Il complotto contro l'America

Philip Roth

Traduttore: V. Mantovani
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2005
Pagine: 410 p., Rilegato
  • EAN: 9788806173173
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Recensioni dei clienti

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    Annarita

    01/03/2016 21:51:38

    Un bambino ebreo è la voce narrante di questo romanzo nel quale Roth immagina uno scenario alternativo alla rielezione di F. D. Roosevelt durante la seconda guerra mondiale. Gli Stati Uniti non entreranno in guerra e gli ebrei americani vivranno l'angoscia dell'antisemitismo e delle discriminazioni. Durante un viaggio a Washington, città emblema e sede del governo liberale e democratico, avrà inizio il crollo delle certezze della famiglia Roth, osservato dallo sguardo del figlio minore che vive la fine della propria infanzia: scopre la vulnerabilità e fallibilità del padre, il quale è ostinato nella convinzione che l'antisemitismo non possa attecchire nella terra dove i sogni e le speranze si realizzano. Roth, in questo libro verosimilmente autobiografico, racconta le paure della sua infanzia, sia quelle sperimentate da ogni bambino di quella età, sia quelle procurate dalla sua appartenenza religiosa, ma anche le paure della sua famiglia e degli ebrei tutti che in ogni luogo, pure in quello che meglio sembra rappresentare l'optimum della democrazia e delle libertà, sanno di dover temere per la propria sopravvivenza. Da quel momento in poi per la famiglia Roth e la comunità ebraica di Newark e dell'intero paese avrà inizio un triste periodo di inquietudine, di tormentata incertezza, di frustrante impotenza, in cui la speranza e la paura si alterneranno destabilizzando le loro vite e in cui si verificherà ciò che fino ad allora era stato addirittura impensabile. Questo libro reinventa il passato ma il quadro immaginato potrebbe essere collocato anche nel futuro; è un monito, un richiamo alla precarietà degli equilibri sociali e democratici, per ricordare che nulla può essere dato per scontato e con quale facilità il populismo può prendere piede e distruggere in poco tempo e con incredibile semplicità la società dei diritti che crediamo definitivamente acquisita. Spunto originale condotto molto bene fino alla conclusione finale che appare, purtroppo, sbrigativa.

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    Andrea

    30/10/2005 17:58:08

    Sinceramente brutto. E due volte brutto perchè è di Philip Roth che si sta parlando. Probabilmente uno de più grandi.Ma non questa volta, di sicuro. Delusione

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    PAMPLEMOUSSE

    20/10/2005 18:18:31

    Ho letto altri libri di Roth da "Pastorale..." al "Lamento..." e in questo, che pure conserva maestria, impianto e forza introspettiva, non ho trovato la solita magia, non è scattato nessun interruttore... che dire, anche i maestri a volte steccano oppure si usurano nel proprio universo tematico a forza di declinarlo.

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    Luigi Ravanetti

    11/10/2005 20:04:10

    Non è il solito Roth e si vede. Il Roth della trilogia è immenso, un grandissimo. Quello del "complotto" scade nell'intrattenimento, desideroso, forse, di fare per una volta "cassetta" ed esaudire il grande pubblico che è sempre un critico troppo ingenuo e impreparato. A tratti si rivede la scrittura che ha fatto di Philip Roth un fuoriclasse, ma la struttura complessiva del romanzo è debole: il punto di vista del Roth bambino che vive la paura dei suoi genitori e della comunità ebrea di Newark sembra troppo acuto e maturo per un ragazzino di quell'età. La vicenda del cugino Alvin qualcosa di assolutamente "non necessario", che appesantisce la struttura di tutto il racconto. La figura di Lindbergh, il Presidente americano "antisemita da salotto", è senza spessore, preconfezionata. Per l'intensità emotiva che esprime, la storia del povero Seldon colpisce e ci fa rivedere uno sprazzo del Roth che conosciamo. In conclusione il romanzo si merita una sufficienza stretta. Roth si avventura nel romanzo storico "what if..." e ci si perde. Il suo straordinario talento lo salva in extremis ma l'impressione generale è quella di un romanzo scritto con poca forza espressiva, senza la grande partecipazione emotiva che caratterizza i romanzi della "trilogia".

