Delitto senza passione

Ben Hecht

Traduttore: M. Martone
Collana: La memoria
Edizione: 3
Anno edizione: 1986
In commercio dal: 9 luglio 1986
Pagine: 160 p.
  • EAN: 9788838903588
pagabile con 18App pagabile con Carta del Docente

Articolo acquistabile con 18App e Carta del Docente

€ 6,80

€ 8,00

Risparmi € 1,20 (15%)

Venduto e spedito da IBS

7 punti Premium

Disponibile in 3 gg lavorativi

Quantità:

€ 4,32

€ 8,00

Usato di Libraccio.it venduto da IBS

 
 
 

Recensioni dei clienti

Ordina per
  • User Icon

    Antonella

    06/09/2012 16:40:52

    Piccole perle gialle di un grande sceneggiatore: racconti decisamente arguti ed ironici, caratterizzati da un ritmo narrativo cinematografico.

  • User Icon

    roberto cocchis

    11/04/2005 08:37:29

    In questi racconti tutto è fasullo, dalla cornice alla psicologia (in realtà molto abbozzata) dei personaggi. Ma è così per espressa volontà dell'autore, un modo (per noi lettori) di dare un'occhiata dal di dentro alla mentalità che negli anni '30 produceva film di successo a Hollywood e commedie di successo a Broadway. In certi punti questo volume mi ha fatto pensare a una "Rosa purpurea del Cairo" in chiave gialla. Se uno fa lo sforzo di immaginare le storie come brevi telefilm accompagnati da una musica d'epoca (come quelle di Errol Garner che accompagnavano i telefilm di Ellery Queen con Jim Hutton) l'effetto è estremamente suggestivo.

Scrivi una recensione

ROOSEVELT, ELLIOT, In Hide Park si muore, Mondadori, 1986

KAMINSKY, STUART, Quel cane del presidente, Mondadori, 1986

HECHT, BEN, Delitto senza passione, Sellerio, 1986
recensione di De Federicis, L., L'Indice 1986, n. 8

