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Curatore: A. E. Signorini
Editore: Mondadori
Collana: Oscar classici
Anno edizione: 2006
Formato: Tascabile
Pagine: , Brossura
  • EAN: 9788804558897
"Niente, non è proprio niente rispetto a quello che volevo fare di lei", diceva l'implacabile Suzanne Curchod alludendo alla pur dotatissima figlia Germaine; ma la madre è quasi un inciampo nell'esistenza dorata di questa giovane dai precoci talenti, che riversa sul padre – il banchiere ginevrino Necker, ministro delle finanze al tempo di Luigi XVI – una passione sconfinata e mai nascosta; a vent'anni, un matrimonio senza amore fa di lei la baronessa de Staël, o meglio "Madame de Staël", come amerà firmarsi. Tra mondanità, amanti e attività intellettuale – scrive su Rousseau, su Maria Antonietta, sulle passioni e altro ancora –, Germaine vive gli anni della Rivoluzione oscillando tra Parigi e la residenza svizzera di Coppet. Non bella ma affascinante, ha nel frattempo conosciuto un giovane dagli occhi infermi e i capelli rossi, Benjamin Constant, con cui intreccia una relazione insolitamente duratura. "Condannata alla celebrità" per sua stessa ammissione, da poco divorziata, la signora è però in cerca di un più degno antagonista, e l'incontro con Bonaparte, reduce dai trionfi italiani, accende in lei nuove ambizioni. Invece il generale le infligge, ignorandola nei salons, un assaggio delle successive sconfitte culminanti nella condanna all'esilio: drastica soluzione, cui lo convinsero testi staeliani come il De la Littérature (1800), ai suoi occhi filoilluminista, e il romanzo Delphine (1802), troppo libertario; ma forse a irritarlo di più era la personalità accentratrice di quella "puttana, oltretutto brutta" – come lui galantemente la definiva –, la sola donna capace di sfidare con la penna l'assolutismo appena instaurato.
Allontanata da Parigi nel 1802, Staël combatte l'umiliazione viaggiando: in Germania la ricevono i reali di Prussia e ancor prima Goethe e Schiller, con cui avrà un fertile scambio d'idee intorno al nascente romanticismo tedesco; ma la notizia della morte del padre la sprofonda in una disperazione contro la quale a nulla valgono i progetti intellettuali o "l'amore pietrificato" di Constant. Ancora una volta, non le resta che il viaggio, "uno dei più tristi piaceri della vita", come scriverà in Corinne. Di lì a poco con i tre figli e il filosofo Schlegel, al suo seguito come precettore e come amante, entra in Italia. Visita Torino, Milano (dove l'incontro con il fascinoso poeta romagnolo Vincenzo Monti lascia il segno), Parma, Bologna, Ancona; nel febbraio 1805 è a Roma. "Vivere a Roma è un dolce modo per prepararsi a morire" scrive eleggendo la capitale a degna cornice del lutto paterno; le passeggiate al chiaro di luna, le visite agli antichi monumenti e ai musei della romanità – che Staël annota nel suo carnet, trascurando la Roma barocca – la risarciscono in parte dello stato di arretratezza in cui affonda l'Italia; a Napoli, la pittoresca vita dei vicoli la diverte, una bambina accusata di aver "shipato" la intenerisce, l'incanto dei luoghi virgiliani la "convertono alla poesia". Nel giugno 1805 torna a Coppet. Generosa, dinamica, immensamente ricca, accoglie dame di rango e intellettuali da tutta Europa: in un'atmosfera cosmopolita, dove è ben visto il gioco delle coppie, si fanno le ore piccole conversando sull'idea di perfettibilità, sulla funzione sociopolitica della letteratura, sulla necessità di una nuova coscienza europea – altrettanti punti chiave del Romanticismo in via di definizione. L'energia di Coppet è contagiosa: dopo anni di successi, dolori, noia e nomadismo di lusso, con Benjamin Constant temporaneamente al suo fianco, questa regina in esilio comincia il suo romanzo più intenso, cui sta pensando da tempo: Corinne ou l'Italie.
