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Editore: Einaudi
Anno edizione: 1997
Pagine: 208 p.
  • EAN: 9788806139278

recensione di D'Elia, G., L'Indice 1997, n. 6

Dalle poesie dei narratori si può imparare, come dalle prose dei poeti? Le possibilità dello strumento, quando va bene; i limiti "caratteriali" del rovescio d'autore, al negativo. Alla lista dei "narratori poeti" (così Cucchi e Giovanardi, nella loro antologia mondadoriana sul secondo Novecento) si aggiunge ora il "Corpus" di Salvatore Mannuzzu, che raccoglie poesie scritte in un cinquantennio, disposte in ordine cronologico fino agli anni recenti, che lo stesso autore presenta come genere di finzione, mettendo le mani avanti: "romanzo d'un personaggio o falsa autobiografia" (ombra specchiata del forte narratore?).
Dobbiamo credergli, pure rievocando il personaggio-uomo di Debenedetti lettore di Saba, là dove la storia di uno si fa storia di tutti, chiarendo, con i rapporti tra biografia e vicenda collettiva, anche lo spazio antisimbolista della poesia di un altro Novecento: il significato espresso ed esplicito, l'ostensione dei referenti, l'onestà realista, di pensiero.
Scrive Mannuzzu: "per poesia / intendo il naturale /non fare o addirittura il patire / ripugnante, il futile...". Il discorsivo, il monodico conativo, il tono del lessico (anche alto, latino, da referto burocratico) piegato al parlato, il verso libero sui cinque o sei accenti, il verso canonico e breve: le sue risorse si rincorrono nelle otto sezioni (di cui la prima, "Extra strong", è la più varia e articolata), creando un effetto di deriva occasionale e apparente, in piena coerenza con l'enunciato di poetica (naturalismo passivo, cui contrasta il racconto di passione civile di certe parti del libro, neppure dimesse e ironiche come altre). Penso al poemetto "Il compagno Duilio", che è forse il testo più interessante, proprio per quella inclusività prosastica del verso ritmico, dove al significato di memoria politica della disillusione e della speranza residua corrisponde, non una proiezione dell'io-personaggio, ma un personaggio vero, e forse una persona (come la reticenza della nota d'autore esibisce).
E qui si impara anche parecchio, quanto a estensività della terza persona, e della seconda autoriflessa, e soprattutto un uso scioltissimo del libero indiretto, coincidente in partizioni ritmiche di frasi-versi e versi-frasi, molto sapienti quanto a prosodia e apparentemente facili, naturali (quella semplicità che è difficile a farsi, come diceva Brecht del comunismo, oltre che della poesia comunicativa dello straniamento): "Se bisogna diceva M. che tu la lasci andar via / la vita, se andrà comunque via / non ricordo un maggio così splendido / ecco perché devi farla la rivoluzione / presto o prima di morire / e se un segno / ne fosse possibile, magari questo / vento leggero questa polvere questi petali / piovuti giù dagli alberi sull'asfalto...".
E nella pagina precedente, bellissima, forse la pagina più filosofica (pasoliniana) del poemetto, la contraddizione enucleata di corpo/storia (fino alla risoluzione dell'uno nell'altra: "il corpo storia"): "Ma questa terribile non storica verità / il corpo, di' pure sieri secrezioni deiezioni...", in coesistenza e conclamata compresenza di basso espressivo e alto sintattico, di materialità cruda e letterarietà del sentire: "il corpo bello di smagliature e nefrite / che caca sangue", accanto a "l'ancora viva barriera di quegli inni / che a strappi salivano dalla piazza".
Continuando con le preferenze: molti attacchi, tra le cose più sicure, in poesie che magari poi si perdono un poco nell'informale (?), di derivazione neoavanguardista crepuscolare: "Ma lo sai che anch'io li ho avuti i tuoi / trent'anni..."; "come un estenuante mah-jong a due una partita"; "La campana dei tubi domestici rintocca". Elisione dei nessi interpuntivi, insistenza di una presa di voce modulata sul parlato, sull'interlocutore, sul falso libero indiretto, sul camuffamento dell'io in conativo, dove il massimo di naturalezza è raggiunto col massimo di artificio, in una materialità da lettera o da nastro cui corrisponde la più acuta retorica (sia pure nella dismissione apparente della retorica del sublime).Ma, infine, di che cosa è poeta Mannuzzu? Segnalo una poesia breve, "Natale", di cui riporto un sunto che può essere emblematico dell'intero libro: "lo scambio" del quotidiano con lo storico, del "sempre di meno" col "sempre/altro: o altro/da noi". Una poetica dell'ascolto, che intrecci privato comunicabile con comune esprimibile, prosa con poesia?