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    Vittorio Caffè

    06/09/2005 19:02:47

    Io, lo confesso, sono un ignorantone che fino a quest'anno non aveva mai letto Roth. Forse perché troppo decantato, non so... be', quand'esce un sano romanzo di universi paralleli (che questo è) scritto da Roth mi dico, e proviamo! Be', non sono stato affatto deluso. Il finale, come ha notato qualcun altro, è fiacchetto, però tutto quel che c'è nei primi due terzi è poderoso. Certo, l'idea non è originalissima, ci aveva già pensato l'immenso Philip K. Dick dell'Uomo nell'alto castello (anche noto come La svastica sul sole), però Roth rielabora il tema in modo del tutto originale. E dopo essermi sparato questo sono andato a leggere Lamento di Portnoy, che non avevo mai letto, e cavolo, mi sono reso conto che è quasi la stessa storia, o meglio, mi correggo, sono gli stessi personaggi, solo che cambia il mondo attorno a loro, e allora mi sono reso conto della sublime finezza di questo romanzo di fantastoria che ribalta il ritratto della famiglia ebraica americana in Portnoy, e lo fa da grande maestro. Insomma, sono due libri che andrebbero letti l'uno dopo l'altro, cominciando da uno qualsiasi dei due, non è importante, basta metterli insieme e uno illumina l'altro e viceversa. E se non l'aveste capito, guardate che Lindbergh è Bush (questa non l'ho scoperta io, l'ho letta da qualche parte).

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    filippo

    24/07/2005 20:36:19

    Grande Philiph Roth. Piu' invecchia, piu'le sue storie diventano coinvolgenti, la sua scrittura leggera ed elegante,le sue invenzioni paradossali e spumeggianti. A 72 anni continua ad essere il migliore, mentre il Nobel continua ad andare a scrittori modesti, spesso neanche in grado di allacciare le scarpe a questo autentico gigante della letteratura. Secondo forse solo a Saul Bellow, ma quanto piu'"terrestre" e vicino a noi! Un classico del '900, che sarà ricordato ( e letto) a lungo anche nel 2000. Il "Complotto" non vale forse "Ho sposato un comunista" o "La Pastorale Americana" ma compone con questi due romanzi una trilogia formidabile, dove ognuna delle 3 opere descrive magistralmente un decennio.

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    Martina frammartino

    03/07/2005 17:10:49

    L’ipotesi che la Seconda Guerra Mondiale avrebbe potuto svolgersi in un modo molto diverso da quello narrato dai libri di storia ha affascinato parecchi scrittori in questi ultimi decenni. Come sarebbe stata la realtà di oggi se il nostro passato non fosse stato quello che conosciamo? A questo interrogativo avevano già risposto, fra gli altri, Dick, con il suo consueto stile visionario, Richard Harris, con un thriller dai risvolti inquietanti, e Turtledove, con il suo recente, bellissimo, “In presenza del nemico”. Adesso Roth ripropone questo stesso tema attraverso gli occhi, ormai adulti, di un bambino, voce narrante ne “Il complotto contro l’America” e vero e proprio alter-ego dello scrittore. Il giovane Phil assiste impotente alla graduale trasformazione dell’eroe dei cieli Lindbergh in una minaccia per la sua famiglia e per il mondo in cui vive. L’Aquila solitaria, infatti, riesce a sconfiggere alle elezioni presidenziali del 1940 Franklin Delano Roosvelt garantendo al Paese che nessun americano sarebbe morto nella nuova guerra divampata in Europa. Questa politica di non-intervento, unita alle sue idee filonaziste, guadagna al presidente l’immediata avversione dei genitori di Philip e di quasi tutta la comunità ebraica. L’eccezione, drammatica, si trova all’interno della stessa famiglia del protagonista: la sorella della madre, infatti, vede nei cambiamenti apportati da Lindbergh una grande opportunità per il suo popolo, causando involontariamente una spaccatura all’interno del piccolo nucleo familiare. Movendosi sul difficile filo di ciò che sarebbe potuto accadere, Roth costruisce un romanzo affascinante, nel quale piccoli eventi quotidiani vengono trasfigurati dall’immaginazione di un bambino e dominato da una paura incombente per qualcosa che esita a rivelarsi ma rifiuta di scomparire. L’unica pecca, a mio avviso, è riscontrabile nel linguaggio: periodi troppo lunghi a volte rendono la narrazione poco scorrevole e di difficile lettura.

