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Domenico Losurdo

Collana: Nuova cultura
Anno edizione: 1991
Pagine: VIII-252 p.
  • EAN: 9788833905952

recensione di Civita, A., L'Indice 1992, n. 2

Victor Farias in "Heidegger e il nazismo", pubblicato a Parigi nel 1987 e tradotto in italiano da Bollati l'anno successivo, condusse contro Heidegger un violento attacco frontale documentando in modo incontrovertibile il suo coinvolgimento profondo e duraturo con il regime del Terzo Reich. Il libro di Farias accese un intensissimo dibattito nel quale i partigiani di Heidegger misero in campo essenzialmente due linee di difesa. La prima era centrata sull'affermazione che l'adesione al nazismo non intacca minimamente il contenuto teorico di altissimo valore della filosofia di Heidegger. I richiami apologetici al nazismo, per quanto moralmente sconcertanti, sono soltanto degli orpelli estrinseci rispetto al significato autentico della sua opera. La seconda linea di difesa, ben più debole alla luce dei fatti documentati, tende invece a circoscrivere il coinvolgimento con il nazismo al periodo del rettorato all'università di Friburgo, tra il '33 e il '34, sostenendo che in seguito Heidegger entrò in disaccordo con il regime e addirittura si adoperò per contenerne gli eccessi. Con "La comunità, la morte, l'Occidente", Domenico Losurdo propone un nuovo decisivo capitolo sulla questione Heidegger e il nazismo - una questione che non soltanto si presenta con immediate implicazioni ideologico-politiche, ma pone anche in campo domande di significato generale che vanno al di là del giudizio sulla persona e l'opera di Heidegger. Diciamo subito che Losurdo si schiera apertamente dalla parte dei nemici di Heidegger. Le tesi antiheideggeriane formulate da Farias, e non soltanto da lui, vengono in questo libro confermate e rafforzate. Il libro ha tuttavia una struttura e degli obiettivi diversi da quelli di Farias. Differente è anzitutto la strategia dell'attacco. Il suo non è un attacco frontale a testa bassa, ma un movimento più lento, una rete inesorabile che viene tessuta paragrafo dopo paragrafo, citazione dopo citazione. È una tela di ragno che parte da lontano, dai tempi della prima guerra mondiale, e si stringe intorno a un gruppo di posizioni teoriche e politiche che Losurdo raccoglie sotto l'espressione di "ideologia della guerra". Si tratta di posizioni strettamente collegate che maturano alla vigilia del primo conflitto mondiale e si sviluppano progressivamente e minacciosamente raggiungendo la tensione massima negli anni più tragici del secondo conflitto. Nella configurazione dell'ideologia della guerra rientra in primo luogo l'enfasi sulla 'Gemeinschaft', la comunità, che è da intendere come la comunità di un popolo radicato in una terra e che attraverso la terra e la storia si afferma come unità spirituale. Durante il primo conflitto mondiale sono veramente pochi gli intellettuali che si sottraggono al luogo comune di riconoscere nella Germania l'unica e autentica comunità spirituale, minacciata dalle società borghesi e affaristiche. Nel sacrificio fino alla morte del soldato al fronte si celebrano i valori della comunità e la guerra nel suo complesso viene esaltata e benedetta sotto lo stesso segno. Un altro tema fondamentale della 'Kriegsideologie' è la storicità. L'implicazione più importante, alla quale Losurdo attribuisce giustamente un peso decisivo, risiede nella contrapposizione tra storicità di un popolo e universalità della natura umana. Affermare la storicità significava negare che gli uomini fossero uguali e avessero uguali diritti. Per gli ideologi della guerra non esiste l'uomo in generale ma esistono uomini e popoli concreti e storicamente determinati. L'autoaffermazione del popolo tedesco, anche a costo di guerre e stermini, è metafisicamente ed eticamente legittimata dalla sua storia e dal suo destino di grandezza. Infine la critica della modernità: un tema che acquisterà un'importanza sempre maggiore e che, in particolare, caratterizzerà il pensiero di Heidegger sia durante il nazismo sia dopo. Nella modernità si condensano i valori negativi che più meritano odio e disprezzo: la sicurezza e la mollezza borghese, la mancanza di un destino, la banale quotidianità, lo sradicamento dalla terra, la massificazione il livellamento di ogni differenza, e in altri termini il liberalismo, la democrazia, il socialismo, il cristianesimo. Ecco per esempio come Heidegger in una lezione del secondo trimestre del 1940 caratterizza con un esempio eloquente la differenza tra la metafisica e la quotidianità: "Quando oggi, in occasione delle più audaci imprese soldatesche delle truppe aeree da sbarco, partecipa al volo anche un aereo che filma il lancio dei paracadutisti, ciò non ha nulla a che fare col 'sensazionale' o la 'curiosità'; il diffondere, dopo pochi giorni, la coscienza e la visione di questi procedimenti è esso stesso un elemento dell'attività complessiva e un fattore dell'armamento Tale 'reportage filmato' è un procedimento metafisico e non sottostà al giudizio proveniente dalle rappresentazioni quotidiane".
