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Demoni e streghe - Walter Scott - copertina

Demoni e streghe

Walter Scott

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Traduttore: A. Merlino
Curatore: M. P. Donat Cattin
Editore: Donzelli
Collana: Biblioteca
Anno edizione: 1994
In commercio dal: 1 febbraio 1994
Pagine: XIII-350 p., Rilegato
  • EAN: 9788879891035
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Demoni e streghe

Walter Scott

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SCOTT, WALTER, Demoni e streghe
HOGG, JAMES, Confessioni di un peccatore eletto

recensione di Rognoni, F., L'Indice 1996, n. 5

James Hogg (1770-1835), "il genio autodidatta di Ettrick Forest" - come Walter Scott lo definisce nell'ultima delle dieci lettere che costituiscono il suo raro e affascinante trattato di demonologia (1830), recentemente pubblicato da Donzelli -, fu prolifico autore di poesie, ballate, sermoni, saggi (molti apparsi sull'influente periodico scozzese "Blackwood's Magazine"), racconti e romanzi vari; ma la sua fama novecentesca (anzi, della seconda metà del Novecento, ché prima Hogg era affatto ignorato) è affidata quasi esclusivamente alle "Confessioni di un peccatore eletto" (1824), romanzo goffo ed elegante, morboso e lucidissimo, che folgorò un lettore autorevole come André Gide, il quale poi l'impose come un piccolo classico, un forse inconsapevole miracolo di tecnica narrativa e delirante introspezione psicologica (cui s'aggiunga l'interesse storico-politico, qui mirabilmente elucidato da Enrica Villari).
Ambientata in Scozia nei decenni successivi alla Rivoluzione Gloriosa (1688-89), sullo sfondo del conflitto fra aristocratici realisti e puritani sostenitori del patto nazionale (il cosiddetto Covenant), la storia è quella, abbastanza sfruttata (vedi il magnifico "Signore di Ballantrae" di Robert Louis Stevenson, che forse ne fu influenzato), della rivalità tra due fratelli - George e Robert - d'opposto carattere e incompatibili virtù, che fanno scattare l'odio, la violenza omicida: l'eroe e il suo 'Doppelgänger', insomma, fino all'inevitabile specchio infranto.
Ma qui la simmetria è complicata dall'intervento di un terzo personaggio, Gil-Martin: il diavolo, probabilmente - però anche una proiezione della mente di Robert, distorta dal fanatismo religioso dell'eresia "antinomista", in base alla quale gli "eletti", per quanto male commettessero, non potevano peccare, erano comunque salvi (Gide rimanda suggestivamente a "Johannes Agricola in meditazione", 1836, il gran monologo di Browning recitato dal presunto fondatore della setta).
Anche strutturalmente, il romanzo è più complesso di quanto possa sembrare a prima vista. La vicenda viene raccontata due volte, e le versioni discordano: l'imparzialità della "Cronaca" del narratore, che dipinge George come un martire del più diabolico fanatismo, è fortemente compromessa dalle sue chiare simpatie realiste; mentre le "Memorie e confessioni" di Robert, il "peccatore", finiscono di rendere il loro estensore un personaggio altamente patetico, abitato da un inferno interiore, costretto all'omicidio dalle stesse laceranti pulsioni che lo spingeranno al suicidio. Quando infine, nella conclusione, il narratore riprende la parola per spiegare come sia venuto in possesso delle "Confessioni", la sua credibilità è ulteriormente indebolita dallo stesso Hogg, che appare brevemente nel romanzo solo per rifiutarsi di accompagnarlo nella sua ricerca della tomba di Robert. Come dire: io, James Hogg, mi rifiuto di sottoscrivere - di svolgere - la versione "ufficiale" di una storia in cui superstizione e follia, colpevolezza e innocenza, prevaricazione politica, religiosa e familiare sono unite inestricabilmente.
Un dettaglio non trascurabile: come diversi altri personaggi delle classi più umili (il romanzo è notevole anche per il suo ricchissimo spaccato sociale, dall'aristocrazia al clero ai domestici ai contadini giù giù fino alle prostitute e ai criminali), Hogg parla in dialetto scozzese, in netto contrasto con il compìto inglese del narratore, dei due fratelli e del diabolico Gil-Martin. In un mondo in cui la verità è così relativa - questione di prospettive, pregiudizi - e il razionalismo del "narratore" fallace quasi quanto la superstizione del "peccatore", un qualche pur labile criterio di attendibilità sembrerebbe affidato solo alla spontaneità del linguaggio popolare (peccato che questo vada perduto nell'ottima traduzione: perché se la Pareschi saggiamente non s'è avventurata nelle sabbie mobili di un dialetto "mimato", artificiale, avrebbe forse potuto segnalare in nota i cambi del registro linguistico).

Composte da Walter Scott attorno agli anni trenta del secolo scorso, le lettere su Demonology and Witchcraft scrutano con partecipe disincanto la «veemente passione» che trascina gli uomini e le donne a desiderare - e temere - le apparizioni e le manifestazioni soprannaturali, e li spinge bizzarramente a credere più spesso agli occhi altrui che ai propri.
«In questo libro - annota Emilio Tadini nella sua introduzione - Walter Scott ci dà prova del fascino che ha esercitato su di lui e sulla sua scrittura il mondo fantastico. E, in sostanza, è come se stabilisse un confronto tra sé e se stesso. Fra la propria attitudine a una scrittura analitica e la propria attitudine a una scrittura narrativa. Anche Walter Scott, come tanti romantici, è figlio dell'illuminismo. Ma tanta luce ha finito per abbagliare una generazione. Perché questa è una generazione che ha dovuto conoscere e sperimentare la spietatezza della ragione - e letteralmente: proprio quella assenza di pietas che si dà nella sostanza stessa della pura e semplice ragione strumentale. Forse è per questo che i romantici cercano scampo in quella specie di metafisica paradossalmente incarnata che per loro è l'arte. Prima di tutto, una immaginazione di vita oltre la morte. Comunque e dovunque. Dalla luce smagliante delle metafore filosofiche al buio di qualche salotto con le tende abbassate e spenti tutti i lumi - veri o immaginari che fossero. Dallo Spirito Assoluto, insomma, giù giù fino allo spiritismo...».
Le lettere coprono un arco tematico e temporale assai vasto, spaziando dagli indovini e indemoniati del mondo biblico alle profetesse delle leggende nordiche, dalle potenti divinità rurali alle testimonianze dell'instancabile apparire delle fate, fino agli incroci «moderni» della scienza con il misticismo, della religione con la superstizione. Vediamo così scorrere di fronte a noi quel repertorio di miti, favole e leggende di rara suggestione, che aveva alimentato fin dagli esordi la vena creativa del grande narratore scozzese.

  • Walter Scott Cover

    Poeta e romanziere scozzese.Di antica e nobile famiglia, compì studi da avvocato a Edimburgo e tentò la carriera forense, dedicandosi nello stesso tempo all’attività letteraria.Dopo aver tradotto dal tedesco alcune ballate di Bürger (1796) e di Goethe (1799), si fece notare con la raccolta di Canti giullareschi della frontiera scozzese (The minstrelsy of the scottish border, 1802-03). Il successo ottenuto nel 1805 con il poemetto narrativo "Il lamento dell’ultimo menestrello" (The lay of the last minstrel, 1805) gli permise di diventare socio dei suoi editori e di stabilirsi (1812) nella grande proprietà terriera di Abbotsford, che rimarrà sua dimora fino alla morte. Con "Waverley" (apparso anonimo nel 1814), che inaugura la serie dei... Approfondisci
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