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    Blackdog

    12/06/2005 14:45:54

    Bello, impegnativo, aspetto con ansia il prossimo..

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    Lorella

    08/06/2005 22:18:06

    Bello, bello, bello! Si torna a respirare l'aria di "Pastorale americana", secondo me, anche se in una fanta-America. A volte alcune pagine sono un po' noiose, ma il libro è splendido comunque.

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    Marco P.

    09/05/2005 13:25:00

    il Roth piú debole degli anni novanta, il ché non significa che il libro non sia sostanzialmente superiore a ció che si trova mediamente in libreria di questi tempi. Forse l´ambizione di descrivere uno spaccato di "fanta-storia" ha preso la mano allo scrittore, piú a suo agio con caratteri umani e realismo. Qui a volte si dimentica per strada personaggi, tira via situazioni, e lo stesso tema fantapolitico mostra la corda diverse volte. Rimangono (non é poco) la sua scrittura somma, la descrizione di alcuni caratteri, i soliti ritratti di ambiente ebrei, e - questo dice tutto - la postfazione documentaria

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    Andrea

    02/05/2005 15:21:14

    Mi ha deluso. Il bello di questo libro non sta nell'analisi di come avrebbe potuto essere il mondo se l'america avesse avuto un governo filo nazista nel periodo storico hitleriano, ma piuttosto nelle sensazioni, nelle paure, nello sbigottimento che una famiglia ebrea avrebbe potuto vivere se questa ipotesi si fosse realizzata. Incredulità, rabbia e poi terrore che devono aver vissute le analoghe famigli di ebrei tedeschi. Peccato che il tutto venga banalizzato, sciupato da una fine troppo veloce, superficiale, banale.

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    Clod

    26/04/2005 01:16:10

    E' sempre interessante chiedersi come sarebbero andate le cose "se..." in questo caso "Se l'America fosse stata governata da un presidente filo-nazista durante la seconda guerra mondiale?" P.s. non ho mai capito una cosa: tutti i lettori votano 1 se il libro non è piaciuto e 5 al contrario. E' dal 1977 che in Italia non c'è più solo il "bianco e nero"...

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    Emanuele

    14/04/2005 14:54:29

    Molto bello, anche se ritengo l'autore incline a divagazioni narrative che appesantiscono la storia.

