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Marosia Castaldi

Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori
Anno edizione: 2004
Pagine: 398 p. , Brossura
  • EAN: 9788807016509

In prima approssimazione, l'eroe dell'ultimo libro di Marosia Castaldi è il pittore fiammingo Hans Memling, che lascia casa e famiglia a Bruges per intraprendere un lungo viaggio: dapprima in Sicilia, poi in Spagna, in Germania, e infine, dopo un effimero ritorno nelle Fiandre, nell'estremo Nord d'Europa, all'isola di Magerøy. Nel corso delle sue peregrinazioni mette mano a una serie di quadri, che vorrebbero compendiare simbolicamente le sofferenze incontrate; si trova invece, senza sua volontà, a legare a sé i personaggi nei quali si è imbattuto, che, formata una singolare derelitta schiera di infelici - la cosiddetta Compagnia d'Europa - finiranno per seguirlo fino all'apocalittica conclusione, al limite del Mar Glaciale Artico.

Questo non basta, tuttavia, per farsi un'idea adeguata di un romanzo nel quale lo sviluppo della trama ha un'importanza relativa. A imporsi non è tanto un'azione, quanto un'atmosfera, un'ossessione, una maniera di raccontare. Dava fine alla tremenda notte è suddiviso in cinque lunghi capitoli, che corrispondono a sequenze narrative distinte. Entro ogni capitolo, il racconto procede per segmenti o spezzoni, nei quali prendono la parola, a turno, svariati personaggi; ciò fa sì che la vicenda di volta in volta narrata sia rievocata ripetutamente, da diverse prospettive. Se a ciò si aggiunge il fatto che ogni episodio ruota intorno a pochi cruciali avvenimenti, sui quali ciascun personaggio seguita ad arrovellarsi, s'intende come il libro si presenti nell'insieme come una serie di blocchi, o gorghi, o vortici: quasi stazioni di una via crucis al termine della quale è davvero difficile immaginarsi una resurrezione qual si voglia.

Ciò detto, non siamo però ancora al punto principale. Questo romanzo, infatti, più ancora dei precedenti dell'autrice, è sostanzialmente un libro sul corpo femminile e sulla maternità. Una lunga, accanita disquisizione sulla condizione corporea della donna, sulla sua dimensione di apertura reale e simbolica, fisiologica e patologica, in una varietà di situazioni che rinviano sempre alle due costanti della violenza e del sacrificio. Una dolente melopea sui temi della femminilità violata e invasa, della maternità come destino e oblazione, della procreazione e della morte; e, insieme, un libro sull'infanzia offesa, profanata, mutilata. Sintomatica la ricorrenza degli aggettivi "slabbrata" e "scheletrico": quasi un emblema delle sofferenze inflitte ai più deboli, delle vite spezzate di chi reca fin dalla nascita un marchio fatale di patimento.

In una desolata piana della Sicilia un muratore edifica, da solo, una cattedrale, seguitando l'opera del padre defunto. Della famiglia, isolata dal consorzio civile, fanno parte anche una madre e una sorella. Fra questi personaggi sono avvenuti tutti gli incesti possibili; la sorella, demente, è stata posseduta e stuprata da innumerevoli maschi di passaggio, ha partorito e abortito una quantità indeterminata di volte, mentre lì presso, sotto terra, nelle zolfare, si consumano le poche energie di bambini malnutriti, sfruttati, violentati. In Spagna, a Burgos, una donna ha partorito due gemelle senz'ossa; il padre ha raccolto frammenti di ferro e ossa di bambini morti, con i quali un chirurgo è riuscito a costruire un'impalcatura per il corpo di una sola delle due; l'altra - è la madre stessa, sfinita, a richiederlo - viene lasciata morire. Spina di ferro (come tutti la chiamano), cresce, venendo periodicamente riaperta dal chirurgo che inserisce via via il materiale necessario a sorreggerla; si sposa con un pittore, si dedica lei stessa alla pittura, e diventerà madre a sua volta, portando sempre con sé come un'ombra o una stola la pelle della sorellina morta.

In realtà i confini tra morte e vita sono quanto mai labili: i morti hanno un'esistenza più che fantasmatica, così come i vivi appaiono spesso ridotti a lemuri o relitti. Del resto, l'intera narrazione si svolge in un regime di collasso o avvitamento temporale, per cui l'opposizione fra il prima e il poi conta meno dell'aggirarsi delle coscienze attorno ai nodi del loro destino (come i due fratellini tedeschi, abbandonati dalla madre, che campano presso una città i cui abitanti sono dediti a scavare fosse): tant'è che un intero capitolo, il quarto, ha un'ambientazione contemporanea, mentre nell'ultimo prende la parola la moglie di Memling, la quale racconta per lettera tutta la sua vita al marito lontano, la nascita della figlia pochi mesi dopo la sua partenza, la malattia che costerà alla bambina l'amputazione delle mani e dei piedi, e, dopo molti anni, l'inopinata visita di un pittore cieco, in cui lei non saprà ravvisare le fattezze del marito (miserando Ulisse, che condurrà tutti i compagni all'ultimo naufragio).

