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Trompe l’oeil, inganna l’occhio: è la tecnica che Paula apprende in un corso di pochi intensi mesi che indirizza la sua esistenza, facendola uscire dall’incertezza in cui si era impantanata alle soglie dell’età adulta. Quel che pare un mero lavoro artigianale, un esercizio copiativo lontano dalla creatività del pittore, si rivela essere attività sfaccettata e complessa. Al netto del bagaglio tecnico, Paula scopre che le serve l’immaginazione, studiare la storia di quello che vuole riprodurre, si tratti di una variante di marmo, di un albero o di un animale. La tesi su un guscio di tartaruga passa dai ricordi d’infanzia (i giochi in giardino coi cugini), dai resoconti di viaggi esplorativi esotici e dai manufatti creati con quel materiale. Paula sperimenta lavori precari, cantieri piccoli e grandi, si sposta in Italia e si ferma a Cinecittà, dove la decorazione serve a fornire l’illusione di un epoca passata che torna a vivere sullo schermo, dando nuova linfa alla Storia. L’ultimo progetto è una sorta di ritorno alle origini della pittura, la perfetta replica dei dipinti rupestri di Lascaux, un sito ormai precluso allo sguardo comune per preservarne l’integrità e quindi disponibile solo come riproduzione. L’approdo di Paula è l’immedesimazione con una donna che millenni prima entrò nelle grotte per lasciarvi la propria testimonianza pittorica. La parabola vocazionale si accompagna a quella sentimentale e umana, passando dall’esperienza collettiva del corso per arrivare alla consapevolezza dell’amore, ad un legame che promette stabilità e completamento. De Kerangal ancora una volta crea una splendida illusione letteraria, rinnova il romanzo di formazione con una lingua insieme tecnica e poetica che si snoda nei consueti lunghi periodi che scandiscono il ritmo e la musicalità della narrazione.
È un romanzo di formazione, sentimentale e artistica. Via via che Paula sviluppa la sua competenza nel dipingere, anche la sua capacità di vedere il mondo si arricchisce, nota i particolari, distingue le sfumature di colore. E il lettore con lei. Inutile cercare una trama, qui conta lo stile narrativo, molto vicino alla poesia. Sarebbe stato meglio se i lunghissimi periodi interrotti da innumerevoli virgole fossero stati stampati a versi, andando a caporigo a ogni virgola: sarebbe stato più evidente che si tratta di un romanzo anomalo, in prosa poetica, da centellinare come un cognac.
Una ragazza giovane e un po’ senza arte né parte trova un ruolo singolare e nuovo: imparare la decorazione in una scuola severissima di Bruxelles. Lì starà sei mesi e tornerà “grande”. E’ un romanzo di formazione, perché ci racconta come una “figlia di famiglia” che vive ancora coi suo a Parigi pian piano “diventa grande”: farà lavori di ogni genere in quel campo, da dipingere pareti a fare scenari per il cinema. Ma nello stesso tempo ci racconta del sottile muro che separa l’arte dell’artigianato (fare un’imitazione così perfetta di un marmo usando colori e pennelli, non è un po’ arte?). Ci racconta della difficilissima acculturazione dei decoratori, che devono imparare a imitare tutto con cura (il racconto delle sedute della scuola di Bruxelles è impressionante, ma è anche una meditazione sull’arte e le sue radici: alla fine Paula è ingaggiata per la riproduzione dei disegni/graffiti di Lascaux, e mentre lavora si sente compagna di quei nostri antenati. Lo stile del racconto è particolare: è come se l’autrice si sentisse premere da dietro le spalle, come se volesse affrettarsi a raccontare in una scrittura turbinosa, tutta al presente, ansiosa in qualche modo, ma non scorrevole.
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