Editore: Adelphi
Edizione: 2
Anno edizione: 2004
In commercio dal: 24 marzo 2004
Pagine: 554 p., Rilegato
  • EAN: 9788845918551
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Descrizione
Quale cosa attinge, "in ultimo", l'anima dopo essersi aperta, attraverso l'angoscia, alla ricerca di sé? È questo l'interrogativo che sottende l'articolarsi di questo saggio. Tre voci in dialogo fra loro e con i "Maggiori Loro", da Platone a Husserl, cercano di rispondere a tale domanda, ognuna seguendo il proprio "demone custode": la voce portatrice di un radicale scetticismo dell'Intelletto, la voce che incarna l'atto di fede in lotta contro se stesso e quella dell'Autore, che si rivolge agli amici attraverso due lunghe serie di lettere, riprendendo e sviluppando le idee della sua più importante opera teoretica, "Dell'inizio". L'attenzione di Cacciari torna a volgersi a quel cominciamento che è il "problema" filosofico fondamentale.

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Recensioni dei clienti

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    renzo mesturini

    06/09/2016 12:36:31

    è sufficiente un solo motto: pesssimo

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    argos

    28/08/2016 03:40:52

    Con molta astuzia da teatrante guitto scrive Cacciari a pag.449: "Uno dei miei rimpianti più grandi,lei lo sa,è di non aver incontrato Giorgio Colli." rivolto a un corrispondente epistolare immaginario,quindi il tutto è FALSO,perchè NON sta elaborando un racconto narrativo,ma assume la veste di un Platone del Vita-Salute San Raffaele. argos (Profeta del Rogo della FENICE di Venezia) Domenica,28 Agosto 2016

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    DAVIDE

    09/08/2013 12:39:32

    Non sono d'accordo col prof. Ugo Bessi e con le altre recensioni negative. Non mi sembra che si possa sostenere che la filosofia teoretica,a cui appartiene quest'opera di Cacciari, si riduca ad un gioco di parole insensato e assurdo. Il problema della "cosa" è davvero il cominciamento della filosofia: la meraviglia aristotelica di fronte all'"ente" e il concetto kantiano di "cosa in sé" ne sono soltanto due esempi celebri. Soltanto una mentalità scientista e fisicalista, come del resto Cacciari stesso lamenta nel testo, può far ritenere illogica la domanda filosofica originaria. Nonostante, paradossalmente, i progressi della stessa ricerca scientifica e l'ampliamento del concetto di "scienza" (sempre meno obiettivista e sempre più proiettata ad una concezione "relazionale" del sapere) c'è ancora chi crede che il paradigma referenziale - la cosa come "dato" su cui si applicano categorie e concetti - sia il metro di misura di ogni esperienza della realtà: esso è invece soltanto uno fra i possibili "modi" di entrare in relazione con la "cosa" - il modo "noetico" -analogo ma differente, ad esempio, al modo "estetico" di esperire la realtà. Il sapere che mi dice il "che" della cosa (una parte, peraltro ristrettissima, delle scienze fisico-naturali) non esaurisce il campo dell'esperienza "oggettiva" della realtà, a cui appartengono anche quei saperi che si occupano del "come" della cosa, di cui la stessa filosofia (insieme all'arte) fa parte. Più precisamente, ed è a mio parere la posta in gioco del saggio di Cacciari, il pensiero filosofico si situa proprio sulla "soglia" in cui la cosa in quanto "essente" si rispecchia nella cosa in quanto "sembiante": di tale pensiero Cacciari ricostruisce qui una sorta di genealogia, dall'antica domanda platonica fino al dibattito contemporaneo di matrice heideggeriana. Da leggere, prima di giudicare.

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    Silvio Minieri

    07/01/2009 12:53:33

    La frase del libro che rende bambino (rimbambisce) Rabelais: “Nell’ambito del possibile etc.” si semplifica con un algoritmo e significa che assieme alla potenza, “il possibile”, sussiste l’atto ,“ciò che è” possibile. Intendiamoci, questo possibile di cui si parla (il posse di Cusano?) è la dynamis di Aristotele, non la dinamite di Nobel. La filosofia nell’età tragica della tecnica. Ecco l’algoritmo: [(+ a + b) – ( + 1 – 1)] = [(a + b) – 0] = a + b. “Nell'ambito del possibile è necessario = apertura di parentesi quadra; “sia possibile” = apertura di parentesi tonda; “il possibile” = a, “con” = più; “ciò che è possibile” = b; “in opposizione” = meno; “imposizione” = 1; “impossibile” = meno 1.

