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Federigo Tozzi

Curatore: G. Nicoletti
Editore: Garzanti Libri
Collana: I grandi libri
Edizione: 9
Anno edizione: 2007
Formato: Tascabile
Pagine: XXXVII-156 p. , Brossura

92 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Narrativa italiana - Classica (prima del 1945)

  • EAN: 9788811365075

Recensioni dei clienti

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    anto

    22/05/2012 14.59.24

    Questo libro non mi ha affatto entusiasmata! Eppure l'inizio non era niente male, si respirava un'aria "antica", di tradizioni di una società contadina e genuina. Ma di genuino c'è poco! Ad un certo punto ne ho ricavato un senso di oppressione perchè nessuno era in grado di amare nessuno. Il protagonista maschile è senz'altro Pietro, ragazzino inquieto e immaturo. Pietro prova una certa simpatia per Ghìsola, figlia di contadini a servizio del padre di Pietro. I due appartengono a due ceti sociali diversi e sono destinati ad allontanarsi. Ma per Pietro il pensiero di Ghìsola continua a rimanere nella sua testa finchè capisce di esserne innamorato e va a cercarla. Ma è amore? Da parte di Ghìsola no di certo! Usa e inganna Pietro fingendosi quello che non è, e non è mai stata. La narrazione è poi fitta di descrizioni che, personalmente, ritengo appesentascano troppo il romanzo.

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    penelope

    26/05/2008 22.56.16

    Credo che sia uno dei peggiori romanzi che abbia mai letto. Non solo il realismo di Tozzi è assolutamente esasperato e lento, pesante, angosciante, ma il succo in sé per sé della storia viene perso di vista. Leggo decine e decine di libri l'anno di qualsiasi genere ed è il primo romanzo per cui mi è servito oltre un mese di tempo per terminarlo, e l'ho finito solo per curiosità intellettuale. Allucinante.

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    cosette

    18/01/2008 18.04.33

    UN ROMANZO NARRATO CON GRANDE ABILITA' SULLA VITA DI DUE PERSONE CONTRAPPOSTE. PIETRO,SENSIBILE E IDEALISTA CON UN PADRE TIRANNO E GHISOLA, GIOVANE BELLA MA TRAGICAMENTE POVERA CHE E' COSTRETTA A SUBIRE LA VITA E LE SUE CRUDELTA'. DAVVERO UNA SORIA MOLTO BELLA CON UN FINALE CHE COMMUOVE E LASCIASENZA PAROLE. A MIO PARERE UNO DEI PIU BEI LIBRI DELLA LETTERATURA ITALIANA.

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    Franco

    12/01/2008 18.47.45

    E' un grande romanzo italiano. Con al suo interno aperture all'avanguardia. Si avverte leggendolo il dolore dello scrittore nel narrare vicende e sentimenti in qualche modo autobiografici, è quasi palpabile e a volte può rendere difficoltosa la prosecuzione della lettura diffondendo un senso di angoscia come in certi romanzi e racconti di narratori della crisi di inizio Novecento.

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    Roberto

    23/04/2007 09.56.20

    Storia che procede a sprazzi, non sempre lineare. Talvolta gradevole, talvolta insopportabile, stile e sostanza sanno un pò di già visto.

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    Valentina

    14/03/2006 20.51.34

    Assaporiamo un paesaggio toscano dai mille colori e profumi, fenomenale. Tuttavia non mi è piaciuta particolarmente la storia perchè Pietro è ancora troppo infantile. Dovrebbe crescere un pò. Manca di rapporti affettivi con chiunque, anche con Ghisola che lui dice di amare tanto. L'ho trovato un pò noioso e monotono. Senza alcuna svolta.

