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È arrivato finalmente anche in Italia il romanzo Daniel Stein, traduttore, l'ultimo lavoro di Ljudmila Ulickaja, fine scrittrice russa che la critica non esita a considerare già come un classico, molto nota anche da noi per i suoi romanzi, come Sonja (e/o, 1997; cfr. "L'Indice", 1997, n. 10) e Sinceramente vostro, urik (Frassinelli, 2007; cfr. "L'Indice", 2007, n. 9). Ci si chiede il perché della scelta dell'editore di traslitterare il nome dell'autrice in modo diverso rispetto agli altri libri, con il rischio di creare confusione nei lettori.
In ogni caso, Ulickaja/Ulitskaya ci regala un'opera memorabile, caratterizzata da una rara intensità emotiva e da una struttura estremamente complessa, raccontando una storia vera in cui si intrecciano tutti i principali avvenimenti drammatici della storia del Novecento. Il Daniel che dà il titolo al libro è dunque realmente esistito, la scrittrice l'ha incontrato per caso quindici anni fa e, da quel momento, l'idea di narrarne la vita non l'ha più abbandonata. È incominciata così, quasi per il volere del destino, la difficile opera di composizione di questo libro.
Abbandonando lo schema di narrazione lineare tipico delle sue opere precedenti, in Daniel Stein, traduttore Ulickaja ha optato per una forma sui generis di postmodernismo, avvalendosi delle tecniche del montaggio e collazionando le più svariate fonti, in parte autentiche, in parte inventate. Le lettere, i brani di diario, le registrazioni di conversazioni, le interviste, gli articoli di giornale e persino i rapporti dei servizi segreti creano, poco a poco, l'enorme puzzle del romanzo. Di fronte alla mole di questa documentazione, la scrittrice sceglie di ritirarsi dietro le quinte, come se fosse una semplice spettatrice della Storia. La polifonia di questo romanzo ha trovato una geniale rappresentazione nello spettacolo che ne ha tratto Andrzej Bubień, un regista polacco che ha "osato" mettere in scena simultaneamente i diversi intrecci dell'opera, sovrapponendo tempi, luoghi e voci e trasmettendo il messaggio di Ulickaja con grande efficacia.
La scrittrice si è ispirata alla vita di Oswald Rufeisen, un ebreo polacco che, a causa della sua conoscenza perfetta del tedesco, si è trovato, durante la guerra, a dover lavorare come interprete per la Gestapo. Incurante del rischio, riesce a salvare centinaia di ebrei facendoli scappare e procurando loro delle armi subito prima dell'arrivo dei camion diretti ai campi di sterminio. Scampato a sua volta, quasi miracolosamente, alla morte, Rufeisen si nasconde in un convento di suore carmelitane, poi collabora con i partigiani, prima di essere costretto a lavorare, sempre come traduttore, per l'Nkvd (il servizio che successivamente prenderà il nome di Kgb). Dopo una serie di avventure, alla fine della guerra decide di convertirsi al cattolicesimo e di andare a vivere in Israele dove, da monaco carmelitano, vive la condizione paradossale dell'ebreo convertito convinto assertore dell'ecumenismo, un ruolo impegnativo e delicato per un personaggio ancora una volta spinoso. Oswald-Daniel è un "giusto", profondamente convinto dell'inutilità dei dogmi e delle ideologie, per il quale l'importante è vivere, "agire da giusti" più che "pensare da giusti". L'immensa libertà interiore che caratterizza tutta la sua straordinaria esistenza è la prerogativa che ha maggiormente colpito Ulickaja.
Ci si addentra nel romanzo come in un vero e proprio "bosco di sentieri che si biforcano", un gigantesco intreccio di tempi, luoghi, linee narrative, popoli (russi, polacchi, lituani, bielorussi, ebrei, arabi, tedeschi e americani) e personaggi. Nelle sue diverse ramificazioni l'opera affronta, oltre a questioni di natura storica e soprattutto religiosa, una serie di tematiche esistenziali, cercando la risposta agli eterni dilemmi umani, alla ricerca di valori per i quali vivere e delle proprie radici. In un certo senso, anche Ulickaja va con questo libro alla ricerca del proprio background, delle proprie radici ebraiche che alcuni critici le imputavano di aver dimenticato nelle ultime opere.
Le dinamiche della vita familiare, che l'autrice aveva dimostrato di saper affrontare con intelligenza e precisione negli scritti precedenti, hanno un ruolo rilevante anche in quest'opera, ma nella cornice livida di un contesto in cui la fame, la guerra e le lotte civili sembrano mettere in crisi i parametri comunemente accettati nei tempi normali. Riecheggia il tema dostoevskiano della colpa, e uno dei numerosi interrogativi che pone l'autrice è quello di capire se è giusto, ed è possibile, farsi carico delle colpe altrui.
La vita di un uomo come Daniel, al di là del suo eccezionale valore di testimonianza storica, sembra indicare la necessità di prendere posizione, di non lasciarsi trascinare dal divenire storico, e si pone come un invito alla tolleranza, a capire e accettare anche decisioni e modi di vivere e di pensare che sono inconcepibili rispetto al proprio modo di essere. È la forza che attinge dagli ideali in cui crede a rendere Daniel un uomo straordinario, che è diventato un punto di riferimento per le persone più diverse. Con il suo romanzo, Ulickaja è riuscita nell'arduo compito di proiettare la giusta luce sul personaggio, per raccontare una storia che merita di essere conosciuta e che ha già conquistato milioni di lettori nel mondo.
Giulia Gigante
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