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Anno edizione: 2020
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Anno edizione: 2022
Splendida conferma del talento di Piera Ventre, Sette opere di misericordia è uno dei romanzi piú importanti mai apparsi su un periodo cruciale della nostra storia recente, quello in cui una città – la Napoli post-terremoto – e il paese intero si misurarono con la perdita dell’innocenza
Napoli, giugno 1981. La casa è nel cimitero della città. Una città che è a stento in piedi, piena di puntelli, intelaiata di tubi Innocenti aggrappati al tufo, di palazzi vacillanti e inabitati dove l'oscurità e l'umido la fanno da padroni. Cristoforo Imparato fa il custode del cimitero. Il vetro al posto dell'occhio che una scheggia di granata si è portato via, non è stato sempre un camposantiere. Impiegato in una tipografia, era riuscito ad avere persino un paio di stanzucce a Materdei, un quartiere al centro della città. Ma poi, fallita la tipografia, l'esistenza sua, e di Luisa, Rita e Nicola, la moglie e i figli, si è arrevutata, come dice lui. Così, Cristoforo ha scavato un fosso nel dispiacere tumulandoci qualsiasi sconforto subíto e inflitto. A casa Imparato trovano un giorno asilo Rosaria, una ragazza amica di Rita che, rimasta incinta, non sa se ammantare di menzogna il suo sbaglio, e Nino, il giovane dal nome corto, il figlio del compare di nozze di Cristoforo e Luisa, ospite a Napoli prima di trasferirsi in Germania. Nino fa amicizia con Nicola, il bambino di casa, gli chiede le cose sulla luna, vuole guardare col suo telescopio, poi un giorno scompare, lasciando un cardillo e una caiòla per donna Luisa, «per le sue cortesie, e per il disturbo». Che misericordia e castigo siano così intrecciati da confondersi è la cruda verità che travolge casa Imparato in quell'estate del 1981, l'estate in cui Alfredino Rampi cade nel pozzo a Vermicino e la salvezza del bambino è invano attesa «come la nascita di un Cristo Redentore».Recensioni pubblicate senza verifica sull'acquisto del prodotto.
Le vicende si svolgono in un arco di tempo che va dall’immediato post-terremoto del 1980 all’estate del 1981, in una Napoli vitale nonostante la precarietà, testimoniata dai tubi Innocenti che sostengono i pericolanti edifici in tufo. Al centro del racconto c’è la famiglia Imparato: il capofamiglia, Cristoforo, privo di un occhio dai tempi della guerra, che dopo la chiusura della tipografia presso cui lavorava si trova a dover accettare il posto di custode del cimitero, con annesso alloggio, in cui si trasferirà con la famiglia; la moglie Luisa e i figli, la sedicenne Rita e l’undicenne Nicola, fragile e sensibile, bullizzato dai compagni di scuola. Nel “serraglio” della narrazione hanno un ruolo significativo anche altri personaggi, soprattutto Lorenzo Guerrini, bellissimo insegnante di Storia dell’arte, rampollo di un’aristocratica famiglia toscana, che fa perdere la testa alle sue allieve e ha una liaison con Rosaria. Una narrazione “strabordante”, volutamente esagerata ma sempre “necessaria”, oltre che coinvolta e partecipe, quella di Piera Ventre e la lingua scelta è a sua volta protagonista: un impasto linguistico carico di napoletanismi e intriso di una carnalità dolente ma al tempo stesso vitale. Insieme all’arte e alla musica, il filo conduttore che percorre tutto il racconto è la contemporanea triste vicenda di Alfredino Rampi, il bambino caduto nel pozzo e ingoiato nelle viscere della terra (il ventre, ancora). La lunga diretta televisiva che tenne una nazione intera incollata ai teleschermi non si concluse con il lieto fine, ma in casa Imparato, al termine delle sette “stazioni”, si comincia forse a vedere un futuro più luminoso. Con gli omaggi più o meno espliciti (soprattutto Ortese e Morante), questo intenso e godibilissimo romanzo di Piera Ventre propone una voce definita e autorevole, una delle più significative della nostra letteratura contemporanea, a mio parere.
Bello e intenso, un po' cupo perché molto molto nostalgico, ma dall'anima profonda questi personaggi.
Sembra la storia gestazionale dell'universo, pullula di vita, di epoche, di microcosmi che sembrano piovuti giù dalla luna. Sospesa tra cielo e terra, riemersa miracolosamente dai flutti di un mare che bagna Napoli. 1981, da un episodio di cronaca che ha destato l'attenzione dell'Italia intera, quello che ha fatto parlare notte e giorno del dolcissimo Alfredino, finito in un pozzo, l'autrice scolpisce con la sua forza intellettuale la realtà napoletana con i suoi profumi pasticceri, le spezie e gli aromi. La famiglia è una istituzione che viene a delinearsi già dalle prime pagine, ma che assume uno spessore caratterizzante verso la metà del libro,una frattura tra la teoria che la vede come nido di affetti e la pratica che ne sonda "ogni dispiacere, ogni successo, ogni ostacolo, ogni gioia...erano di ciascuno e di tutti", perciò "l'unica redenzione...era la menzogna". L'amore "un torpore, una pacificazione che le fluiva nei muscoli, nelle ossa, nel suo stare al mondo in modo esatto...una forza gentile che posava le mani sulle spalle...non ti puoi sbagliare ". La città come un ventre enorme che accoglie, ci camminava per quella città, mangiandola assieme al cibo. Attorno a questi grandi temi edificano le proprie illusioni i personaggi, Cristoforo, Luisa, Rita e Nicola che, strabico, guarda con un occhio verso la luna e i pianeti , laddove il silenzio astrale gli rivela misteri sussurati che gli uomini comuni non sanno cogliere. Rosaria che è rimasta inguaiata e deve rinunciare a fare l'attrice o la modella, quando il corpo bellissimo e perfetto si concede e manda la ragione in vacanza, poi c'è il professor Guerrini che da Pisa quasi per dispetto andrà ad insegnare Arte in un liceo di Napoli, per contrastare la sua ricca famiglia. Incroceremo il quadro di Caravaggio che ritrae le opere di misericordia pronte a divenire nel libro azione pura. E i personaggi salgono dai bassifondi e vengono stagliati su una tela.
Recensioni
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