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    Argo

    05/07/2005 12.55.04

    C'è un senso di fragilità e disagio che permea l'atmosfera di questo romanzo intriso di proiezioni autobiografiche, e riassunto nella figura di Pietro inquieto adolescente ripiegato nel proprio mondo interiore e innamorato di Ghìsola. La genialità di Tozzi, scrittore che meriterebbe lo stesso valore letterario attribuito a Italo Svevo, sta nell'aver saputo identificare e tradurre gli impercettibili impulsi e i precari moti interiori dei personaggi, in particolare modo quelli dell'inetto Pietro, nelle azioni e reazioni più istintive: atteggiamenti sadici in età infantile, gesti appena accennati, atti mancati, allucinazioni, deliri, paure. La causa principale del malessere esistenziale di Pietro e Ghìsola, prodotti di due classi sociali diverse, quello dei proprietari il primo, quello degli assalariati la seconda, risiede nella medesima maleducazione sentimentale ricevuta, fonte di quel disadattamento totale presente anche nella scissione tra affettività e sessualità: Pietro vede in Ghìsola un angelo asessuato (probabile riflesso infantile della figura materna); Ghìsola sfrutta la propria sessualità fino a lavorare in una casa di appuntamenti. In seno alla famiglia, i rapporti madre-figlio e padre-figlio, analizzati non certo con gli strumenti dello psicologo ma con la carta e la penna del fine osservatore, rimandano al mito edipico. Condannato a un analfabetismo emotivo, Pietro subisce il minaccioso e schiacciante padre-padrone ("Tieni codesto peso addosso?", dice Domenico Rosi vedendo il figlio appisolarsi in collo alla madre), rifiutandone la figura e i progetti, fino alla castrazione/autocastrazione visiva, l'unico modo per evitare ciò che va oltre il grembo materno e giunge alle porte inconsce dell'amore condizionato del padre. Negli ultimi momenti del libro, Pietro vede e percepisce un frammento di realtà, il ventre gravido di Ghìsola ma, racconta lo scrittore, "quando si riebbe dalla vertigine violenta che l'aveva abbattuto ai piedi di Ghìsola, egli non l'amava più".

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    Bartolomeo Di Monaco

    18/04/2003 21.01.43

    In men che non si dica, già subito nelle pagine di avvio ci troviamo immersi nei profumi della campagna toscana, nei dintorni di Siena, per la precisione. La scrittura sfrondata di ogni orpello, essenziale, verista, scavata nella roccia, e di cui ci vien nostalgia e si conserva volentieri memoria (come, del resto, di quella che impreziosisce l’altro capolavoro: “Tre croci”), odora di terra, di olivi, di vigne, di frutti. Non solo ci troviamo nella campagna, ma all’interno di uno spaccato di vita contadina, con il padrone Domenico che, quando non è a gestire la trattoria “Il Pesce Azzurro”, passa il suo tempo a controllare pignolescamente i lavori dei suoi “assalariati”, e se c’è qualcosa che non va “in presenza sua faceva rifare il lavoro”. Ecco un brano del suo ritratto, tra i più belli del libro: “Comprava un cappello all’anno, portandolo tutti i giorni; finché la tesa, che si adagiava sugli orecchi, rovesciandoli più giù, non fosse untuosa.” Gustate questi nomi: Giacco, Masa - che sono i vecchi genitori di Rebecca, la balia di Pietro, il figlio del trattore -, Ghìsola, Palloccola, Pipi, Nosse, Ceccaccio. Ma un’ombra pare vivere insieme coi personaggi; vi è un’attesa di fatalità che si mantiene lieve, non incombe, però la percepiamo, e ci dà il senso di un’esistenza tuffata nella natura che, per ciò stesso, è prigioniera del suo mistero. La superstizione è il suo tramite, e lo sono l’oscurità della sera sempre tetra, malinconica, lo sferragliare dello donne poco ciarliere, Ghìsola con la sua inquieta infanzia (“sentiva malvolentieri che tutto ciò che esiste non era soltanto in lei”), che la induce ad appropriarsi di un nido di “cinque passerotti” e “schiacciò con le dita la testa a tutti”, la parsimonia di Masa, che ha paura di finire troppo presto il pane che ha addentato. Lo stesso Pietro, coetaneo di Ghìsola, “Cercava di superare le sue malinconie; ma non poteva dimenticarle quanto avrebbe voluto” e “Stava bene sul letto, con gli occhi chiusi.” Non si poteva creare meglio uno spicchio di civiltà contadina,

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