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    Michael

    14/04/2005 14:23:29

    Un libro eccezionale che ci fa riflettere su come sarebbe stato il mondo intero se gli Stati Uniti non fossero intervenuti nella seconda guerra mondiale. Io non sono assolutamente pro USA, considerate che i miei autori preferiti sono Gore Vidal, Norman Mailer e per l' appunto Roth, però occorre saper distinguere tra le azioni del passato e quelle attuali e soprattutto tra grandissimi presidenti e soprattutto uomini come Franklin Delano Roosevelt e persone come Bush che non hanno nulla a che spartire con questi "mostri sacri" della storia. Tornando al libro posso dire che la narrazione scorre in modo perfetto raccontando il periodo che va dalla campagna elettorale del 1940 al mese di ottobre del 1942. Il racconto è un misto ben riuscito tra realtà e fantasia ed in questo Roth assomiglia molto al Vidal di L' Età dell' Oro, Impero, Burr, Lincoln, 1876, Hollywood e Washington DC che sono per me dei capolavori assoluti! I protagonisti del libro sono tutti i membri della Famiglia Roth, e per questo aspetto si può dire che il libro sia autobiografico. Abbiamo il padre di Philip, Herman, e la moglie Bess, ebrei moderni e fieri di vivere in una terra come gli USA con un Presidente come FDR. Abbiamo il fratello di Philip, Sandy, di 5 anni più grande, che mette in dubbio per primo le sicurezze della famiglia lasciandosi trasportare dalla sorella di Bess verso i programmi introdotti dalla nuova amministrazione repubblicana per avvicinare le minoranze al resto del Paese. Abbiamo soprattutto la figura di Charles A. Lindbergh, l' aviatore che ha realizzato la prima transvolata oceanica e che è riuscito a battere Roosevelt alle elezioni. Qui entra la fantasia, ma è qui che il libro diventa sublime secondo me! I voli che il Presidente fa con il suo aereo sopra Washington, i patti di non aggressione con la Germania Nazista e con il Giappone, firmati da Lindbergh, la cena offerta a Von Ribbentropp alla Casa Bianca fanno capire benissimo quale sarebbe stato il futuro del mondo se non ci fosse stato Roosevelt alla guida degli Usa.

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    giancarlo

    12/04/2005 10:10:32

    una nuova incursione nella fenomenologia di hegel, un approfondimento ulteriore delle possibilità della storia e della capacità degli eventi contingenti di costruire a posteriori, in forma romanzata, un Contropassato-prossimo( guido Morselli)

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    Vincent

    29/03/2005 11:33:16

    Le svolte "possibili" della storia costituiscono spesso un'interessante opportunità per la fiction; non sempre le operazioni che ne derivano mantengono però le attese. Nel caso del romanzo di Roth, che racconta la fantastoria attraverso elementi e struttura autobiografici, il risultato è suggestivo e riuscito. Roth assicura di non aver voluto fare parallelismi con l'America desolata e avvilente di oggi. La storia la fanno, nel bene e nel male, i grandi uomini e Roosevelt, per fortuna, fu uno dei più grandi.

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    Aldo Funicelli

    28/03/2005 19:11:11

    Quanto c'è di immaginario e quanto c'è di vero nel libro di Roth? L'antisemitismo di Lindbergh (e di Ford, che nell'ipotetico governo assume il ruolo di ministro) era reale. Rappresentava un sentire comune nella società americana: un antisemitismo alimentato dalle comunità di immigrati europei, che si intrecciava nell'intolleranza nei confronti dei neri. Reali sono stati anche il Ku Klux Klan, i bundisti tedesco-americani, il partito di America First e il partito Nazista americano. Perchè è un libro da leggere: perchè appartiene alla categoria di quelli che ti allargano gli orizzonti. Ti fanno sorgere delle riflessioni: allora (in questa storia ipotetica) era la paura della guerra a spingere l'America verso l'isolazionismo. L'illusione di poter chiudere gli occhi e non vedere il nazismo, la repressione dei diversi (ebrei, in primo luogo, ma anche gli oppositori), la guerra e poter scendere a patti con esponenti del nazismo. Stringere quelle mani e non accorgersi che quelle mani sono ora sporche di sangue. Oggi il mondo occidentale, e l'America per prima, ha paura di tutto ciò che sta all'esterno dei propri confini: la paura del terrorismo sta portando ad altre chiusure. La storia che il libro di Roth racconta è ancora attuale.

