Traduttore: T. Pezzato
Curatore: J. Halévy
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2018
Pagine: 250 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788845933226

18° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Arte, architettura e fotografia - Storia dell'arte: stili artistici - Stili artistici dal 1800 al 1900 - Impressionismo e Post-Impressionismo

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Descrizione
Daniel Halévy ha saputo cogliere il suono della «sua bella voce», soprattutto quando era «intima e sofferta» - quando lasciava affiorare l'ombra tormentosa di quella «catastrofe inconfessata» che aveva segnato la sua esistenza.

«Daniel Halévy, amico di Proust, era un ragazzo quando, a fine Ottocento, Edgar Degas frequentava la sua casa a Parigi. Dell'artista delle ballerine registrò su un diario parole, battute e sofferenze. Per chi ama studiare anche il retro della tela» - Robinson, La Repubblica

«Vengo a sapere che Dagas è malato, come sempre ai bronchi. Ha cambiato casa adesso abita in boulevard de Clichy. Ci vado. È la mia prima visita. Una delle nipoti, venuta ad assisterlo, mi apre e mi accompagna in camera da lui: una camera nuda, nuova, senza passato. Degas è a letto, immobile. Mi riceve con un paio di parole gentili. Mi accomodo su una sedia. Conversazione inesistente»

Edgar Degas era schivo, taciturno, intransigente. E molto solo, perché solo, e isolato (soprattutto dagli artisti suoi contemporanei) voleva essere. Frequentava pochissimi amici, andava in pochissime case. Una di queste fu, per vent'anni, quella degli Halévy: tra il 1877 e il 1897 rari erano i giorni in cui non pranzasse o cenasse da loro, perché lì si sentiva accolto, e finanche protetto, da quello «spirito Halévy», da quella «'secchezza' degli Halévy, che aveva agito nell'operetta come nelle battute di Oriane de Guermantes». Ad ascoltare, affascinato, le parole di Degas, c'era un ragazzo, che poi le annotava accuratamente nel suo diario. E che nel 1960, quasi ottantottenne, si decise a pubblicarle. Grazie a Daniel Halévy scopriamo, di colui che sin dall'adolescenza gli aveva dato «un'idea precisa di cosa fosse la grandezza», le battute fulminanti e i paradossi acuminati, il rigore scontroso e i furori intellettuali. Ma anche lo stupore incantato con cui Degas ascoltava, o narrava lui stesso, una fiaba delle "Mille e una notte", o la «gioia infantile» che gli dava leggere agli amici uno dei suoi sonetti.

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