ad apparire anomalo, "con quel suo disegno ufficiale così self-conscious, ben consapevole di dover costruire istituzioni, predicare il multilateralismo e diffondere la presenza strategica e l'ideologia dell'America in ogni angolo del mondo". L'analisi ci porta a considerare un aspetto basilare della politica di potenza americana e cioè quella particolare porosità tra il sistema pubblico e privato che accentua il suo ruolo nei periodi di transizione. Nel primo dopoguerra, finita rapidamente la parabola di Woodrow Wilson, l'azione statunitense in Europa vede protagonisti non statisti, ma finanzieri, industriali, opinionisti e la figura eccezionale di Herbert Hoover, passato più volte da un sistema all'altro. La sua importanza starebbe non tanto nel quadriennio di presidenza, quanto nella lunga influenza esercitata sia dentro che fuori le sfere governative, attraverso la direzione di vari organismi economici e assistenziali tra guerra e dopoguerra: secondo Ellwood, Hoover ha contribuito alla definizione di un nuovo modo per proiettare la potenza americana in Europa, vale a dire le organizzazioni umanitarie su larga scala. Largo spazio è dedicato alla vigorosa spinta modernizzatrice americana degli anni del Piano Marshall. Malgrado gli sforzi di tecnici e politici di tradurre i successi statunitensi in ricette per salvare il Vecchio continente, non si è mai trattato di processi lineari di americanizzazione. Anzi, fu forse proprio l'energia scaturita da questo incontro/scontro in Europa delle esperienze di entrambi i lati dell'Atlantico a portare, nel quindicennio dopo la seconda guerra mondiale, all'affermazione di quegli ibridi modelli occidentali di modernità "consumisti e statalisti". Nel corso degli anni la stessa sinistra europea, per rimanere fedele ai propri ideali di uguaglianza, assistenza e progresso culturale per tutti, era costretta a guardare in modo nuovo ai parametri di produttività e profitto. Senza una costante crescita economica, infatti, era difficile tenere in piedi il nuovo Welfare State, le cui richieste aumentavano in maniera esponenziale. Nello stesso periodo, un confronto si instaurava nel campo della televisione, in cui si fronteggiavano il successo di una programmazione esclusivamente commerciale e l'idea del mezzo televisivo come servizio pubblico nazionale. A tali vicende, e in particolare al modello inglese sviluppatosi nell'ambito della Bbc anche per contrastare l'invadenza dello stile americano, Ellwood dedica pagine interessanti. La combinazione in continuo cambiamento di hard e soft power è un altro dei fili conduttori del libro: il potere politico ed economico degli Stati Uniti si è sempre accompagnato alla forza d'attrazione dei suoi modelli e stili di vita. Quest'ultimo potere è ben più arduo da affrontare perché legato a un'impareggiabile capacità di inventare, produrre e distribuire cultura popolare su scala industriale. Fin dall'inizio del Novecento, l'America aveva "scoperto" l'abbondanza e ne aveva fatto uno degli elementi centrali del suo messaggio. La democrazia statunitense si definiva così non solo in termini di leggi e voto, ma anche in quelli di diritto al consumo. Democrazia di massa, produzione di massa e comunicazione di massa si sono costantemente poste come i pilastri della proiezione della modernità americana in Europa. Di essi fa parte un'industria dell'intrattenimento in rapida evoluzione, che ha spaziato dai fumetti al cinema, dalla musica al ballo popolare, dai quiz e le soap-opera televisive fino alle nuove forme di comunicazione digitale, e che ha in genere tradotto in spettacolo elementi di base della storia, del paesaggio, della società e delle abitudini quotidiane statunitensi. Così la presenza americana in Europa ha acquistato via via sia i contorni dell'egemonia politico/militare che quelli più seduttivi dell'empire of fun, in cui business, tecnologia, divertimento e ideologia si mescolano in maniera efficace, anche grazie alla propria energia creativa e alla capacità di assorbire e riconfigurare le novità per restituirle in formule adatte a un pubblico sempre più globale. Oggi siamo di fronte agli ultimi fuochi d'artificio di un impero in declino oppure all'ennesima rigenerazione della potenza culturale americana? Qualsiasi risposta si dia a questa domanda, rimane il ruolo cruciale che la sfida della versione americana della modernità ha giocato in Europa nell'ultimo secolo. Daniela Rossini
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