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Alfredo Rocco

Editore: Il Mulino
Anno edizione: 2005
Pagine: 709 p.
  • EAN: 9788815102768
Alfredo Rocco (Napoli, 9 settembre 1875 - Roma, 28 agosto 1935), noto ancor oggi in primo luogo per il codice cui viene associato il suo nome, venne nominato senatore il 1° marzo del 1934, nel pieno della malattia che lo avrebbe condotto, di lì a pochi mesi, alla morte. A Montecitorio e a Palazzo Madama aveva tuttavia presenziato, per oltre dieci anni, sotto molteplici vesti: come deputato, eletto nel 1921 nelle liste romane dei blocchi nazionali e riconfermato, nel 1924, per la XXVII legislatura; come sottosegretario, al Tesoro e poi alle Finanze, dove fu assegnato all'assistenza militare e alle pensioni di guerra (8 marzo - 1° settembre 1923); come presidente della Camera (27 maggio 1924 - 5 gennaio 1925) e come ministro della Giustizia e degli Affari di culto (6 gennaio 1925 - 20 luglio 1932), per attenersi ai più importanti ruoli istituzionali detenuti nel corso di una illustre, e duratura, carriera.
Di tale itinerario, che lo portò ai vertici del regime e nella cerchia dei più stretti collaboratori del duce, i Discorsi parlamentari sono il risultato e uno strumento di conoscenza: contribuendo a colmare, almeno in parte, la lacuna documentaria generata dall'assenza di un archivio e di una biblioteca "Alfredo Rocco", essi rappresentano una rilevante fonte di indagine del fervore legislativo attraverso cui il guardasigilli di Mussolini si impegnò a demolire le istituzioni liberali e a edificare le fondamenta della dittatura, un'occasione di riflessione su quell'"attività riformatrice", orientata - secondo le parole pronunciate dal suo principale ispiratore in un intervento al Senato del 14 dicembre 1925 - "ad adeguare l'ordinamento giuridico italiano alla nuova realtà politica e sociale, atta a creare nelle leggi ciò che già esiste nel costume e nella pratica: lo Stato fascista".
Alla dottrina di uno "stato nuovo" (su cui si veda Emilio Gentile, Il mito dello Stato nuovo dall'antigiolittismo al fascismo , Laterza, 1982), in verità, Rocco cominciò a lavorare ben prima dell'avvento al potere del fascismo, come testimoniano le forme di militanza che affiancarono, sin dagli anni giovanili, i suoi precoci incarichi accademici. L'insegnamento universitario - che ebbe inizio nel 1899 e si concluse, dopo Parma, Urbino, Macerata, Palermo e Padova, alla Sapienza di Roma, ove divenne, nel 1932, rettore - non gli impedì infatti di accostarsi con solerzia al mondo della politica, e di trasformare le simpatie radicali di inizio secolo in quella ricerca di interlocuzioni atte a sconfiggere il giolittismo che lo condusse, nel 1914, ad aderire all'Associazione nazionalista italiana (Ani).
Nelle file del movimento nazionalista, del quale divenne, in brevissimo tempo, il più autorevole teorico, le inclinazioni antiliberali e antiliberiste degli esordi presero quindi a evolvere in una vera e propria concezione statuale, alternativa alla vigente ed esplicitamente connotata in senso autoritario, espansionista e produttivista. Dalle file del nazionalismo partecipò inoltre alle campagne interventiste, guardò con favore agli eventi che sfociarono, nell'ottobre del 1922, nella marcia su Roma, e si fece paladino della fusione con il Partito nazionale fascista (febbraio 1923), la formazione maggiormente idonea a portare al governo un progetto di totale ridefinizione della sovranità cui la crisi dell'immediato dopoguerra sembrava aver fornito un'urgenza inedita e nuova legittimità (si vedano, a questo proposito, Paolo Ungari, Alfredo Rocco e l'ideologia giuridica del fascismo , Morcelliana, 1963 e Rocco D'Alfonso, Costruire lo Stato forte. Politica, diritto, economia in Alfredo Rocco , FrancoAngeli, 2004).
Nei sette anni e mezzo durante i quali fu alla guida della Giustizia fascista, Rocco fu pertanto ben lontano dall'applicare la lettera di un corpus dottrinale estraneo e distante, nei risultati, dalle sue convinzioni politiche; "nessun altro ministro si trovò nelle condizioni di tradurre (o veder tradotte) le proprie vedute, anzi la propria ideologia, nella legislazione e nell'amministrazione, con la puntualità, la determinatezza, la competenza, il successo che egli riscosse", afferma Giuliano Vassalli nel saggio introduttivo al volume ( Passione politica di un uomo di legge ), sottolineando con efficacia la centralità del suo apporto all'opera di costruzione, e stabilizzazione, del regime.