Pubblicata nel 1807, l'opera è di nuovo accessibile grazie a quest'ottima edizione italiana, provvista di ampi apparati. Recuperando i modi fondatori del De la Littérature e di Delphine, Staël mantiene del primo il taglio saggistico e la volontà analitica, dell'altro accentua il movimento fatale dell'intreccio, imperniato sul conflitto donna/società: tuttavia, il pathos della vicenda unita alla scelta dell'ambientazione italiana e alla carica progettuale che vi è sottesa ne fanno un romanzo assolutamente originale. È la storia di una poetessa italo-inglese, laureata in Campidoglio e acclamata dalle folle per le non comuni doti di improvvisatrice, ma condannata dalla sua stessa superiorità all'emarginazione e alla rinuncia all'amore. In armonia con la vastità del suo genio, questa parabola non sarebbe pensabile nel chiuso di uno spazio borghese: difatti è l'antica Roma a fare da sfondo all'incontro di Corinne con il lord scozzese Oswald Nelvil, in viaggio nel nostro paese – come già la Staël stessa – per addolcire il trauma del lutto paterno. La passione casta che presto li unisce immette in questo roman-voyage (ove il paesaggio spesso funge da personaggio) una corrente dialogica suscitata dalla "scena" italiana – dalla maestosità dell'antico alla meschinità del presente – che vivifica entrambi, legandoli nei sentimenti, separandoli nelle opinioni. Schiavo dei pregiudizi aristocratici d'oltremanica, Oswald fugge l'immediato godimento del bello cui invece Corinne si abbandona con slancio ispirato e limpido giudizio (rileggere la Roma antica guidati dalla voce dell'eroina costituisce ancor oggi un'esperienza di piacere assoluto). Ma è soprattutto sulla decadenza sociopolitica dell'Italia di fine Settecento che i loro punti di vista divergono, in un confronto cui spesso partecipano uno smaliziato conte francese e un misurato principe italiano: ciò conferisce al dibattito una dimensione prismatica, aperta sull'Europa e che fa di Corinne – come notava Simone Balayé – il primo grande romanzo comparatista. "Qualsiasi nazionalità è un limite; ce ne vogliono molte per fare un uomo completo", si legge negli appunti romani; anticipando il contemporaneo, Corinne è il racconto di quell'impresa ideale, affidata da Staël all'eroina e contrastata da luoghi e tempi immaturi.
Il più severo giudice del nostro paese è Oswald, stretto nel "mantello di piombo" delle convenzioni e che così si esprime: "Mi permetto di dire, a voi che nei miei sogni volevo considerare come un'Inglese, che non troverete né felicità né dignità se sceglierete il vostro sposo nell'ambiente che vi circonda. Tra gli italiani non conosco un solo uomo che possa meritarvi". Lei difende con ardore la sua "nazione sfortunata", vittima di una tragedia politica da cui, ne è certa, saprà risollevarsi. Donna-artista, con tutto il danno che ne deriva, Corinne incarna al tempo stesso, come scrive Signorini nell'introduzione, "l'immagine idealizzata del carattere nazionale, che a inizio secolo gli Italiani non hanno ancora riconosciuto e fatto proprio"; di qui la duplicità del titolo, Corinne ou l'Italie, e il forte portato anticipatorio dell'intervento staeliano. La scrittrice si farà decisamente più critica dieci anni dopo: denunciando la stasi culturale dell'Italia postanapoleonica, con il saggio Sulla maniera e l'utilità delle traduzioni darà l'avvio alla polemica classico-romantica, che vede impegnati, tra gli altri, Monti e Leopardi.
Non può mancare, nel romanzo, una vocazione autobiografica intensa quanto idealizzata: poetessa, danzatrice, musicista, interprete shakespeariana, Corinne ha tutta la debordante vitalità del temperamento staeliano, mentre la sua ricorrente malinconia è qualcosa di più di un romanzesco presagio di morte: parla anche di una malattia dell'anima dalle fonde radici, in cui "il dovere della genialità", nella figlia di Necker, si scontra con un "bisogno imperioso di reciprocità" rimasto inesaudito, malgrado la lunga stagione degli amori. "Ma insomma, cosa c'è in me che ispira orrore?", scriveva al bel conte Ribbing, che la stava abbandonando: una lettura in chiave femminista di Corinne potrebbe anche cominciare da qui.
  Franca Zanelli Quarantini

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    Damiano

    04/04/2009 14.05.54

    Bel romanzo, che farà capire agli Italiani quanto il loro Paese sia meraviglioso e meritevole di essere amato.

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