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    Vittorio Tauber

    19/10/2004 00:44:24

    Il bello di Cacciari è la sua erudizione, ammantata di misterioso ermetismo. Ora heideggereggia, ora derrideggia, ora cacciareggia. Il brutto è che, sotto il profluvio minaccioso di parole, dietro lo stile, non c'è una sola idea originale. Egli riprende ciò che negli ultimi anni è stato pubblicato in Francia, Germania, nel mondo anglosassone, meglio se non tradotto o passato inosservato per la provincia filosofica italiana. Lo dice col suo stile, e sembra oro colato nel nuovo stampo. Ma è solo princisbecco. Quando è davvero originale, come nel concetto di Inizio, eleva a pseudoproblemi filosofici sofismi ininfluenti nella storia della filosofia: l'archè non è mai stato un problema, e poi l'Inizio non è solo una rilettura (con belle parole, certo)dell'ermeneutica della ricezione del mito secondo Blumenberg (non esiste un puro inizio del mito, ogni mito è ricezione e interpretazione di una narrazione)? Vattimo, al contrario, non è tipo di eclettiche letture (Heidegger e Nietzsche, Nietzsche e Heidegger, Heidegger e Heidegger, Nietzsche e Nietzsche; e Pareyson e Gadamer, giusto perchè suoi professori) ma almeno, da riccio, ha dalla sua la quasi originalità del concetto di indebolimento dell'essere. Credo che Cacciari invidi molto Vattimo. Entrambi narcisi, il secondo passerà in qualche modo alla storia della filosofia italiana, il primo no, ed è troppo intelligente per non saperlo.

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    Francesco

    06/10/2004 18:01:15

    Concordo pienamente con il giudizio espresso dal prof.(immagino lo sia) Ugo Bessi. Cacciari fa un tipo di filosofia esigenziale e postulatoria. Assume un principio come fondamento e pretende di derivare da esso il tutto. Il Possibile, l'Uno, il Com-possibile, sono tutte formulazioni che non significano nulla. Neanche da un punto di vista puramente logico. Giovanni Reale recensendo il libro ne ha lodato una supposta sottigliezza logica. Ma dove ? Quando ? C'è solo un gusto esagerato ed esasperato per i giochi verbali, per le carambole linguistiche. Altro che logica ! Con quest'opera Cacciari dichiara di voler rispondere a Severino, tentando di uscire dalle aporie della sua ontologia. E qui credo stia il vizio d'origine, giacché l'opera di Severino è fondata su assurdità logiche, sulle quali poi viene edificata una delirante e gigantesca ontologia. (Assurdità venute fuori in modo assai chiaro ed inequivocabile nella discussione con Massimo Mugnai, che ha dimostrato come l'opera di Severino si fondi su errori logici che neanche un principiante commetterebbe). Partendo da questi presupposti è chiaro che non ci si può aspettare nulla di epocale. Prendere sul serio le sciocchezze sull'eternità degli essenti che ossessivamente Severino ripete come una macchinetta da quarant'anni significa precludersi ogni possibilità di un serio percorso filosofico. Francesco PS Mi verrebbe quasi voglia di chiedere indietro i miei 45 euro, magari facendoli sborsare a Giovanni Reale che mi ha convinto ad acquistare quest'opera totalmente inutile. Alla filosofia ed anche alla letteratura.

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    Ugo Bessi

    26/08/2004 08:18:45

    Questo libro contiene la frase seguente: "Nell'ambito del possibile e' necessario sia possibile anche il possibile con cio' che e' possibile in opposizione all'imposizione dell'impossibile." Rabelais a confronto e' un bambino: "Omnis clocha clochabilis in clocherio clochando clochative clochare facit clochabiliter clochantes." Questo tipo di filosofia, contro cui si sono battuti umanisti e illuministi, si chiama oggi postmoderna o, piu' giudiziosamente secondo me, cialtronesca.

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V'è un'espressione che caratterizza il gergo filosofico: la "cosa stessa". Rintracciabile in Platone e in Aristotele, ha raggiunto il suo massimo uso nella lingua tedesca (die Sache selbst), al punto che Hegel vi ha dedicato un capitolo della Fenomenologia dello spirito, e Heidegger l'ha rilanciata come locuzione di ciò che è massimamente degno d'essere pensato. Ma sotto questo nome - dal greco pragma e dal latino res, causa, affare - si celano i tanti oggetti della storia della filosofia: l'Idea, la Sostanza, lo Spirito, l'Essere.

Richiamandosi a questa tradizione, ecco apparire il libro di Massimo Cacciari, Della cosa ultima. Nell'opera precedente, Dell'Inizio, Cacciari - attraverso il confronto con il neoplatonismo, Schelling e Hegel - aveva determinato come cosa del pensiero l'Inizio, intendendo con questa categoria la possibilità di essere e non essere di ogni ente: l'Inizio, per usare una metafora, è ciò che sta prima della creazione. Ora la domanda diventa: come si rapporta l'uomo all'Inizio? Quali i segni del suo stare al fondo di ogni evento?