Il gusto letterario di Castaldi può ricordare certi aspetti dell'opera di una delle maggiori scrittrici del secondo Novecento, Anna Maria Ortese: la fiducia nella narrazione di ampio respiro, l'oscillazione fra un realismo sensibile alle istanze sociali e una fantasia dalle forti accensioni visionarie, il gusto della ridondanza, le simbologie, la stessa opzione per una strategia compositiva che fa a meno sia di un narratore onnisciente o ben informato, sia di un punto di vista coerente o unitario. Ma la tetra cupezza dell'atmosfera, l'ossessione per il sesso, l'oltranza nella rappresentazione dello strazio dei corpi fanno pensare piuttosto al Moresco dei Canti del caos: con la differenza che mentre in Moresco penetrazioni ed efferatezze hanno un che di gratuitamente parossistico, di programmaticamente intimidatorio, in Castaldi si avverte un patimento reale, immune da sadismi letterari. E tuttavia occorre aggiungere che il compito qui richiesto al lettore è arduo, e non sempre ben remunerato. Parecchie pagine, specie nella storia spagnola, sono impressionanti; alcune invenzioni, davvero degne di memoria. Ma cimentarsi con questa misura narrativa (s'intende, in un'opera che non punta sull'intreccio, né sull'articolazione ideologica) è quanto meno incauto: sulla tenuta della scrittura grava il peso di una imagery ossessivamente tormentosa, in più d'un tratto francamente pletorica. Anche se d'ora in poi non ci sarà facile sfuggire alla suggestione che il rosso manto delle madonne di Memling sia, in realtà, la veste di sangue inflitta all'altra metà del mondo.

Recensioni dei clienti

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    andrea

    19/05/2005 10.47.03

    Ho scoperto Marosia Castaldi attraverso due libri comprati nello stesso giorno alla fiera di Torino. “Che fare?” ed. Hopefulmonster, collana La favola dell’arte che è rivolta ai ragazzi (e a quelli che non rinunciano alle edizioni per ragazzi, forse privandoli proditoriamente di libri bellissimi come “Il gatto del Rabbino” di Joan Sfar). In “Che fare?” le parole della Castaldi accompagnano sculture e installazioni di Mario Merz. Nello stesso giorno è arrivato “Lo sbrego” di Antonio Moresco (ed Rizzoli, collana Holdenmaps). Anche lì c’è la Castaldi ma come personaggio, nelle ultime pagine del libro quando da saggio diventa racconto visionario. Ora leggo “Dava fine alla tremenda notte”. Che dire del libro?: è fatto apposta per chi gode di Merz e di Moresco, gente che allestisce nelle sue stanze/muri/pagine immagini strane che producono qualcosa. Proprio come il Teatro delle Albe, Peter Greenaway, Matthew Barney, Louise Bourgeois… Cose da storcere il naso insomma, opere di “rottura” nel senso che rompono le scatole. A meno che uno non ci entri dentro sforzandosi di trovare la concentrazione giusta. Cose da fruire come in una sala buia, con gli occhi. Allora agiscono: le immagini crescono, si mangiano i contorni che diamo alle cose e alle idee, anche quelle complicate come il tempo. Chiuso il libro il nostro mondo ha qualcosa di nuovo, ora è fatto di linee smangiucchiate (come i disegni per bambini di Sfar) e noi siamo più ricettivi: ecco che cosa producono quelle immagini. Sia chiaro questo è un libro impegnativo, però il gioco vale la candela. Perciò merita il voto più alto.

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    Mario

    16/04/2005 15.48.36

    io non ci ho visto nulla! non avevo mai letto qualcosa di così indigesto e soporifero.

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    GIANNA

    08/03/2004 16.49.58

    Leggo, su "Tuttolibri" di sabato 7 marzo 2004, una recensione tutto sommato onesta di questo libro pazzesco. Sono arrivata a pagina cento, e desisto: contemporaneità di vivi, trapassati ed inventati. Memling (che dovrebbe essere il personaggio principale) è puro pretesto per un fluviale sbocco di parole, torbido di sangue, incesti, crudeltà, vicissitudini macabre. Se avete voglia di flagellarvi, anche con un certo sforzo nella lettura, avete trovato pane per i vostri denti. Bisogna comunque dare un "uno", di fiducia, perchè i redattori della Feltrinelli ci avranno pure visto qualcosa...

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