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Un ideale banco di prova per chi vive nella convinzione che i personaggi letterari possano essere interpretati all'occorrenza come casi clinici. Del resto, l'intero romanzo si configura come una sorta di monologo rivolto a un interlocutore che non prende mai la parola e che sino all'ultima pagina ci è facile scambiare per un analista. Ma il romanzo, per fortuna, non è leggibile soltanto alla luce di queste svagate eziologie. Salavin, il protagonista del romanzo, è uno dei tanti irrimediabili inetti partoriti dal Novecento letterario: si sente – e di fatto è – insuffisant, inadeguato a sostenere il peso del reale, un personaggio che non sa relazionarsi con la società in cui vive e che di questa incompiutezza è del tutto consapevole. Fin qui nulla di veramente nuovo, si direbbe, nulla che vada oltre l'ormai consolidata rappresentazione emblematica, o la reductio ad unum, della crisi dell'uomo moderno. Ma non c'è nulla in Salavin che non venga proiettato verso un «oltre» imponderabile ma certo, nulla che non tenda irrimediabilmente al parossismo; ed è questa familiarità con le estreme conseguenze che lo caratterizza e lo rende eccezionale.
Un raro, prezioso gioiello, che rientra per argomento nella galleria degli impiegati, sisifei rappresentanti del non-senso della condizione umana, piegati dal peso dell’assurdo. Come da titolo, la narrazione è in prima persona, Louis Salavin racconta la sua storia ad un non precisato, paziente ascoltatore. È una sorta di Bartleby, apparentemente più attivo, il suo preferirei di no si manifesta con un gesto di assurda inutilità, innocuo, che tuttavia scatena la sua cacciata dall'ufficio. Più che una ribellione pienamente consapevole, questo suo gesto, che non rivelerò, è un impulso irrefrenabile, quasi un automatismo. A partire da qui si snoda la sua storia, priva di fatti significativi, ma tutta interiore, che si svolge oscillando fra esaltanti momenti di euforia allucinata e cadute di cupa depressione: è un sisifo irrisolto che nel salire la vetta si autoconvince del proprio volere, ma al momento in cui il masso precipita, in qualche modo, lo segue. Salavin si rivela al lettore non solo attraverso i suoi stati d’animo, le sue elucubrazioni, puntigliosamente e mirabilmente descritti, ma anche nei suoi spostamenti per le vie di una Parigi non turistica, poco nota e sapida, della quale chi legge percepisce odori, osserva angoli anche squallidi: la città non è un semplice fondale di teatro, ma il luogo anonimo e straniante in cui l’uomo contemporaneo si aggira in cerca di un senso che non trova. Ugualmente insoddisfacenti le relazioni affettive di Salavin, la madre, una donna, qualche amico: sua incapacità o impossibilità per l’essere umano di realizzare autentici legami?
Che emozione quando si legge un libro così... spero si continui a tradurre altri libri di questo autore pressoché dimenticato dal pubblico italiano.
Recensioni
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