Di qui l'andamento stilistico del nuovo testo. Innanzitutto - in forma di dialogo tra l'autore, un amico scettico e un teologo - abbiamo una sorta di discorso sui principi primi nella tradizione occidentale (una protologia): da Anassimandro a Aristotele, fino a Cusano, Bruno, Leopardi; attraverso le riflessioni su un concetto problematico come quello di Infinito, si domanda Cacciari, non troviamo i modi, pur diversi, con i quali è stato pensato l'Inizio? L'Inizio, in quanto Onni-compossibile, è ciò che viene, logicamente, prima della stessa nozione di Dio. Un concetto vertiginoso, abissale. Ma il mistero dell'esistenza di ogni singola cosa non chiama in causa appunto il suo "da dove"? E nell'uomo, in quanto ente nel quale l'esistenza si fa domanda sul proprio senso, come si rifrange la questione dell'Inizio?

È il tema della seconda parte del libro, in forma di lettere scritte ai due amici, ove Cacciari ripensa la dottrina degli "esistenziali", delle strutture fondamentali dell'esistenza. La prima di queste strutture è l'identità del soggetto, che già nella sentenza dell'oracolo di Delfi aveva la forma di un enigma: "conosci te stesso". Un compito necessario, ma impossibile: scrutato fino in fondo, ogni soggetto è straniero a se stesso: l'altro mi abita, fa parte di me, ma, insieme, è incatturabile. E cos'è l'esistenza se non un dono che accade, senza un perché? Si badi, definire l'esistenza un dono significa fare proprio un tema biblico, portandolo alle estreme conseguenze teoretiche. La possibilità del venire all'essere di una cosa è certo un dono, una grazia. Con una differenza rispetto alla tradizione ebraico-cristiana: in questa, il dono è l'atto d'amore di un Dio che intenzionalmente decide; per Cacciari, il dono è l'epifania dell'apparire nel mondo nella sua assoluta gratuità (charis), senza alcun scopo. Una gratuità che implica che ogni accadere non sia necessario, né garantito: il suo Inizio è possibilità, nel contempo, di essere e non essere. Questo è l'a-teismo filosofico di Cacciari: non negare Dio, ma andare alle sue radici, là dove anche Dio è uno degli enti possibili. Un ateismo che fa propri i contenuti di origine biblica, e li conduce a un esito inaspettato, fino al paradosso. Se il messaggio di Cristo - lÆagape come svuotamento di sé - è un messaggio di libertà, ebbene, lo stesso Inizio è Libertà, ma una libertà che implica anche la sua impossibilità, In-differenza d'essere e non essere.

Qui sta il mistero della cosa stessa, che la tradizione neoplatonica e mistica ha affrontato sotto il nome del "toccare il Dio", e sul quale si sofferma la terza parte del libro, dedicata agli eschata, alle cose teologicamente ultime. Toccare il Dio non significa appropriarsi della sua essenza, ma capacità di intuire nel volto del singolo il mistero stesso dell'Inizio. Come se solo accudendo l'aspetto creaturale, finito, dell'esistenza si potesse intravedere il suo significato ultimo, escatologico. Un mistero che riluce nelle opere d'arte - ove la singolarità della cosa appare come immortale proprio perché epifania della nascita di un mondo. Nel testo vi sono pagine intense sull'icona, la preghiera, il mistico, la profezia, il male, il paradiso dantesco. Pagine che rappresentano una sfida tanto per il non credente, quanto per il credente. Per il primo, è un invito a dimettere un'immagine strumentale o edificante della filosofia: pensare significa, secondo Cacciari, far proprie le domande della teologia portandole oltre se stesse, ove il vero può non consolare. Per il secondo, assistiamo a un sfida al cristianesimo sul suo stesso terreno: se ne ammette la verità, ma da un punto di vista che si pone là dove la rivelazione cristiana risulta una delle forme di manifestazione dell'Inizio. Per non dire del dialogo serrato, che attraversa tutto il libro, con Emanuele Severino: l'Inizio in quanto In-differente, nome di un possibile non necessario, ove si equivalgono gli opposti, non è l'esatto contrario della "necessità dell'essere" di cui parla Severino? Quasi che l'argomentazione di Cacciari, ritrovando nell'aporia la cifra del vero, disegnasse una figura di dialettica (la diaporetica) che si sottrae all'aut-aut della confutazione (elenchos) severiniana.

In fondo, possiamo sorprendere in queste pagine - che aspirano a essere insieme una protologia, una dottrina degli esistenziali e una escatologia - il tentativo di una nuova definizione di metafisica: va al di là delle apparenze (ta meta ta physika) solo lo sguardo che sa indugiare sulla singola cosa - anche la più negletta -, cercando di carpirne la meraviglia del suo apparire, come fosse lÆanalogon dello stesso Inizio. Una tensione analogica presente in ogni capitolo, e che avrebbe meritato una disamina a sé. Quale analogia tra gli enti e l'Inizio? Un'analogia di partecipazione? Con il rischio di far propria una concezione univoca dell'essere, propria della tradizione neoplatonica? Ma tutto lo sforzo di Cacciari, pur con tonalità neoplatoniche, non va nella direzione esattamente opposta, di una giustificazione dei "molti" nella loro singolarità in quanto icone dell'Inizio? In tal senso, si può svelare il significato etico del titolo: ogni cosa è l'ultima, proprio perché - in quanto dono, pura gratuità - è degna d'esistere nella sua contingenza.