A soli trentanove anni, John Freeman è una delle più influenti figure dell'editoria al mondo. È stato direttore della prestigiosa rivista "Granta" dall'ottobre del 2009 al luglio di quest'anno, quando ha lasciato in polemica con il nuovo editore, Sigrid Rausing, proprietario della multinazionale TetraPak. Scrive per la "New York Times Book Review", "The Guardian" e "The Wall Street Journal". È stato presidente del National Book Critics Circle dal 2006 al 2008. Non deve meravigliare, quindi, che dopo La tirannia dell'e-mail (Codice, 2010; cfr. "L'Indice", 2010, n. 7), una sorta di manifesto della slow communication in cui l'autore tenta di riaffermare la superiorità umana sulla dittatura delle tecnologie digitali, pubblichi ora, sempre per Codice, Come leggere uno scrittore. Si tratta di un volume piuttosto inusuale per l'editoria italiana. Contiene ben cinquantacinque conversazioni ma forse sarebbe più giusto dire ritratti, o racconti con alcuni dei più grandi autori contemporanei, per lo più anglo-americani ma non solo (l'elenco comprende, tanto per dire, anche otto premi Nobel: Soynka, Gordimer, Morrison, Heaney, Grass, Kertesz, Lessing e Mo Yan). Il volume si apre però con un racconto vero e proprio di Freeman (U and me. Ovvero, quello che ho imparato dalla mia venerazione per John Updike), mascherato da prologo, che vuole essere, nella forma di cronaca di un'"educazione sentimental-letteraria", una dichiarazione d'intenti rispetto a quel che leggeremo dopo: Freeman ci mette in guardia, in definitiva, sui rischi che si nascondono dietro la vocazione alla lettura. E come, ancor più, questa vocazione diventi rischiosa quando un lettore ha l'opportunità di incontrare e rivolgersi direttamente a uno scrittore che ama: "È questo il rischio che si nasconde dietro ogni intervista, dietro ogni profilo biografico: quello di incatenare troppo la vita di un autore alle sue opere". E tuttavia Freeman riesce, nel corso del libro, ad affrontare tutto questo con la consapevolezza che gli viene dall'essere, ancor prima che lettore e scrittore, uno dei più importanti editor presenti sulla scena mondiale (Rushdie, Ferris, Saunders, Oe, Winterson, Hemon, questo solo un parzialissimo elenco di scrittori con cui ha lavorato). Come sovente accade con raccolte di questo genere, non tutti i materiali presenti sono della stessa qualità, ma alcuni dei ritratti (o confessioni) sono davvero bellissimi. Seamus Heaney, per esempio, a proposito delle sue frequentazioni con i poeti Elizabeth Bishop e Robert Lowell, dice: "Il punto non è tanto che dai grandi poeti si impara, quanto la conferma che deriva dall'esser preso seriamente, dal sentire che si è sulla stessa barca". John Updike confessa invece: "Quando ho cominciato, negli anni cinquanta (
) dovevamo solo scrivere, e più o meno finiva tutto lì; il resto non era una nostra responsabilità. Adesso pubblicare il libro è solo l'inizio della storia, perché poi ti tocca uscire a andare a venderlo". Dalla lettura si apprende che Joyce Carol Oates, una delle più prolifiche scrittrici americane di tutti i tempi, conserva i dattiloscritti dei suoi romanzi non ancora pubblicati in una cassettiera a prova d'incendio. E che Raymond Carver non fu particolarmente colpito dai primi racconti di Richard Ford, quelli che poi confluirono in Rock Springs. Vale anche la pena di ricordare, poi, le pagine commoventi dedicate al decano tra tutti gli autori presenti, l'ormai novantatreenne Lawrence Ferlinghetti, che racconta della sua leggendaria libreria di San Francisco, la City Lights. Una delle prime al mondo aperta fino a tarda sera, sette giorni su sette, e dove ci si poteva fermare a leggere senza comprare nulla e questo tanto, tanto tempo prima dell'avvento delle catene librarie che ormai monopolizzano il mercato librario ("Ci stanno copiando!" dice, con tutta l'ironia del caso, Ferlinghetti). Come leggere uno scrittore è "il libro per chi ama i libri" recita lo strillo dell'editore in quarta di copertina. Ma forse non è proprio così. Il libro di Freeman, al contrario, potrebbe (e dovrebbe) essere uno strumento utile a chi ancora i libri non li ama, per chi non conosce la maggior parte degli scrittori che Freeman incontra (e ce ne sono alcuni che, in Italia, possono considerarsi davvero misconosciuti, ancorché pubblicati da grandi editori). Anche se poi verrebbe da chiedersi: chi, indotto dalla curiosità cui sicuramente il libro di Freeman induce, si recasse in una qualsiasi libreria, troverebbe negli scaffali qualche titolo di Marilynne Robinson o di Toni Morrison o magari di Antonia S. Byatt, tanto per citare tre nomi? Provare per credere. Martino Gozzi
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