Questa citazione è sufficiente a farci capire in che modo dei temi di alta filosofia, come la comunità, la storicità dell'essere, la critica della modernità, potessero essere valorizzati nella direzione ben più terrena di una grossolana retorica della guerra e dell'odio razziale. Quei temi consentivano nello stesso tempo una raffinata sublimazione perfino delle parole d'ordine più bestiali della propaganda nazista. Losurdo documenta ampiamente per esempio come gli stilemi heideggeriani spesso entrassero direttamente nei discorsi dei portavoce ufficiali del regime. L'indagine, come si è detto, parte da lontano. Heidegger è il bersaglio principale, ma l'attacco prima di arrivare a lui coinvolge con spietata evidenza alcune delle personalità più elevate dell'intellettualità tedesca del tempo. Credo che non saranno pochi i lettori che vedranno crollare o almeno incrinarsi dei miti. L'ideologia della guerra appare in Germania radicata e ramificata in modo veramente impressionante. Si comincia con Max Weber che allo scoppio della prima guerra mondiale poteva rivolgere a un gruppo di militari in licenza frasi come queste: "Ognuno di voi sa per cosa muore, quando la sorte lo colpisce. Chi rimane sul campo di battaglia, è seme del futuro. La morte eroica per la libertà e l'onore del nostro popolo è l'impresa più alta, efficace per i figli e i figli dei figli". Dopo Weber è la volta di Thomas Mann, di Jaspers, di Husserl, che vengono inchiodati a una precisa responsabilità intellettuale e morale da citazioni inequivoche. Certo, spesso si tratta di scritti o discorsi occasionali, appartenenti a una retorica della guerra che è esistita sempre e dovunque, e tuttavia le loro parole non possono non pesare come macigni e sono difficili da dimenticare. Jaspers per esempio celebra il ''cameratismo che si crea in guerra e diventa incondizionata felicità"; Thomas Mann scrive che la guerra genera il "religioso innalzamento, l'approfondimento e la nobilitazione dell'anima e dello spirito"; Husserl teorizza a sua volta che oggi, nel 1917, "l'unilaterale modo naturalistico di pensare e sentire perde la sua forza", mentre "la situazione critica e la morte sono diventati gli educatori". In altri casi la requisitoria di Losurdo appare più forzata. Egli coinvolge anche Wittgenstein e Freud, ma la lettura delle citazioni e soprattutto del contesto mostra che non vi è qui nessuna traccia di un'apologia della guerra, ma vi è soltanto il riflesso drammatico della guerra in corso sui loro universi mentali. Nessuna forzatura invece per quanto riguarda Heidegger. Se Jaspers, Mann e Husserl in modi e in tempi diversi presero nettamente le distanze dall'ideologia della guerra e dal nazismo trionfante, passando al campo avverso, Heidegger - il più grande filosofo del nostro tempo, a detta di molti - rimase sempre fedele alle proprie idee. La fittissima rete di citazioni heideggeriane che Losurdo intesse con grande sapienza stilistica, non lascia adito a dubbi: Heidegger fu nazista fino in fondo, e se ebbe dei disaccordi con alcuni esponenti del regime, questi debbono essere letti come degli attacchi portati - paradossalmente, da destra: "Il filosofo tedesco - scrive Losurdo ribadendo una tesi già sostenuta da Farias - si attende dal nazismo una rigenerazione ben più radicale... e comincia ben presto a criticarlo, pur nell'ambito di un atteggiamento permanentemente realistico, per il fatto che il partito, il regime e i suoi ideologi, a cominciare da Rosenberg, non riescono a liberarsi neppure dai residui di 'liberalismo'". La tesi più impegnativa che emerge dal lavoro di Losurdo è che in Heidegger non è tracciabile una precisa linea di demarcazione tra ideologia e teoria. Si può ammettere un'eccedenza della teoria rispetto all'ideologia, ma resta il fatto che l'ideologia attraversa orizzontalmente tutta la sua opera, e non è delimitabile a periodi o a scritti determinati. Questa tesi appare ormai difficilmente sindacabile sul piano storiografico. Da un altro punto di vista, tuttavia, essa è resa più problematica e anche più interessante da un dato di fatto: è il tempo che ha provveduto a scindere ciò che in sé stesso era unito. Col passare degli anni, infatti, innumerevoli studiosi esistenzialisti, fenomenologi, marxisti, ermeneuti, puntando l'attenzione su aspetti sempre diversi dell'opera di Heidegger, l'hanno purificata dalla particolarità degli eventi e delle miserie della storia. Per costoro ciò che Losurdo qualifica come eccedenza, è la vera sostanza della filosofia di Heidegger. Ed è in nome di questa sostanza che essi difendono il filosofo a rischio di stravolgere i fatti storici. Ma a ben vedere l'Heidegger che essi difendono non è una persona storica ma un'entità ideale, l'entità che è nata, attraverso una trasfigurazione mitica, dalla straordinaria ricchezza della sua filosofia. Heidegger, occorre riconoscerlo, è entrato nell'Olimpo dei grandi filosofi, insieme a Platone, Aristotele e così via. È un semidio a cui il nazismo non si addice, o se si addice assume esso stesso un carattere divino che rende l'immagine del filosofo ancor più oscura e affascinante.

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    Alberto

    01/05/2005 13.28.33

    La recensione è ben fatta, soprattutto nella parte riguardante Heidegger, unico appunto che si può fare è: Jaspers, Husserl e T. Mann vengono accomunati in questa recensione, ma nel libro di Losurdo non avviene così. L'unica colpa di Husserl è stata quella di appoggiarlo nella carriera universitaria nel periodo prenazista. Nel pensiero di Husserl non si ravvisano i germi nazisti (vedi polemica antiuniversalistica, ideologia della guerra, ipostatizzazione della comunità). T. Mann viene inchiodato nel famoso e famigerato "considerazioni di un impolitico", niente di nuovo, come niente di nuovo è stato il cambiamento repentino di rotta dello stesso Mann ben prima dell'avvento di Hitler al potere. Nulla da aggiungere su Jaspers, Losurdo giustamente non concede niente agli ermeneuti dell'innocenza, alle piattaforme girevoli del pensiero debole.

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