Disegno di "legge contro le società segrete" (novembre 1925), mirante a colpire la massoneria; "legge sui fuoriusciti" (31 gennaio 1926), che decretò la perdita della cittadinanza per quanti si fossero recati all'estero per ragioni di dissenso dal nuovo regime, sancendo, di fatto, l'equiparazione tra "italiani" e "fascisti"; disegno di legge sulla "burocrazia" (dicembre 1925); leggi sulla nuova figura del "Capo del Governo, Primo Ministro segretario di Stato" (24 dicembre 1925), sui poteri legislativi attribuiti all'Esecutivo (31 gennaio 1926) e sul Gran Consiglio del Fascismo (9 dicembre 1928), che diedero l'avvio al sovvertimento dello Statuto albertino; legge sulla "disciplina giuridica dei rapporti collettivi del lavoro" (3 aprile 1926), nucleo dell'ordinamento corporativo; legge 25 novembre 1926, n. 2008, che reintrodusse la pena di morte per i delitti politici e istituì il Tribunale speciale per la difesa dello stato; nuovo testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (novembre 1926), che stabilì il confino di polizia per gli avversari della dittatura; riforma della rappresentanza politica (1928), che si tradusse nell'adozione della "lista unica"; accordi tra l'Italia e la Santa Sede (febbraio 1929); riforma della magistratura (1927-1929); stesura del codice penale e del codice di procedura penale, entrati in vigore nel luglio 1931, per non citare che i provvedimenti di maggior rilievo costituzionale di cui il giurista napoletano si fece promotore fin dai giorni immediatamente successivi alla cerimonia di insediamento al ministero.
Non è possibile, in questa sede, ripercorrere nel dettaglio il testo delle leggi in questione; né le argomentazioni impiegate per difenderle, e prospettarne finalità e contenuti, di fronte ai colleghi deputati e senatori. Vorrei tuttavia avanzare qualche breve considerazione su alcuni aspetti delle modalità discorsive di un insieme di interventi che non si limitarono a illustrare scrupolosamente gli aspetti tecnici della rifondazione legislativa in corso: come lo stesso Rocco ebbe a specificare alla Camera il 21 marzo 1925, "è inevitabile che il Ministro della giustizia, il quale divide tutte le responsabilità del Governo partecipando della sua azione collettiva, che è squisitamente politica, abbia nel suo discorso ad assumere un tono politico".
È sufficiente sfogliare questo volume, pubblicato in collaborazione con l'Archivio storico del Senato, per rendersi conto di come la forma assunta dai discorsi parlamentari del guardasigilli di Mussolini fosse, generalmente, quella del lungo monologo. Una forma particolarmente idonea all'impiego dei toni assertori e propagandistici propri della retorica di regime, ma anche ad ampliare il ragionamento ben oltre il campo di pertinenza delle leggi presentate: "autorità", "nazione", "collettività", "rivoluzione spirituale", sono solo alcune delle categorie mobilitate per ribadire il senso e l'organicità di una concezione statuale di cui i singoli provvedimenti non costituirono che parziali, e successivi, tasselli.
Gli interventi di Rocco si contraddistinguono, in secondo luogo, per un ricorrente e pervasivo uso politico del passato. Utilizzati ora per significare il carattere rivoluzionario del nuovo stato e della nuova legislazione, ora per rivendicarne le origini millenarie e la piena "italianità", i riferimenti ai fasti dell'antica Roma, al Risorgimento e alla Grande guerra - per limitarsi ai periodi maggiormente evocati nelle aule di Montecitorio e di Palazzo Madama - rinviano al funzionamento sincretico dell'ideologia fascista, e all'incessante oscillazione tra continuità e rotture che ne qualificò le relazioni con la storia, e l'identità, della nazione.
Il linguaggio di Alfredo Rocco ci parla, infine, della cultura dell'intellettuale e della preparazione dello studioso di diritto. Tra il riconoscimento delle competenze e la riabilitazione del personaggio, tuttavia, si apre un abisso concettuale: più che per alimentare l'ennesima polemica cosiddetta "revisionista", la lettura dei Discorsi parlamentari mi sembra un'occasione per riflettere sull'itinerario di un illustre giurista che scelse di destinare la propria cultura e le proprie capacità alla teorizzazione e all'edificazione di uno stato autoritario, liberticida, razzista e imperialista: la dittatura fascista.

Maddalena Carli