Dal mio tempo. Città, maestri, incontri

Ernst H. Gombrich

Curatore: R. Woodfield
Editore: Einaudi
Collana: Saggi
Anno edizione: 1999
  • EAN: 9788806151966
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recensioni di Bianco, L. L'Indice del 1999, n. 12

Nato a Vienna nel 1909, sir Ernst Gombrich è, tra le altre cose, uno splendido narratore di storie. Tali storie possono presentarsi di volta in volta come sintesi di ampio respiro sui destini del mondo o dell'arte; oppure possono essere affascinanti ed equilibrate ricognizioni della cultura e della Weltanschauung degli uomini del Rinascimento; altre volte ancora, indugiano con rigore e arguzia sulle aporie della percezione visiva; infine, ed è il caso di questo ultimo libro, possono assumere la semplice apparenza di storie vere che vengono investite del valore di exempla in virtù della semplice autorevolezza di chi le racconta e del modo in cui le racconta.
Dal mio tempo è una raccolta, assemblata da Richard Woodfield specificamente per l'editore italiano, di interventi e riflessioni degli ultimi quindici anni: interviste radiofoniche e discorsi gratulatori, recensioni e scritti d'occasione... Ad assicurare l'unità di pezzi tanto eterogenei sono molteplici fili che si ricollegano infallibilmente, anche quando sembra che nel tessuto dei ricordi gombrichiani si creino smagliature o piccoli strappi.
Non è solo per ragioni anagrafiche che gli itinerari delle molte storie raccontate da Gombrich delineano in filigrana un unico percorso, quello della Storia, senz'altro maiuscola e spesso atroce, del Novecento: senza volerne avere troppo l'aria, infatti, sir Ernst è ormai
a buon diritto membro di quel mutevole cenacolo che intitolava un suo vecchio, splendido libro: il cenacolo dei Custodi della memoria (1984; Feltrinelli, 1985), gli infaticabili spettatori di un'eterna pièce di cui sono anche attori.
È fuor di dubbio che il soggetto principale di tale pièce sia appunto la Storia, ma in realtà, richiudendo il libro di Gombrich si resta piuttosto ammaliati dalla Geografia: una geografia che esplora, in un unico movimento, un paesaggio interiore e insieme molti dei luoghi cruciali della cultura occidentale.
Se volessimo tracciare una mappa di tale geografia, non potremmo che fare al modo di certi cartografi medievali, che articolavano l'intero orbis terrarum intorno a Gerusalemme o alla Mecca. In questo caso, al centro della mappa è senz'altro la Vienna del terzo e quarto decennio del secolo.
È certo una Vienna che Gombrich riesce a preservare strenuamente da qualsiasi tentazione mitologizzante, reagendo coraggiosamente al tentativo di etichettare sbrigativamente come "ebraica" la componente fondamentale di quell'irripetibile cronotopo, come accade nel primo dei saggi qui presentati: "per dirla in breve" - scrive il "non ariano" Gombrich - "sono del parere che la nozione di cultura ebraica sia stata un'invenzione di Hitler, dei suoi precursori e dei suoi seguaci".
Non si deve tuttavia pensare a un Gombrich irretito in qualche modo da lusinghe revisioniste: basta leggere le concise e nette Riflessioni sulla catastrofe ebraica per convincersene. Gombrich avversa in realtà qualsiasi pregiudizio razziale, di qualsiasi segno esso sia, in nome di un rigoroso e appassionato razionalismo; appassionato al punto da fargli dimenticare, in più di un'occasione, il suo consueto e piacevole understatement, per assumere toni di inusitata durezza: "Non intendo neppure discutere con chi è religioso".
Ma esiste nel libro anche un'altra Vienna, radicalmente diversa eppure complementare alla prima: pare di trovarci di fronte a quel memorabile paradosso di Arte e illusione (1959; Einaudi, 1965) in cui ci viene presentata una figura che può essere letta, di volta in volta, come il profilo di un papero o come quello di un coniglio: la percezione del papero esclude quella del coniglio, e viceversa, eppure papero e coniglio abitano indissolubilmente gli stessi tratti di inchiostro.
Allo stesso modo la Vienna che ci racconta Gombrich è sì una città di uomini e musei, di insegnanti e di allievi, di tensioni politiche e fermenti intellettuali; ma è al contempo anche un'Arcadia gentile, una goethiana Xanadu ormai dissodata dall'aratro della barbarie.
Come in ogni Arcadia che si rispetti, infatti, vi dimorano anche la rovina e la morte; e dunque da questo caput mundi iniziano a sgranarsi le geografie, come quelle frammentarie e talvolta nostalgiche dell'esilio e degli esuli: la Mantova di Giulio Romano per prima, e poi la diaspora londinese del Warburg Institute e il paradiso americano di Erwin Panofsky, l'oriente minacciosamente evocato nelle aule viennesi dall'"arruffapopoli" Strzygowsky e quello rigorosamente rintracciato tra i libri di Warburg...
Storie di luoghi, dunque; che però si intrecciano inestricabilmente con quelle, piccole e profonde, degli uomini. Tra i molti attori non protagonisti, emerge primus inter pares l'immenso Julius von Schlosser, oggetto di un ritratto affettuoso e commosso; ma c'è chi invece preferirà il cortese e socratico archeologo Emmanuel Löwy; o, perché no, la coppia composta da un guardaboschi e un violinista al quale tocca il compito di chiudere il libro, intrecciando ancora una volta le storie, la Storia e la Geografia.
Racconta infatti Gombrich dello stupore suscitato in lui, nel corso di una visita americana, dalla profonda cultura musicale e artistica di un guardaboschi californiano, tale Mr. Webb. "Mr. Webb mi raccontò", continua Gombrich, "di essere stato soldato nel corso della guerra e di essere stato inviato in Alaska; qui aveva diviso il suo angusto alloggio con un violinista proveniente da Vienna, un fuggitivo, un esule. Era stato il violinista, che suonava volentieri musica classica, a dischiudergli il mondo di Ludwig van Beethoven. Non è certo l'immagine meno suggestiva di un libro nel quale sembrano continuamente riecheggiare le parole con le quali questo novantenne chiude il proprio autoritratto: "La mancanza di ammirazione mi pare qualcosa di miserabile".