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Tempo di riletture, come il pregevole “Nelle vene dell’America”, il cui autore, William Carlos Williams, fu considerato un maestro dai poeti della beat generation, il che mi sembra un grande merito. Pubblicato nel 1925, il libro, una via di mezzo fra il romanzo e il saggio, nel quale Williams integra molte pagine scritte da alcuni dei personaggi ritratti, è una requisitoria contro il “peccato originale dell’America”, il puritanesimo, riassunto in dogmatismo e odio dell’“altro”. I primi coloni credevano di essere arrivati nelle terre del Diavolo, di conseguenza il loro rifiuto di guardare al di là delle palizzate costruite attorno ai villaggi e la loro volontà d’ignorare tutto del Nuovo Mondo. Ma ci fu qualche eccezione, come il famoso pioniere Daniel Boone, di cui Williams traccia un ritratto caloroso. Amante del mondo selvaggio, Boone capì che gli indiani erano “l’espressione naturale del luogo” e visse tra loro lontano dalla grettezza dello spirito puritano. Il libro, la cui prosa poetica è spesso difficile, inutile negarlo, contiene molti altri bei capitoli illuminanti su alcuni conquistadores (Cortés, Ponce de León, De Soto), su Walter Raleigh, il gesuita Sebastian Rasles, Benjamin Franklin, George Washington, Edgar Allan Poe. E c’è anche un capitolo dedicato a Cristoforo Colombo, con ampi stralci dei suoi scritti. E qui, in chiusura, una parentesi: Colombo morì nel 1506 senza sapere di avere scoperto un nuovo continente, contrariamente ad Amerigo Vespucci, consapevole di essere approdato in un “Mundus Novus”, titolo del suo libro... ma Vespucci, dal canto suo, morì nel 1512 senza sapere che un oscuro cenacolo di monaci e di cartografi, nello sperduto villaggio francese di Saint-Dié-des-Vosges, aveva battezzato il nuovo continente con il nome America.
Un testo che ripercorre la storia americana fino ai primi dell’ 800, attraverso figure che hanno fatto storia. Il libro all’inizio si legge piacevolmente, ma via via si carica di dissertazioni poetiche, che ne rendono “pesante” la lettura.
Opera difficilmente inquadrabile di un grande poeta della prima metà del novecento, peraltro amico di gioventù di Ezra Pound. Tramite alcune figure chiave della storia e dell'essenza americana, racconta le origini della nazione, in particolare nell'esempio di alcuni uomini "d'azione".
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