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Oddone Camerana

Editore: Einaudi
Collana: Nuovi Coralli
Anno edizione: 1993
Pagine: 192 p.
  • EAN: 9788806133436

recensione di Cavaglion, A., L'Indice 1994, n. 5

Non nuovo a incursioni nel privato delle grandi famiglie torinesi (esordì nel 1985 con "L'enigma del cavalier Agnelli") Oddone Camerana entra adesso nel tempio di un'altra sacra famiglia del laicismo sabaudo per ricostruire la curiosa vicenda di Emma Frassati (1865-89) e dello sventurato suo Egidio, Luigi Rizzetti. Alla vigilia del matrimonio (contrastato non solo dai familiari di lei, specie dal fratello, poi senatore Alfredo Frassati, ma anche dalla mamma di lui, memore di certi turpi trascorsi del figlio) Emma muore precipitando da una finestra il 9 giugno 1889. Suicidio? Omicidio? Lo sposo promesso, che fu tra gli ultimi a parlarle, fugge dalla casa di via San Quintino urlando la sua innocenza, ma pochi gli credono e il suo delirio si fa presto clinico, patologico. Il caso giudiziario, per la rinomanza della famiglia coinvolta e per la chiara fama dei periti chiamati rispettivamente a provare la tesi del suicidio (Morselli, autore di una celeberrima monografia sulla 'vocation suicidaire') e quella dell'omicidio (Lombroso, che nel Rizzetti vide la reincarnazione del suo "uomo delinquente"), scosse l'opinione pubblica di una ex capitale ormai pronta a gettarsi fra le braccia rassicuranti di Guido Gozzano. Rizzetti è una specie di Totò Merùmeni, inconscio precursore del crepuscolarismo subalpino, cosi come Emma, opponendosi a lui, rappresenta bene la pervicace resistenza del positivismo torinese davanti all'incedere del decadentismo.
"Contro la mia volontà" è un romanzo-saggio, a sfondo giudiziario, che ha in Sciascia un probabile modello ispiratore: il protagonista è Carlo Alberto Ponderano, incaricato dal tribunale di una fra le tante perizie per quel processo. Schiacciato dai complessi d'inferiorità nei confronti dei suoi più paludati colleghi, ma più lungimirante di loro, Ponderano s'avvicina come un detective alla soluzione dell'enigma. Egli conosce bene la criminologia del tempo, oscilla fra i due estremi psicologicamente autodistruttivi (Morselli) e criminalmente repressivi (Lombroso), ironizzando su entrambi, si direbbe con il senno del poi, giacché anacronisticamente l'autore ce lo restituisce nei panni ora di un Maigret di Nichelino ora nei panni sarcastici di un Ceronetti di Moncalieri confortato dalla "pazienza dell'arrostito". Al pari di certe analoghe inchieste di Sciascia, Camerana-Ponderano si muove sulle tracce della visionaria di Oropa specchiatasi nel dramma della Madonna Nera quasi che fosse la smemorata di Collegno, alternando libere considerazioni sul tema che più gli è caro, quello della morte, a gustose e dense ricostruzioni della società del tempo. Due sono i piani di lettura, resi anche visivamente dalla presenza di copiose note a piè di pagina: i fatti e il commento, i dati processuali e le glosse, le libere associazioni fra passato e presente (le morti misteriose e pirandelliane di tanti giovani di oggi, innamorati infelici come Luigi e Emma, in un'Italia non meno alienata).
A differenza di Paolo Pezzino che ha di recente riscritto - sulla scorta di un'imponente documentazione archivistica - la ben nota "congiura dei pugnalatori" (Marsilio, 1993), a suo tempo immortalata dallo scrittore siciliano in un pamphlet ricco di echi piemontesi (vi era implicata un'altra famiglia senatoriale, la famiglia Giacosa-Ruffini, e lo sfondo era parimenti canavesano), Camerana invece ricostruisce con la fantasia del narratore ciò che avrebbe potuto essere ricostruito con l'indagine storica; se si eccettuano poche lettere familiari e qualche citazione testuale dalla stampa coeva si può dire che il dato processuale in se e per sé a Camerana serva solamente da pretesto, quasi un manoscritto di manzoniana memoria che consente di entrare meglio nel clima del tardo positivismo torinese. La ricostruzione che ci offre della società intellettuale del tempo è estremamente precisa, frutto evidente di letture dirette di autori come Swedenborg, D'Hont, Besant e di tutto quell'armamentario che non senza arguzia ceronettiana si definisce qui di "rosticceria giuridica". Vi sono in questo libro pagine eccellenti intorno ad ambienti torinesi cari ai pellegrinaggi lombrosiani: i bagni pubblici, per esempio, frequentati personalmente dall'illustre cattedratico, ai tempi aurorali del primo sfruttamento dell'acqua del Pian della Mussa e dei contemporanei lavori sull'azione cretinogena attribuita alle acque provenienti dai ghiacciai, con conseguente parallelismo fra gozzo e cretinismo; il Lombroso per così dire "minore", quello meno studiato, scientificamente rozzo ma letterariamente elettrizzante, un vulcano di fantasia, ancora oggi: si pensi agli articoli sull'arte povera dei tatuaggi, all'atavismo dei balbuzienti come Rizzetti; i mercati del bestiame della prima cintura torinese con i loro inconfondibili Bar del Peso, le rocambolesche escursioni in montagna alla ricerca di ossa e di scheletri, il delirio di morte che promanava dal teatro Scribe, dove i due fidanzati erano di casa, attirati dagli spettacoli di ipnotismo di Donato, dalla sensualità ambigua delle 'gommeuses' ("per la capacità di sapersi snodare come la gomma") e dall'inautentica sete di conoscenza dei tanti torinesi che volentieri si lasciavano "donatizzare" e offrivano un ben mesto spettacolo di se dondolando come sonnambuli, ingozzandosi di patate, facendo capriole. Mancano all'appello soltanto Flammarion, Fontenelle, Herlitzka e Angelo Mosso e si completerebbe l'orizzonte scientifico, o parascientifico, di quell'ingegner Cesare con spiritosa cattiveria rievocato dal figlio Primo Levi in pagine meritatamente famose ("scienziati scettici, ma facilmente illusi, che si ipnotizzavano a vicenda e facevano ballare i tavolini"). Scherzi a parte, Camerana sa bene che di qui ha origine molta della cultura torinese del Novecento: per esempio la sua mitica refrattarietà al "disturbo" del malavitoso, ma anche la cronica sordità al disturbo mentale del depresso, dell'ansioso, del malato di mente, la solitudine del suicida ossia ciò che rende non solo geograficamente antitetica la realtà torinese a quella, supponiamo, triestina. "Contro la mia volontà" non soltanto ci aiuta a capire perché l'ombra lunga di Morselli e Lombroso fece spesso da ostacolo al raggiungimento della verità in un processo alla moda, ma ci aiuta parimenti a capire il motivo profondo della proverbiale ostilità alla dottrina freudiana, che nei dintorni di via San Quintino anche dopo la morte di Emma, sarà sempre vista come una "degenerazione" del lombrosismo.