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Libro presentato da Lia Levi nell’ambito dei titoli proposti dagli Amici della domenica al Premio Strega 2026.
Tanto domani muori è un libro prezioso, per la lingua, lirica e capace di colpire al cuore chi legge, per la ricostruzione di un mondo familiare e il passaggio di un’epoca, per la capacità di trasformare il dolore in arte e un romanzo di formazione in un racconto universale, in una riflessione al tempo stesso intima e politica sull’appartenenza, il lutto, il riscatto, simbolo di un’intera generazione sospesa tra sacrificio e desiderio di futuro.
«Un procedere, grazie a un narratore onnisciente e a una lingua sorvegliata, che permette di attraversare il Novecento dal secondo dopoguerra, con il boom sullo sfondo e l'arrivo della linea materna della famiglia di Anna dalla Toscana a Milano.» - Alessandro Beretta, La Lettura
“Casa auto lavoro / tanto domani muori”. È scritto su un muro poco lontano dalla ferrovia, nella periferia nord di Milano, vicino a casa di Anna, che ha sei anni e un rumore che le abita la testa, un cubo che rotola nel buio mentre nella stanza accanto il padre russa e la madre veglia i propri fantasmi. Al terzo piano dell’edificio in klinker marrone dove abitano, Anna osserva i suoi genitori consumarsi. È figlia di un operaio, Nino, che sognava di fare il calciatore e ora cerca la felicità nelle cose semplici, e di Adriana, che è nata in Toscana, vicino al mare, non lavora ed è segnata da una malinconia che non trova nome né sollievo, dalla costante paura della disgrazia. Una disgrazia annunciata durante l’infanzia dalla Canuta, una sorta di spettro che popola incubi e racconti familiari. Accanto a loro Anna cresce, la bambina introversa e accondiscendente si trasforma in un’adolescente piena di domande, in cerca di una voce che non sia solo eco del mondo da cui proviene, mentre gli anni Settanta trasformano il Paese. Finché le crepe del mondo si spalancano anche nella sua vita, e la tragedia, che sua madre da sempre attendeva, diventa realtà. Antiniska Pozzi ha la voce di chi è abituata a scrivere poesia, e si vede.
Proposto da Lia Levi al Premio Strega 2026 con la seguente motivazione:«Una storia di genitori e figli sì ma che, fin dall’inizio, si presenta molto lontana dalle modalità di espressione sul tema famiglia così tanto frequentata dall’odierna letteratura. In questo racconto si sono invece irruentemente fatte strada intonazioni di autentica poesia accompagnate da un umorismo acuminato (quasi al limite della crudeltà) quando si raffigurano i personaggi di quel sradicato gruppo famigliare. A chiudere il gioco citazioni classiche che si infilano ogni tanto di soppiatto. Ci troviamo quindi di fronte a una specie di poemetto? Neanche per sogno. Poesia, sottile umorismo e mondo greco-latino sono solo gli spezzoni dono di una storia quanto mai realistica con genitori che in assoluta buonafede considerano educazione punire con cinghiate sulle gambe i bambini che sbagliano. [...] Un libro intenso, scavato dove duri colpi del destino si intrecciano alla leggerezza di volatili parole. Tutto sotto alla volta delle contraddizioni che incombono su di noi esseri umani. Va da sé che puntualmente mi ha fatto pensare alle mie contraddizioni, ma in fondo in fondo c’è sempre la gioia di una lettura a salvarci.»
Recensioni pubblicate senza verifica sull'acquisto del prodotto.
L'ho acquistato casualmente dopo la presentazione dell'autrice. Inizialmente l'ho trovato molto leggero, poi procedendo la lettura pone vari temi interessanti su cui riflettere. Ho adorato le parti dove compariva la Canuta, una descrizione molto toccante, su come influisce sulla vita dei protagonisti. Tra l'altro le aveva lette l'autrice durate la presentazione per cui risentivo ancora la sua voce mentre le leggevo. Contenta di averlo letto.
Breve romanzo di formazione, non del tutto riuscito, che narra le vicende di Anna e della sua famiglia operaia che vive a Milano. Il passaggio da una generazione all'altra è fatto di dolore e incomprensioni. Alla fine la protagonista si sente estranea alla classe di provenienza e a quella di approdo, la borghesia benestante. Lettura agevole, ma che scorre senza suscitare emozione. La conclusione appare piuttosto sbozzata. Potabile, ma niente più.
Recensioni
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