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In Italia l'esperimento breve del regime di Vichy ha sempre attirato una certa attenzione: basti pensare ai lavori di Maurizio Serra, Alceo Riosa, Giorgio Caredda, David Bidussa e, da ultimo, di Irene Di Jorio. È un dato su cui riflettere, vista la scarsa attenzione degli storici italiani per le vicende francesi del Novecento. Sarà forse che i quattro anni scarsi di Pétain assomigliano ai venti di Mussolini? Detto così sarebbe superficiale, ma una ragione di tal genere ci deve pur essere. Esperimento totalitario quello italiano, "via francese al totalitarismo" quella di Pétain? Il riferimento a un noto lavoro di Emilio Gentile è tanto più appropriato perché in questo libro della giovane storica Monica Caiazzo le tesi dell'autore delle Religioni della politica sono utilizzate a piene mani, a partire dal titolo.
Caiazzo però non confronta Vichy con il totalitarismo fascista. Anzi, l'autrice fa emergere dalla disfatta militare l'avvio di un esperimento di religione della politica che guarda come momento essenziale alla storia francese più vicina e a quella più lontana. Attraverso una ricerca d'archivio di prim'ordine, l'autrice si interessa alle istituzioni della propaganda vichysta. Emergono figure di funzionari, uomini medi, tutt'altro che emblemi dell'eroismo guerriero di cui i loro programmi propagandistici si fanno portatori, tutti impegnati a costruire un nuovo inizio della Francia, quale si proponeva di essere il regime di Vichy. Caiazzo ci fa così entrare nel mondo immaginario di Vichy: analizza i prodotti cinematografici, i cinegiornali, i programmi radio, le affiche. Ci fa vedere la fabbrica nascosta di questa propaganda e, attraverso l'uso delle carte dei ministeri, ci mostra come nel giro di pochi mesi, spesso senza soluzione di continuità, dalla République si fosse passati a un esperimento in cui la democrazia era negata come valore e come ideale. Poi ci spiega, anche se meno diffusamente, la grammatica e la sintassi di questa propaganda.
Qual era l'obiettivo che raccoglieva tutte le diverse tendenze, da quelle filonaziste a quelle strettamente petainiste, da quelle reazionarie dell'Action française a quelle tecnocratiche e modernizzatrici? Rigenerare la nazione, fornirle un nuovo volto, una nuova identità e soprattutto un nuovo passato. Ciò significava non tanto negare l'eredità del 1789, quanto inserirla in un nuovo ordine di significato, in continuità con l'eterna anima francese. Qui entriamo nel cuore del volume e anche nell'aspetto più nuovo e interessante della ricerca: quello della ricostruzione della memoria storica condotta dal regime. Caiazzo ci mostra come la propaganda vichysta abbia rielaborato i miti e i simboli nazionali, miti che, paradossalmente ma non più di tanto, erano stati codificati dalla odiata Troisième république, il regime della disfatta.
Giovanna d'Arco, Vercingetorige, il tricolore, la festa del 14 luglio e quella più recente del primo maggio, sono tutti simboli riempiti di un senso nuovo, tutto teso a esaltare l'organicità della nazione francese, fatta di suolo (insistente l'accento sulla ruralità), di prole (la donna francese è essenzialmente madre), di religione della nazione, un cattolicesimo di cui sono esaltati solo gli aspetti di ieracità e di ordine: proprio come avevano sostenuto gli atei dell'Action française, per i quali la religione cattolica (con l'ovvia centralità della chiesa) era la cultura più consona per mantenere in ordine una nazione e assicurare il mantenimento della gerarchia naturale. Si immaginò molto il passato, negli anni di Vichy, e si cercò di offrirne una versione organica in tutte le forme, anche nella copiosissima produzione dedicata all'infanzia, che qui l'autrice è una delle prime, e non solo nella storiografia italiana, a utilizzare come fonte. Una parte di rilievo in tutto questo marchingegno simbolico è rappresentato infine dal capo e dalla sua mistica, quel maresciallo Pétain che nel suo essere ottuagenario rappresentò il padre spirituale di una nazione ferita, che proprio perciò tendeva a guardarsi indietro.
Studio molto affascinante, quello di Monica Caiazzo, certamente uno dei migliori lavori della storiografia italiana su Vichy. A cui si vuole muovere solo l'appunto di essere troppo sincronico e troppo poco diacronico. Ci mostra un mondo immaginario di Vichy che sembra molto potente e parte subito sfoderando tutte le sue armi. Forse però la granitica selva di miti e di simboli ebbe minor diffusione di quanto auspicavano e credevano i funzionari della propaganda. O, meglio, ebbe certo una sua forza, ma nella fase iniziale di Vichy, diciamo fino al 1941. Nelle fasi successive i miti vichysti si indebolirono. Segno che l'educazione alla democrazia, in Francia cominciata nel 1789, aveva diffuso i suoi vitali anticorpi contro il virus totalitario. E se la maggioranza dei francesi in un primo momento si riconobbe in Vichy, poi, tra la religione politica della patria e la religione della libertà seppe scegliere la seconda. Marco Gervasoni
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