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Opera con copertina morbida in brossura. 662 p. : ill. a colori ft e nt ; 28 cm Catalogo della Mostra tenuta a Rovereto nel 2005-2006 In testa al front.: MaRT. LF22 . 644. . Ottimo (Fine). . . .
È evidente che sotto l'ambiguità del titolo azzeccatissimo a fini promozionali sta l'assunto secondo cui le avanguardie della danza coinciderebbero in toto con quelle della pittura. Su questa base si è assegnato un posto d'onore sia in mostra che in catalogo alla straordinaria avventura dei Balletti russi di Diaghilev che nei vent'anni della loro storia (1909-1929) modernizzarono in vari modi lo spettacolo ballettistico anche affidandone la scenografia a pittori di vaglia di cui qualcuno appartenente alle avanguardie storiche. La concettualizzazione sottesa all'iniziativa è quella secondo cui Diaghilev avrebbe così rivoluzionato il teatro di danza. Il fenomeno dei pittori a teatro peraltro iniziato a Parigi prima dei Balletti russi e nutrito dal simbolismo e dal sogno dell'opera d'arte totale wagneriana è stato assai più problematico di quanto mostra e catalogo lascino intendere. In un tornante in cui le arti cercavano una nuova autonomia e il teatro stesso reclamava una sua identità tutta visiva coreografi e registi pittori-scenografi e impresari si contesero spesso l'ideazione scenica anche con intenti di mercato. Pur includendo un balletto come Le sacre du printemps in cui fu fortemente trasgredito quel codice accademico che innovato in varie direzioni restò tuttavia l'ancora linguistica dell'avventura diaghileviana è difficile sostenere che le produzioni dei Balletti russi costituiscano "la danza delle avanguardie" del XX secolo.
Se ammirarne di persona o sul catalogo tanti degli splendidi bozzetti di scena e costumi giunti al Mart da varie parti del mondo costituisce un'esperienza esaltante l'obiettivo della mostra sembra sostanzialmente non raggiunto. Gli stessi testi in catalogo non riescono a sciogliere il nodo ambiguo intrecciato da questa iniziativa pur con il suo trascinante impatto visivo. Manca una contestualizzazione dei Balletti russi che scevra da mitizzazioni e aneddoti li inserisca dovutamente all'interno della storia della danza. È lo stesso trattamento marginale che in mostra e in catalogo si riserva al modernismo centroeuropeo degli anni dieci-trenta a sbilanciare quel quadro complessivo in cui la stessa avventura di Diaghilev troverebbe la sua giusta collocazione.
Fu infatti l'ampio e ramificato fenomeno del modernismo coreutico (con Rudolf Laban in primis) a rivoluzionare i fondamenti epistemologici oltre che linguistici della danza. È lì che le avanguardie della danza del XX secolo vanno cercate. Limitando la sperimentazione al Kandinskij astratto del 1928 (per un'opera come i Quadri di un'esposizione ideata come puro gioco di luci forme dipinte e colori) e alle proposte di Schlemmer in seno al Bauhaus il timone dell'iniziativa espositiva non sembra riuscire a dar conto della portata del nuovo pensiero sulla danza che espresse il modernismo di area tedesca (di cui Schlemmer non articolò che una delle potenzialità) e del quale il pensiero contemporaneo sulla coreografia è tuttora debitore. La mancanza in catalogo di interventi adeguati a mettere dovutamente a fuoco quel fenomeno rende la lacuna espositiva incolmabile.
Si ha l'impressione che l'apparato scientifico fornito pur con il suo cospicuo numero di pagine (circa duecento cui sono da aggiungere schede e brevi presentazioni delle varie sezioni) non sia alla pari dell'esaltante esperienza visiva della mostra. Anche la danza futurista dei primi anni trenta è trattata in un testo di ventidue anni fa non aggiornato sulla base delle ricerche successive in materia. L'apprezzamento estetico sembra reclamare l'autosufficienza e mettere in second'ordine le ragioni della storia.
Patrizia Veroli
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