Quest'anno, a luglio, Stuart Kaminsky è stato l'autore di successo, protagonista del Mystfest (Festival internazionale del giallo e del mistero) di Cattolica e improvvisamente celebre. Come ora sappiamo, Kaminsky, americano di discendenza ebreo-polacca, laureato in giornalismo, studioso di cinema, insegnante alla Northwestern University e scrittore da sempre di romanzi polizieschi, ha raggiunto la notorietà a più di cinquant'anni (è nato nel 1934) grazie alla creazione di un personaggio, Toby Peters, e del suo mondo. Toby Peters, un piccolo (piccolissimo) investigatore privato, vive a Los Angeles nei primi anni Quaranta e campa risolvendo i casi improbabili in cui si trovano coinvolte note personalità dell'epoca, quasi sempre grandi divi e spesso anche registi scrittori (Faulkner o Hemingway), campioni di boxe e ogni specie di figura rappresentativa (fino alla massima, la First Lady, Eleanor Roosevelt). Gli articoli su Kaminsky hanno assunto per lo più la forma dell'intervista, forma disinvolta e un po' elusiva che lascia all'autore la responsabilità dell'autocommento. Così abbiamo appreso molto sulla caratterizzazione del personaggio e sulla struttura delle storie: struttura elaborata e artificiosa, che si sviluppa per parallelismi, similarità, contrasti, e in cui prevale la regola dello sdoppiamento e della coppia, a cominciare dall'unità semantica principale, Toby, che ha un doppio nella figura del fratello poliziotto (ed è aiutato da due amici, uno nano e uno gigante, e pensa a due donne, eccetera). Restano però altri aspetti per cui vale la pena di interessarsi a questi libri. Anzitutto, la loro qualità di rifacimento, reinvenzione, mescolanza. I due filoni a cui Kaminsky attinge e che ripercorre e manipola vistosamente sono quello della narrativa poliziesca hard-boiled fino a Chandler e alla sua creatura Philip Marlowe di cui Toby Peters è l'ultima variazione, e la storia del cinema hollywoodiano. Il primo effetto, che Kaminsky esplicitamente cerca, è ottenuto appunto con la mescolanza tra l'illusorietà del cinema e la quotidianità stracciona del detective. In più, egli reinventa tutto un periodo della cultura americana e nostra. Il referente però non pretende di essere in nessun modo reale: non è l'America degli anni Trenta e Quaranta, ma è una sua immagine, un'altra immagine da aggiungere alle molte e varie che altri romanzi nel corso di mezzo secolo hanno via via esportato. Questa di Kaminsky è più dichiaratamente finta e ha una frequenza più alta di stereotipi, come il genere del giallo richiede, ma ci risulta pienamente plausibile e familiare. È infatti un'America, che ci siamo abituati a vedere al cinema e in televisione, o anche in fotografia e sulle copertine dei libri: Faulkner è un vero gentiluomo del Sud, magro e abbronzato, con i baffetti e la pipa, dignitoso e tragico; Hitchcock si muove sornione e, per dir così, di profilo; Buster Keaton non perde mai l'imperturbabile fissità; Joe Louis ha la faccia bruna e tonda, con le labbra imbronciate e una sorta di malinconia ; infine il riferimento a Pearl Harbor, che ricorre puntualmente, fa scattare nella nostra memoria una serie ancora diversa di immagini riconoscibili, altri film, altri luoghi comuni. Il mondo di Kaminsky sarebbe insopportabile, se non fosse raccontato con ironia, comicità, iperbole. I suoi romanzi presuppongono lettori smaliziati, e lo scrittore è abile: l'operazione però che egli sta compiendo non è eccezionale n‚ isolata. L'intero settore della narrativa d'intrigo e mistero è
infatti orientato da anni verso il rifacimento e la citazione: si rifanno epoche, maniere (di un autore o di un particolare sottogenere), o si tenta il remake (come nel cinema) di singole opere. Qualche esempio recente. Di Raymond Chandler un nuovo autore poco noto imita a modo suo "Il grande sonno" (Dong Hornig, "Il veleno dei Majors", Il Giallo Mondadori n. 1949, Milano 1986), banalizzando psicologie e linguaggio ma senza rinunciare a un furbo gioco di allusioni per il lettore esperto. Di Rex Stout un altro americano cinquantenne e laureato in giornalismo riproduce minuziosamente e meccanicamente le invenzioni e i vezzi, aggiungendo un numero alla serie di Nero Wolfe, che credevamo terminata con la morte dell'autore (Robert Goldsborough , "Nero Wolfe: delitto in mi minore", Il Giallo Mondadori n. 1957, Milano 1986). In Francia sotto lo pseudonimo di J.B. Livingstone un autore sconosciuto, o forse un gruppo, rifà (noiosamente) il poliziesco classico inglese, con luoghi e misteri d'una volta: il museo, il castello, la vita bucolica, la morte in palcoscenico (in traduzione italiana sono usciti per dall'Oglio nel 1985 tre titoli: "Delitto al British Museum", "Il segreto dei Mac Gordon*, "Assassinio a Lindenbourne"). Persino in Italia, dove il romanzo poliziesco ha una tradizione tanto meno consistente, c'è Corrado Augias che ha raccontato le indagini del commissario Giovanni Sperelli, fratello segreto di Andrea, in una Roma dannunziana e prefascista ricostruita con immaginazione e gusto da antiquario (tre titoli pubblicati da Rizzoli, e il giallo sconfina nel romanzo storico: "Quel treno da Vienna", 1981, "Il fazzoletto azzurro",1984, "L'ultima primavera", 1985). È ovvio poi che si riscoprano volentieri i pezzi autenticamente datati: specialista è Sellerio che ha già proposto il primo Stout del 1929 ("Due rampe per l'abisso") tre inediti in Italia dell'ignorato Glauser, morto nel 1938 ("Il grafico della febbre", "Il tè delle vecchie signore", " Il sergente Studer"), e ultimamente Ben Hecht, americano di discendenza ebreo-russa, morto nel 1964, soggettista e sceneggiatore a Hollywood dagli anni Trenta ai Cinquanta.