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    Monica

    21/03/2005 15:24:28

    L'attacco di questo libro lascia senza fiato ... Io già amavo molto Roth, ma scoprire che, pur essendo un maschio, sa mettersi così bene nei panni, e soprattutto nella testa, delle donne (come fa nella terza pagina del romanzo), me lo ha reso ancor più congeniale. Vorrei che leggessero "Il complotto contro l'America" i pacifisti "senza se e senza ma": io non amo la guerra, né ho trovato giusto che gli USA intervenissero in Iraq, ma questo libro ti fa immaginare il Novecento senza l'intervento degli americani nella Seconda guerra mondiale, e, vi assicuro, l'effetto è da brivido ...

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    cris

    20/03/2005 19:54:13

    è un libro che mostra la fragilità della democrazia, svelando i meccanismi "banali" che possono portare al fascismo: l'intolleranza, il razzismo, il fondamentalismo, l'individualismo. Il libro mi è piaciuto molto, come tutti quelli che ha scritto Roth.

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Ci sono compositori poco più che bambini, e pittori che danno il meglio di sé in età quasi decrepita. Con gli scrittori di regola è diverso: prima di padroneggiare l'arte del romanzo ci vuole di solito un bell'apprendistato, e un'energia – un vigore anche fisico – nell'esecuzione, cui non sempre è possibile accedere da vecchi. Non solo: l'invenzione romanzesca (a differenza anche di quella della poesia) è piuttosto insofferente tanto delle ingenuità dell'estrema giovinezza quanto dello sguardo troppo spassionato del disincanto. Il settantaduenne Philip Roth è una felicissima eccezione. Il suo stile era già perfettamente formato fin dal libro d'esordio, Addio, Columbus (1959); nella dozzina di titoli pubblicati fra il subito leggendario Lamento di Portnoy (1969) e il Teatro di Sabbath (1995), la sua carriera ha conosciuto molti più alti che bassi; e i romanzi che Roth ha sfornato in questi ultimi anni sono uno più bello e ispirato dell'altro, Pastorale americana (1997), Ho sposato un comunista (1998), la Macchia Umana (2000), anche il più esile L'animale morente (2001), che è un capolavoro scritto con la mano sinistra, un piccolo miracolo di scioltezza e improvvisazione.

La grande attenzione che la stampa ha riservato al suo ultimo libro sarebbe dunque già quasi interamente giustificata dalla posizione di assoluta preminenza che Philip Roth s'è guadagnato nel mondo letterario americano, e lo vede accolto – unico scrittore vivente oltre al più anziano (e premio Nobel) Saul Bellow – nella prestigiosa "Library of America", la "Plèiade" d'oltreoceano. Ma non basta: a costituire la delizia delle terze pagine, con più d'uno sconfinamento nelle sezione non letteraria di vari quotidiani, c'è il titolo del romanzo, Il complotto contro l'America, fatto apposta per solleticare letture à clef, interpretazioni attualizzanti: di che complotto si tratta, sotto il velame dell'allegoria storica? del complotto di Al-Qaeda e compagni contro la civiltà occidentale? o di quello dell'amministrazione Bush contro le libertà civili americane, quindi mondiali? o del complotto costituito dall'intrecciarsi di questi due, infinitamente più minaccioso della somma della parti?

Se Philip Roth non fosse l'autore che è, potrebbe venire il sospetto che un titolo così sgargiante se lo sia inventato l'editore, per far notizia e incentivare le vendite. No di certo, Roth che bisogno ha d'inchinarsi alle strategie commerciali? D'altro canto, per fortuna – anche se Il complotto è uno dei suoi romanzi più composti e misurati – il creatore di Portnoy e di Zuckerman non ha perso il gusto dello sberleffo: che è più smaccato in altri suoi libri più forsennati, e qui affiora appunto nel titolo e nell'immagine in copertina: un francobollo da un cent, con una veduta del parco di Yosemite (ancora la pastorale americana!), impresso col timbro di una svastica.

