La democrazia in Europa

Ralf Dahrendorf,François Furet,Bronislaw Geremek

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Curatore: L. Caracciolo
Editore: Laterza
Collana: Nero su bianco
Anno edizione: 1992
In commercio dal: 26 ottobre 1992
Pagine: 174 p.
  • EAN: 9788842041139

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recensione di Antelli, M., L'Indice 1993, n. 7

Durante una recente seduta del parlamento polacco, l'intervento di Bronislaw Geremek è stato interrotto da avversari politici che ne ricordavano, certo non in senso elogiativo, le origini ebraiche. Lo storico polacco ha visto così confermate le proprie preoccupazioni e le note pessimistiche espresse, insieme con Francois Furet e Ralf Dahrendorf, nel volume "La democrazia in Europa". In questo dialogo a più voci, condotto da Lucio Caracciolo, i tre uomini di cultura espongono le loro valutazioni riguardo al futuro del nostro continente, individuando nel "tribalismo", vale a dire nella tendenza a enfatizzare con atteggiamento fondamentalista le differenze etniche, il pericolo maggiore per la sopravvivenza di un'Europa libera e democratica. Di fronte al riemergere, soprattutto nei paesi dell'Est, delle "tossine nazionaliste" e di tentazioni autoritarie, i tre intellettuali prendono le distanze da letture semplicistiche del "ritorno alla democrazia" nei paesi postcomunisti, auspicando un approfondimento della comunità europea sia attraverso il suo allargamento a Polonia, Ungheria, paesi cechi e Slovacchia, sia attraverso la costituzione - secondo la proposta di Genscher - di un consiglio di sicurezza europeo per intervenire nelle situazioni a rischio.
Più in generale, il problema al centro della discussione è il seguente: quali sono le nuove responsabilità della democrazia in Europa, soprattutto ora che essa, come osserva Caracciolo, "sembra diventare, almeno a parole, lo standard universale", il paradigma unico dopo il crollo del muro di Berlino? Nell'analisi a più voci emerge una comune risposta, pur nella diversità di prospettive e orientamento: i compiti della democrazia, anche in una fase contrassegnata dalla "deflazione delle passioni politiche", restano notevolissimi e urgenti mentre la società borghese deve confermare la propria innegabile, e unica secondo Furet, "capacità di autodenuncia". In particolare occorre ovviare allo scarto, sempre rinascente, tra l'artificio del contratto sociale, tipico delle democrazie moderne, e la naturalità delle forze economiche "che accrescono costantemente il nostro dominio della natura, ma non meno costantemente smentiscono la pretesa di controllare noi stessi".
Anche nell'epoca della democrazia, come "sistema freddo" che assicura, secondo l'insegnamento di Popper, il cambiamento in modo non-violento, spetta alla politica controllare e regolare la società civile, la quale resta pur sempre, in assenza di vincoli e di indirizzi, un "mostro da domare", per usare l'efficace immagine a cui ricorre Geremek, sebbene non da demonizzare come è avvenuto nei paesi comunisti. Risulta così confermata dal libro la problematicità della democrazia in Europa, ma anche - in modo non acritico - la sua capacità di rispondere sia alle sollecitazioni esterne sia ai propri deficit di rappresentanza e operatività; a questo proposito si vedano le osservazioni sull'imposizione fiscale, questione cruciale nel dibattito politico di molti paesi e della quale si ribadisce la centralità per una connotazione solidaristica del contratto sociale. Infine - e non è un aspetto secondario in una fase di ormai consolidato tramonto del mito di un rigoroso 'engagement' - il saggio testimonia la rilevante funzione di quegli intellettuali che non trascurano di riflettere con "impegnato distacco", come suggerisce con felice ossimoro Dahrendorf, sui nodi dell'attuale vicenda storico-politica dell'Europa.
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