Contro le immagini. Le radici dell'iconoclastia - Maria Bettetini - copertina

Contro le immagini. Le radici dell'iconoclastia

Maria Bettetini

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Editore: Laterza
Edizione: 3
Anno edizione: 2006
In commercio dal: 16 novembre 2006
Pagine: VIII-165 p., Brossura
  • EAN: 9788842081401

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"Non occorre attendere una cosiddetta civiltà delle immagini per accorgersi del loro tremendo potere": platonici e islamici, ebrei e cristiani, differenti forme di iconoclastia si sono avvicendate nella storia e hanno contribuitoa plasmare e definire il nostro modo di guardare il mondo e rappresentarlo. Maria Bettetini ha insegnato Storia della filosofia medievale all'Università Ca' Foscari di Venezia ed è attualmente docente di Estetica all'Università Iulm di Milano.
L'abitudine a considerare la nostra come "la civiltà delle immagini", oltre al fastidio che può provocare per il tono un po' logoro che la caratterizza, mostra quanto sia diffusa la convinzione che l'invadenza della comunicazione visiva metterebbe l'individuo contemporaneo di fronte a problemi nuovi e a questioni mai precedentemente affrontate. In realtà una considerazione storica, anche superficiale, evidenzia come la presenza delle immagini e il riconoscimento del loro potere abbia sollecitato il pensiero fin dall'antichità, producendo un dibattito ricco e articolato. In particolare, le religioni abramitiche, ebraismo, cristianesimo e islam, hanno ripetutamente affrontato la questione della natura dell'immagine e del suo ruolo nella società, contribuendo a un assetto teorico che non può essere dimenticato se ci si vuole occupare in termini consapevoli della comunicazione visiva nella società contemporanea. Negli ultimi anni, poi, i lavori di David Freedberg, Regis Debray e Marie-José Mondzain hanno contribuito a una vera riscoperta del contributo offerto dalle tradizioni religiose alla formazione del pensiero visivo europeo. Anche il libro di Maria Bettetini si colloca a pieno titolo in questo contesto di rivisitazione genealogica della teoria dell'immagine e lo fa prendendo come punto di osservazione l'iconoclastia, ovvero l'atteggiamento di rifiuto e di distruzione delle immagini che in più ondate si è manifestato nella storia del Vecchio continente. Il riferimento però non è solo agli scontri iconoclastici che sconvolsero l'impero bizantino nell'VIII e nel IX secolo, né il testo si limita all'ostilità nei confronti delle immagini religiose dell'ebraismo e dell'islam. Bettetini conduce infatti il lettore in un percorso affascinante e ben documentato che parte dal pensiero di Platone per chiudersi con l'ansia iconoclasta del moderno vandalismo rivoluzionario.
A unificare i diversi momenti che l'autrice tocca nella sua ricostruzione è l'idea che esista un'ambiguità di fondo nel rapporto con l'arte visiva comune al pensiero di Platone e alle grandi tradizioni religiose monoteiste. Questa ambiguità è evidente nei Dialoghi platonici, che da una parte disprezzano le immagini artificiali come "ombra di ombra" e dall'altra consentono "un'opposta lettura, che vuole il produttore di immagini capace di rendere visibili realtà invisibili". Simile atteggiamento si ritrova nell'ebraismo, che accanto al divieto del primo comandamento ("Non ti farai idolo né immagine alcuna", Es. 20, 4-6) registra l'uso di immagini anche nei luoghi di culto, di cui l'esempio più noto sono i cherubini che sovrastano l'arca nel tempio di Salomone. Anche l'islam, che pure sembra più radicale nel suo rifiuto di rappresentare il sacro, conosce forme di arte religiosa figurativa, tanto che esistono miniature successive al XIII secolo in cui è rappresentato lo stesso Profeta.
Tuttavia, è nel cristianesimo che l'ambiguità dell'atteggiamento pratico e l'ambivalenza delle posizioni teoriche prendono la figura più esplicita, perché il problema della visibilità e della rappresentabilità di Dio deve in questo caso fare i conti con la novità dell'incarnazione. Come giustamente rileva Bettetini, il fatto stesso che Dio si sia dato a vedere in Gesù Cristo diventa un motivo fondante per l'immagine sacra anche quando essa pretenda di rendere visibile l'invisibile, cioè di avere un valore rivelativo, insieme e oltre a un valore puramente pedagogico e didattico. Allo stesso tempo, però, la paura di cadere nell'idolatria e il ruolo anche politico che progressivamente vengono ad avere le immagini religiose produrranno una costante diffidenza nei confronti dell'espressione visiva, diffidenza che si manifesta già negli scritti dei Padri dei primi quattro secoli (nel libro si ricorda, ad esempio, la condanna delle immagini di Eusebio di Cesarea ed Epifanio di Salamina) e che esploderà in modo cruento durante l'iconoclasmo bizantino.
Accanto a questa radicale ambiguità, connessa alla difficoltà di cogliere il senso teologico dell'immagine di Dio, Bettetini sottolinea fortemente la differenza che viene a crearsi sul tema tra Occidente e Oriente. Nella teologia occidentale, sulla linea di Agostino, la parola ha la predominanza e l'immagine ha solo un ruolo di illustrazione del testo verbale e di memoria della storia sacra, mentre gli orientali considerano le immagini sacre allo stesso livello della Scrittura e intendono le icone "come una presenza che favorisce un rapporto privilegiato e senza altre mediazioni con il divino". Testo fondamentale per comprendere il senso che l'immagine ha per il cristianesimo in Occidente sono i Libri Carolini (793), redatti dalla corte carolingia in risposta agli atti del Concilio di Nicea II (787). Rispetto a quest'opera, l'autrice sostiene una tesi interessante: essa avrebbe liberato l'immagine dal peso teologico attribuitole dalla chiesa orientale riportando il problema della rappresentazione sacra alla semplice esperienza estetica, che tanta parte avrà nella storia dell'arte successiva. L'Europa tardomedievale, da questo punto di vista, sarebbe maggiormente debitrice della teologia carolingia, peraltro successivamente condannata, che non delle posizioni del Concilio di Nicea II, costantemente considerate dalla chiesa occidentale come ortodosse.
Minor spazio è dedicato nel volume alla teologia dell'immagine bizantina, che pure raggiunge una profondità teorica notevole, e la sinteticità con cui sono affrontate alcune questioni di teoria dell'icona rischia di non rendere ragione della diversità tra la prima fase della teologia iconofila (Giovanni Damasceno) e la seconda fase della stessa, in cui il riferimento filosofico non è più il neoplatonismo, ma la filosofia aristotelica (Teodoro Studita e Niceforo Costantinopolitano). Ciononostante, anche le pagine dedicate da Bettetini a Bisanzio permettono di fare luce sul contributo offerto da questi pensatori medievali al pensiero visivo e mostrano l'importanza che può avere oggi un confronto critico con le radici medievali di un problema che è sempre più attuale.
  Graziano Lingua
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