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M. Fumagalli Beonio Brocchieri

Editore: Laterza
Anno edizione: 2006
Pagine: XIII-210 p. , Rilegato
  • EAN: 9788842074373
Anche se la violenza è presente in gradi diversi in tutte le religioni e, di conseguenza, l'intreccio tra guerra e religione, vuoi come forma di legittimazione e giustificazione della violenza guerriera vuoi come promozione e alimento di conflitti e contese, si ripresenta continuamente nella storia religiosa dell'umanità, è difficile, in prospettiva comparata, sfuggire all'impressione che nell'Occidente cristiano sono state combattute le guerre più atroci e da qui sono partite le guerre più devastanti, fino al (potenziale) conflitto atomico. Ne consegue il paradosso di una religione come il cristianesimo, soprattutto nella sua versione occidentale, che, mentre insegue l'anelito della pace, in realtà, contribuisce da par suo ad alimentare la guerra. Come ebbe a osservare anni or sono il noto teologo cattolico Eugen Drewermann, "intese come sintomi, come indicatori di una crisi, le infinite guerre dell'Occidente rimandano a una tendenza alla guerra radicata nel cristianesimo stesso [il quale] assai spesso non solo non è riuscito a evitare la guerra, ma l'ha anzi spiritualmente tollerata e di fatto l'ha totalizzata accettandola in ogni forma, con tutti i suoi obiettivi e con la sua leggerezza nella scelta dei mezzi" (Guerra e cristianesimo. La spirale dell'angoscia, Raetia, 1999).
Mentre non si può, alla luce dei fatti, non condividere questo duro giudizio di condanna, più problematica è la ricerca delle cause profonde che hanno portato, soprattutto nel caso della chiesa cattolico-romana, a una simbiosi così profonda tra messaggio cristiano e violenza della guerra – e, più in generale, delle persecuzioni e delle violenze sia contro i nemici interni come gli eretici sia contro varie forme di nemici esterni. Alcune di queste, infatti, come la funzione di legittimazione del potere che accomuna, in forme e gradi diversi, le varie chiese cristiane, o come la stessa legittimazione ideologica sotto forma di guerra di difesa (la "guerra giusta"), il cristianesimo le ha in comune con le altre religioni. Altre, come l'idea di crociata o di guerra santa, discendono dalla sua eredità biblica e più precisamente dalla concezione di Jahvé come "Signore degli eserciti". Altre, infine, sono legate alla sua stessa storia e in qualche misura svelano il carattere ambivalente del messaggio originario, il cui spettro si estende dalle beatitudini pacifiche del discorso della montagna alla dimensione eristica, potenzialmente conflittuale, dell'annuncio di Gesù.
Il saggio di Mariateresa Fumagalli affronta questi interrogativi drammatici in una tipica prospettiva di storia delle idee, presentando le principali concezioni che hanno promosso e giustificato la guerra o, per converso, favorito la pace in campo cristiano. La prima parte, in rapidi ma densi capitoli, espone il modo in cui i processi di istituzionalizzazione del cristianesimo hanno messo in crisi l'originario messaggio di pace in nome della difesa di uno stato che stava diventando uno stato cristiano e di un'autorità, legittimata da Dio, che ora diventava il braccio secolare della chiesa nella sua lotta contro avversari esterni e interni, dai barbari agli infedeli, dagli ebrei agli eretici. In questo modo il cristianesimo, diventato con Teodosio religione di stato, ha finito anch'esso per svolgere funzioni di legittimazione delle varie guerre condotte dal potere politico, funzioni che hanno trovato la loro compiuta giustificazione ideologica nella concezione della "guerra giusta" formulata da Agostino. In questo processo, una parte decisiva hanno recitato anche concezioni specifiche del cristianesimo, come il rapporto tra martire e soldato di Cristo, la tipica rappresentazione politica della sovranità di Cristo, tradottasi in un'ideologia della dilatatio imperii destinata a sfociare, in regime di cristianità, nella promozione delle crociate in nome della sovranità universale del papa vicario di Cristo re, ma soprattutto la visione pessimistica della natura umana in conseguenza del peccato originale, tipica del cristianesimo latino.
