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GUSSOW, MEL, Conversazioni con Pinter, Ubulibri, 1995
CAPITTA, GIANFRANCO / CANZIANI, ROBERTO, Harold Pinter, un ritratto, Anabasi, 1995
scheda di Vindrola, A., L'Indice 1995, n.10
Dicono che Pinter, considerato oggi uno dei più importanti drammaturghi inglesi contemporanei; sia un personaggio "inaccessibile". Tuttavia basterebbe l'uscita, quasi contemporanea, di questi due volumi che ritraggono la fisionomia dell'uomo e dell'opera a smentire la veridicità dell'aggettivo. Semmai si potrebbe dire che Pinter ama giocare con l'opacità del linguaggio, come testimonia la laconica risposta alla domanda di Gussow su chi è Harold Pinter: "Non sono io. È l'invenzione di qualcun altro". Il libro di Gussow, critico del "New York Times", raccoglie le interviste che Pinter gli ha concesso fra il 1971 e il 1993, anno nel quale si susseguirono ben quattro conversazioni riportate nel volume. Gianfranco Capitta e Roberto Canziani, giornalisti e studiosi di teatro, ripercorrono invece l'evoluzione della drammaturgia di Pinter, senza tralasciare i riferimenti biografici: gli inizi come attore, il matrimonio con l'attrice Vivien Merchant da cui Pinter divorziò per legarsi con Antonia Fraser, sua inseparabile compagna e interlocutrice, l'attività di sceneggiatore (e basti ricordare "Il servo" e "L'incidente" con Joseph Losey, "Gli ultimi fuochi" di Elia Kazan, "La donna del tenente francese" di Karel Reisz o ancora "Cortesie per gli ospiti" di Paul Schrader per capire che il legame con il cinema è tutt'altro che secondario) e quella di regista. Il ritratto che ne emerge non è "umano" come quello proposto da Gussow, ma artistico, e mira a seguire l'evoluzione di Pinter al di là delle facili etichette, tipo "teatro della minaccia", che via via sono state affibbiate alla sua opera. La conversazione che conclude il volume è frutto di una serie di incontri avvenuti fra gli autori e il drammaturgo negli anni 1993-94, e si innesta come ideale seguito a quelle realizzate da Gussow. Quest'ultimo gode del vantaggio di una prolungata conoscenza, capace di rendere con grande vivacità la fisionomia di Pinter, il suo umorismo, la sua ostinazione a eludere le domande banali. I ritratti che scaturiscono dai due volumi sono, nella sostanza, più sovrapposti che complementari, ma proprio per questo varrebbe la pena di leggerli insieme, poiché rendono giustizia all'ostruzionismo di Pinter nei confronti di facili letture, critiche affrettate, spettatori e interlocutori troppo abituati ai cliché sul lavoro teatrale.
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