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Negli anni sessanta dell’Ottocento una disastrosa crisi economica e finanziaria colpisce la Russia, il governo emette prestiti su prestiti, il mercato monetario si riempie di carta moneta, corre l’inflazione, le casse dello stato sono oppresse da deficit. Lo stesso Dostoevskij ne viene coinvolto, è costretto per mancanza di mezzi a chiudere la sua rivista Epoca e a riparare all’estero per sfuggire ai creditori. Qui il dramma della mancanza di denaro s’inasprisce e si trasforma in vera e propria indigenza. È in questa situazione che lo scrittore concepisce Delitto e castigo, il romanzo dove tutta l’azione è condizionata dal problema del denaro e della concentrazione dei capitali. Per la prima volta nella letteratura russa questo tema puramente economico e finanziario si trasforma nel corso della trattazione in una grande tragedia sociale. In una tempestosa situazione d’incipiente capitalismo, satura di scontento, di minaccioso pessimismo e di infuocate illusioni, Dostoevskij afferra con grande profondità e precisione l’immagine dell’uomo capitalistico. Così nasce Delitto e castigo, uno sconcertante affresco di gelide teorie e di spietate astrazioni ma anche una delle opere più forti della letteratura mondiale rivelatrici della mancanza di umanità della società capitalistica. Sullo sfondo di questa società oppressa dalla miseria come il protagonista del romanzo, in una città che il bisogno riempie di speculatori, prostitute, ladri alcolizzati e mendicanti nasce e si sviluppa il dramma di Raskolnikov che per pochi soldi e gioielli uccide spietatamente una usuraia e la sua mite sorella dominato dall’idea della libertà cui ha diritto l’uomo superiore. Visto in questa prospettiva Delitto e castigo è senza dubbio l’opera più drammaticamente attuale e coinvolgente di tutta la letteratura russa sul piano della riflessione storica, politica e sociale; ed è in questa chiave che viene proposto oggi, in una nuova traduzione, il grande romanzo di Dostoevskij.
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