Quest'ultima, in fondo, appare all'autrice la principale responsabile dell'infeudamento dell'annuncio cristiano a un'ideologia giustificatrice della guerra: un male necessario, iscritto nel piano provvidenziale divino, sofferenza e punizione che Dio infligge all'umanità riottosa e, nel contempo, in una prospettiva teologico-politica che arriva ai giorni nostri, conferma, soprattutto in epoca moderna, di fronte alla "apostasia" che da Lutero in poi avrebbe allontanato i popoli dalla vera sovranità del Cristo e dei suoi rappresentanti, che soltanto ritornando nel grembo della chiesa è possibile pervenire alla pace. Nella seconda parte, Fumagalli esamina con pari incisività le tappe principali che, a partire dai processi di secolarizzazione, hanno messo in moto una dialettica complessa tra conservazione di questa ideologia di regalità contro i mali della modernità e suo superamento, che in realtà avrà luogo soltanto con Giovanni XXIII e la sua enciclica Pacem in terris.
Alla base di questa pur meritoria ricostruzione vi è, tuttavia, un assunto ideologico, e non storico, che ho difficoltà a condividere: e precisamente, che se un'origine a questa catena ininterrotta di guerre e flagelli si vuole trovare, essa risiederebbe in fondo nella svolta costantiniana, madre di tutti i mali: "A un certo punto della storia, nei primi secoli, la rapida scelta dei cristiani a favore della guerra e l'adozione dello ius pagano per la sua giustificazione segnalano un forte e stridente contrasto con l'assioma dell'amore fraterno e universale predicato dal vangelo: è una spinta di violenza che si adegua alla situazione di fatto e arriva fino a tempi molto vicini ai nostri". In questo modo si evade il terribile interrogativo sollevato da Drewermann, attribuendo a cause esterne una connivenza che ha, almeno a mio modo di vedere, anche cause interne. Anche nel cristianesimo, infatti, contrariamente a questa vulgata, vi è fin dall'origine un radicalismo religioso, un lato eristico (da eris, contesa), che aleggia sull'episodio decisivo del processo di Gesù e della natura della sua condanna, alla resa dei conti di natura politico-religiosa: un elemento eristico dalle radici complesse, ora non indagabili, ma insito prima di tutto nella radicalità del suo messaggio, una radicalità in sé priva di valenze belliche, ma pur sempre intrisa di violenza, come dimostra appunto il nesso martire-soldato evocato a ragione, anche se in modo non del tutto convincente – solo che si pensi alla sua drammatica attualità – dall'autrice. Ma questa è un'altra storia, meritevole di un altro saggio.
  Giovanni Filoramo
 

Nell'Antico Testamento Dio ordina la guerra, nel Vangelo esorta all'amore e alla pace, «perché per conquistare il regno dei cieli non occorrono armi materiali», scrive san Gerolamo. Ma quando il potere politico con l'imperatore Costantino sceglie la protezione del Dio dei cristiani abbandonando i vecchi dei del Pantheon romano, inizia per la nuova religione un processo lungo, contraddittorio e terribile: l'incompatibilità tra la fede cristiana e il servizio militare scompare e appena due anni dopo la vittoria di Costantino a ponte Milvio il concilio di Arles decreta che «coloro che lasciano l'esercito saranno allontanati dalla comunione». I simboli del martirio cristiano – l'arena insanguinata, il fascino della lotta, le armi della virtù, la corona della vittoria – segnano il linguaggio e la teoria della 'guerra giusta'. Per il cristiano la guerra diventa allora non solo accettabile ma anche meritoria e persino santa quando il nemico è un pagano o un eretico. Scrive Agostino d'Ippona: «Talvolta è necessario che gli uomini buoni intraprendano la guerra per comando di Dio o del governo legittimo».