I romanzi che ho nominato sono di varia qualità. Nessuno è in sé importante, ma nell'insieme diventano un fenomeno che si fa notare. Qualcosa di simile è accaduto nel cinema, dove per effetto della fruizione televisiva ci pare al assistere a una proiezione ininterrotta, in cui possono comparire e mescolarsi tutti i film, vecchi e nuovi. Anche la narrativa poliziesca (un genere in cui scrittura e film sono sempre stati contigui) si presenta oggi globalmente come un vasto repertorio d'altri tempi, in cui possiamo scegliere e mescolare a piacere, e che non cessa di essere reinventato e aggiornato. Nel poliziesco, per le caratteristiche stesse del genere e la serialità della produzione, trova una conferma evidente, e talora addirittura grossolana, la tendenza a costruire libri sui libri che è un tratto tipico di tanta narrativa contemporanea. L'esempio più insolito e piacevole che io conosca di mescolanza nell'immaginario l'ha dato forse Diego Gabutti con "Un'avventura di Amadeo Bordiga" (Longanesi, Milano 1982), straordinario romanzo dove in una notte del 1926 a Berlino, e in un momento decisivo per la rivoluzione, il fondatore del Pc italiano si salva la vita grazie all'aiuto di Nero Wolfe, spia montenegrina prima di trasformarsi in investigatore a New York. Capita di sentir dire che romanzi siffatti sono destinati a un pubblico di intellettuali. È però una formula vecchia, poco pertinente all'attuale, assai più articolata, struttura del consumo. Bisogna essere un po' letterati per leggere davvero con piacere Augias. Ma per divertirsi con Gabutti? Bisogna conoscere non superficialmente la storia dei rivoluzionari di professione e i libri gialli di Rex Stout. E per divertirsi con Kaminsky? Abbiamo già visto quali varie competenze egli metta in gioco, ma c'è in lui ancora un aspetto a cui vorrei dar rilievo. La sua scelta d'epoca non è motivata soltanto dalla rievocazione di Hollywood. Lo attirano Roosevelt e il New Deal, la democrazia, l'ottimismo, la guerra americana. L'ironico Kaminsky è in realtà molto schierato e può darsi che, anche in questo, il suo successo serva a segnalare un fenomeno complesso. E davvero il tempo di ripensare a Roosevelt? Intanto, egli ha un concorrente: Elliot Roosevelt, figlio di Eleanor e di Franklin Delano, che da poco ha incominciato a scrivere romanzi polizieschi in cui compaiono i suoi genitori, sullo sfondo della Casa Bianca e della vita politica negli anni Trenta. Elliot Roosevelt è meno bravo di Kaminsky e si lascia andare senza pudori ai piaceri dell'agiografia familiare descrivendo banchetti e merende, abiti e conversazioni ("Era un sabato pomeriggio, sul finir del maggio 1935. Eleanor Roosevelt era vestita da casa, una semplice camicetta gialla e una sottana lunga marrone. Una fascia di seta gialla annodata sulla nuca le fermava i capelli", p. 3). Un solo libro, quando si tratta di prodotti pensati per la serie, è poco significativo. Di Kaminsky, e della serie di Toby Peters, consigliamo comunque "Quel cane del presidente" : Eleanor, sospettando che il cane prediletto di Franklin sia stato rubato, va di persona a cercare Toby per chiedergli di investigare segretamente (siamo nel 1942 e, per il bene del paese, nulla deve turbare la serenità del presidente e la sua immagine pubblica). La pretestuosità della vicenda e il ruolo marginale che vi occupa (contrariamente al solito) il cinema permettono che emerga meglio il fondo nostalgico-civile delle fantasie di Kaminsky. Ecco, dunque, Eleanor: "Dimostrava la sua età, cinquantotto anni, ed era uguale a come l'avevo vista tante volte in fotografia, con i denti un po' in fuori (...). La differenza stava tutta negli occhi che le fotografie e le riprese dei cinegiornali non riuscivano a riprodurre. Erano occhi scuri e profondi, che guardavano dritto in faccia" (p. 11).
Chi poi prenda in mano il volumetto di Ben Hecht, potrà fare qualche confronto. Vi sono riuniti cinque racconti gialli, che a tratti sembrano veloci abbozzi per storie da film. Racconti pieni di azione e colpi di scena, esagerati, truculenti, senza distacco ironico. Così s'usava allora, negli anni Trenta e Cinquanta, quando alla maggior parte degli spettatori e dei lettori di gialli piaceva identificarsi in storie finte ma appassionanti, e il divertimento esigeva la partecipazione.

Hecht esercita anche in questi thriller il suo mestiere di sceneggiatore: accurate ambientazioni, suspense, colpi di scena.