Potrebbe esser parte dello sberleffo anche il bellissimo scritto, The Story Behind The Plot Against America, che Roth ha pubblicato sul "New York Times" il 19 settembre 2004, un paio di settimane prima dell'uscita americana del romanzo, un mese e mezzo prima della rielezione di Bush ("un uomo inadatto a gestire un negozio di ferramenta, immaginiamoci una nazione come questa"). Lì, a dispetto della stoccata al presidente guerriero (un'ennesima dimostrazione che "Aristofane sicuramente deve esser Dio"), Roth scoraggia decisamente una lettura del suo libro in chiave di attualità, facendone risalire l'ispirazione al dicembre del 2000 (quando, per intenderci, Bush aveva appena finito di contare i voti della Florida, e l'11 settembre era ancora inimmaginabile), e insistendo piuttosto sulla dimensione storica e autobiografica: "Ci saranno lettori che vorranno considerare questo libro un roman à clef del nostro presente americano. Ma sarebbe un errore. Volevo fare esattamente quello che ho fatto: ricostruire come sarebbe potuto essere il biennio 1940-42 se Lindbergh, invece di Roosevelt, avesse vinto le elezioni del 1940. Non sto facendo finta che quei due anni mi interessino: mi interessano davvero. Furono turbolenti in America perché erano catastrofici in Europa. Ogni mio sforzo immaginativo era diretto a rendere l'effetto di quella realtà con la massima intensità, e non per illuminare il presente attraverso il passato ma per illuminare il passato attraverso il passato. Volevo che la mia famiglia vi si opponesse esattamente come vi si sarebbe opposta se la storia avesse preso la piega che io avevo mostrato nel libro e loro fossero oppressi dalle forze che io gli avevo schierato contro. Forze schierate contro di loro allora, non adesso".

A differenza d'altri romanzi futuristici o di "contro passato prossimo", Il complotto contro l'America non descrive una "distopia" quanto (cito sempre dallo scritto di Roth) una "ucronia": la storia prende una brutta piega, che s'allarga, fa danni e miete vittime, poi grazie a Dio (non Aristofane!) rientra nei binari che sappiamo – riprendendo la sua corsa non certo nel migliore dei mondi possibili, ma comunque in un mondo non brutto come quello che ha rischiato d'esistere. Cosa sarebbe successo se l'eroe della prima trasvolata atlantica, giovane e aitante, decorato da Hitler, antisemita non solo in pectore, fervente isolazionista, con lo slogan "Votate per Lindbergh o votate per la guerra" fosse salito alla Casa bianca mentre la Germania invadeva l'Europa? Gli ebrei americani non se la sarebbero vista orrendamente come i loro fratelli europei, almeno non subito. Ma l'antisemitismo già serpeggiante (magnifico il secondo capitolo, in cui Herman Roth, il padre del narratore, investe due anni di risparmi in una vacanza-pellegrinaggio a Washington con la famiglia, solo per farsi insultare come "fanfarone ebreo") fa presto a organizzarsi sotto gli auspici governativi: dapprima con un programma di lavoro estivo per giovani ebrei (come Sandy, il fratello del Philip) presso famiglie di agricoltori di ceppo provatamente ariano, poi con la dislocazione di intere famiglie ebree, saldamente urbane, in aree rurali tradizionalmente razziste: il Ku Klux Kan non aspetta altro, e prima che Lindbergh molto appropriatamente sparisca nei cieli, negozi e abitazioni vengono distrutte, e il sangue è versato.

