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Il libro di Mayer-Schönberger è un'interessante riflessione sull'esplosione delle tecnologie della scrittura e della registrazione degli ultimi decenni, la cui traduzione italiana è preceduta da una bella prefazione di Carlo Formenti. Mayer-Schönberger nota che la diffusione globale del web è collegata a una drastica diminuzione dei costi del ricordare. Tale situazione ha portato alla novità fondamentale dell'era digitale: nei confronti di informazioni che riceviamo o che produciamo, il nostro comportamento di default è ormai quello di ricordare e non più di dimenticare. Registrare file di ogni tipo su hard-disk sempre più capienti e a buon mercato è diventata la norma, poiché conservare una registrazione non ci richiede più nessun costo aggiuntivo come invece ci richiedeva ancora sviluppare una fotografia fino agli anni ottanta. Al contrario, dimenticare è diventato costoso, perché richiede tempo ed energia per scegliere che cosa tenere e che cosa eliminare. Questa perdita dell'oblio corrisponde a una perdita di controllo dell'individuo sull'informazione che registra. L'idea che basti premere il tasto "delete" per sbarazzarci del contenuto di un file è il più delle volte illusoria, soprattutto se il file è stato messo in rete. Lo stesso vale per l'informazione che produciamo involontariamente muovendoci nel web: le tracce delle nostre ricerche, delle opzioni scelte, e delle transazioni effettuate. Si tratta di un continuo lasciare tracce che vengono registrate e che ci rendono incredibilmente visibili. Le conseguenze potenzialmente dannose di questa situazione da panopticon benthamiano per la nostra privacy, anche se discusse nel libro, non sono però il suo centro focale. All'autore interessano piuttosto le conseguenze più generali sulla nostra relazione con l'informazione e il suo aspetto temporale. L'assenza di oblio, infatti, rende l'informazione presente in rete atemporale e la priva di molto del suo valore, che per Mayer-Schönberger è appunto legato al contesto, alla prospettiva temporale a cui si aggancia. L'oblio, più in generale, è anche alla base della capacità di astrarre e di fornire di significato eventi e situazioni, che altrimenti non sarebbero che accozzaglie di particolari che ci lascerebbero indifferenti. Per questo motivo, una persona impossibilitata a dimenticare, come il caso clinico che Mayer-Schönberger discute con attenzione e paragona a Funes, un famoso personaggio di Jorge Luis Borges, è anche impossibilitata a scegliere e ad agire. Analogamente, la perdita dell'oblio che coinvolge la memoria collettiva, costituita da tutte le registrazioni messe in rete, ha effetti dannosi sugli individui e sulla società. Mayer-Schönberger fornisce motivi per pensare che le cose stiano così. Ad esempio, la perdita di fiducia nella nostra memoria che è indotta da una presenza invadente e perenne di una memoria esterna intacca la capacità di prendere decisioni. Tutto il suo discorso teorico, però, sembra reggersi sull'idea che la memoria condivisa sia da vedersi più o meno come una mente collettiva. Ma in contrasto con questa visione pessimista, la memoria condivisa può anche essere vista come una risorsa che ci permette di immettere informazioni e di condividerle e di costituire così nuove entità e istituzioni sociali: i gruppi di sostegno di facebook, i forum di discussione, i sistemi di decisione collettiva on line. Inoltre, le possibili violazioni di privacy che la perdita del controllo sull'informazione permette, come il recente caso di Wikileaks dimostra e contrariamente a ciò che l'autore sembra pensare, non avvengono necessariamente sempre a svantaggio della controparte più debole (l'individuo vs. l'azienda o lo stato). Ciò non vuol dire che la visione un po' pessimista di Mayer-Schönberger sia infondata o teoricamente debole. Non solo il libro è pieno di riflessioni profonde, dirette a problemi reali che la diffusione pervasiva del web fa nascere, ma l'autore avanza una proposta originale per ristabilire l'oblio come default nell'era digitale: quella dell'avere per ciascun file una data di scadenza. Già negli ultimi anni vi è stata, fra Google, Microsoft Search, Yahoo! e Ask.com, una gara al ribasso sui tempi di conservazione delle nostre tracce nei motori di ricerca. Mayer-Schönberger ritiene però che anche i file più tradizionali che archiviamo sul computer o in rete debbano avere una data di scadenza. In tal modo davanti a ogni registrazione saremmo costretti a chiederci: fino a quando avrà valore questa informazione? Ora, se l'analisi del problema è molto convincente, la soluzione lo sembra meno. Per quanto sia auspicabile che le nostre registrazioni "involontarie" siano soggette a scadenza, così come le pagine on line che rischiano di intasare con informazioni "scadute" le nostre ricerche, non mi è chiaro se non prendendo molto sul serio il parallelo idealistico tra la memoria individuale e quella collettiva, e il pessimismo che ne deriva perché lo stesso debba valere anche per altre forme di registrazione. I documenti, che hanno la funzione di stabilire status sociali, inevitabilmente hanno date di scadenza, ma le semplici registrazioni (in cui i documenti si "trasformano" una volta scaduti) risultano utili proprio perché non sono soggette a un vincolo di validità. Nello scrivere un file testo o fare una foto, il nostro intento è il più delle volte quello di registrare qualcosa su cui tornare in seguito e decidere se modificarla, tenerla, spostarla in un altro contesto, o eliminarla. In un certo senso, la tecnologia digitale ha solo sdoganato l'utilizzo più naturale dei mezzi di registrazione. Si pensi alla macchina fotografica: già negli anni settanta i fotografi professionisti la usavano più o meno come tutti noi oggi, scattando centinaia di fotografie e decidendo in seguito che cosa farne. L'aspetto negativo di tutto ciò mi sembra più modesto di quello adombrato da Mayer-Schönberger: il tempo che perdiamo sempre più spesso a ripulire il desk del nostro computer. Giuliano Torrengo
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