Roth si muove magistralmente dal piano della storia pubblica a quello della storia privata, e quanto più il primo è plausibilmente deformato tanto più il secondo è riconoscibile e domestico, onorato nella misura d'una sua indefessa decenza. Calato in un inferno fantastico ma affatto verosimile, ambientato in gran parte nella nativa Newark, il Complotto contro l'America è forse il romanzo più serenamente autobiografico di Roth: un Lamento di Portnoy dove il grottesco, monopolizzato dalla storia, lascia indenni – e molto più umane – le figure familiari dei genitori e della gente comune (come, per fare un solo esempio, nella scena in cui Philip bambino si chiude per sbaglio in gabinetto, poi non riesce a uscire ed è preso dal panico finché la madre d'un amico non accorre a "salvarlo", che sembra una rivisitazione in chiave amorevolmente "eroica" della famigerata pagina in cui Portnoy si chiudeva in bagno a masturbarsi, con sua madre fuori a batter sulla porta e raccomandargli di non tirare lo sciacquone).

Perché il libro è anche – a dispetto e forse in difesa della storia impazzita – un classico "romanzo famigliare" (anche nel senso freudiano dell'espressione): dove alle solitudini dell'infanzia un bambino reagisce cercando di fuggire di casa, fantasticando d'essere orfano; mentre un altro, più tragicamente, si ritrova davvero orfano di padre e di madre nel giro di pochi mesi; e forse un altro ancora, il figlioletto di Lindbergh, che nella storia vera fu rapito e ucciso a due anni, nella "controstoria" di Roth – o meglio nella ridda di speculazioni che ne conseguono – potrebbe essere sopravvissuto, allevato in Germania con la più scelta gioventù nazista, del tutto ignaro dei suoi veri genitori, e del complotto che – forse sotto ricatto, per garantirgli l'incolumità – essi ordivano contro l'America.

Insuperabile cantore della società americana, di cui smaschera impietosamente le profonde contraddizioni e ipocrisie, Philip Roth, premio Pulitzer 1997, autore del Lamento di Portnoy, Pastorale americana, La macchia umana e molti altri libri di successo, immagina in questo suo nuovo romanzo una controstoria degli Stati Uniti che avrebbe potuto cambiare il mondo. La vicenda, ambientata nel New Jersey degli anni Quaranta, ruota attorno a una famiglia di ebrei sconvolta dal dilagare del nazismo, non solo nel mondo ma anche nel proprio Paese. Nella finzione narrativa accade infatti che il noto aviatore, Charles Lindbergh, si candidi alle elezioni presidenziali tra le file dei repubblicani e rimpiazzi alla Casa Bianca Franklin D. Roosevelt. Animato da sentimenti antisemiti e filonazisti, Lindbergh è un fervente isolazionista che accusa gli ebrei di costituire un pericoloso gruppo di potere che cospira per coinvolgere l'America in una guerra a lei estranea. Per i Roth, padre assicuratore, madre casalinga e due figli adolescenti, la situazione si fa delicata: dietro l'angolo si profila un futuro autoritario e razzista in cui la discriminazione rischia di affondare i valori di convivenza civile che fino ad allora gli Stati Uniti si erano impegnati a salvaguardare. Dopo una serrata girandola di eventi, il quadro precipita verso l'eterna paura.
Muovendosi abilmente tra "fantastoria" e autobiografia, Il complotto contro l'America è un romanzo che coniuga personaggi ed eventi reali a risvolti immaginari che mostrano le nefaste conseguenze dell'odio razzista. Impossibile non cogliere i numerosi riferimenti autobiografici che costituiscono la fonte primaria di ispirazione del romanzo, anche se accanto al piccolo Philip al fratello Sandy e ai genitori, Herman e Bess, (reali componenti della famiglia dello scrittore) si scorgono figure inventate, come la zia materna Evelyn, che finirà per legarsi al governo in carica, o il rabbino Belgelsdorf, esponente della comunità ebraica che avvalla la politica della Casa Bianca. Questi personaggi, insieme alla folla di protagonisti della storia dell'America e del mondo in quegli anni di guerra, danno vita a una romanzo corale in cui Roth, con l'abilità del grande romanziere e attenzione alle sfumature del racconto e all'approfondimento psicologico dei personaggi, tratteggia l'affresco di una società che acquista le sembianze di incubo.