Categorie

Giovanni Gentili

Editore: Il Mulino
Anno edizione: 2004
Pagine: 377 p. , Brossura
  • EAN: 9788815099501

Confrontarsi con i testi di un autore è sempre salutare. Tanto più se l'autore è un intellettuale controverso come Gentile, oggi al centro di un interesse che spesso non ha rapporto con la sua opera e con la volontà di comprenderla. Il dibattito inesauribile e un po' stucchevole sulla sua morte, non sostanziato da nuovi documenti, continua infatti a essere proiettato al di là del 15 aprile 1944: riguarda non tanto la sua figura, quanto i responsabili della sua uccisione e, più in generale, il giudizio sulla Resistenza e sui comunisti nel tentativo di equipararli, nel migliore dei casi, al fascismo e alla repubblica di Salò. I convegni dedicati a Gentile quest'anno, nel sessantesimo della morte, sono stati ispirati a un intento apologetico, se non nostalgico, che nulla ha a che vedere con lo spessore della sua complessa personalità. Di recente alcuni hanno attenuato o abbandonato anche la tesi "difensiva" del suo liberalismo, che non si sarebbe piegato nemmeno di fronte al fascismo: Daniela Coli, e Sergio Romano nella prefazione alla ristampa della sua biografia (Rizzoli, 2004), sono arrivati infatti a valorizzare la sua fede fascista come ispiratrice del comunismo italiano, con un salto logico e storico che contraddice la stessa polemica anticomunista degli autori di questa curiosa interpretazione.

Ben venga, dunque, questa raccolta dei discorsi parlamentari di Gentile promossa dal Senato, al quale si deve anche la contemporanea ristampa della cronistoria dei suoi ultimi anni pubblicata dal figlio Benedetto nel 1951 e quella, con alcune aggiunte, del carteggio con l'amico Fortunato Pintor che copre gli anni 1895-1944 (ma perché intitolarlo Giovanni Gentile e il Senato, dal momento che le lettere vanno ben oltre l'incarico di bibliotecario del Senato che Pintor ricoprì dal 1904 al 1929?).

Il volume riproduce, con note puntuali di Emilia Campochiaro, gli interventi parlamentari fatti dal 31 ottobre 1922 al 27 giugno 1924 in qualità di ministro della Pubblica istruzione e quelli tenuti come senatore fino al 1930, le relazioni ai disegni di legge, le risposte scritte alle interrogazioni, assieme ai verbali delle commissioni cui Gentile partecipò, e in appendice la lettera con cui, nel 1925, egli presentò a Mussolini la relazione della commissione dei Diciotto sulle riforme costituzionali.

Si tratta di interventi sui temi dell'istruzione e dell'educazione. Anche se alcuni di questi sono più noti agli studiosi perché già utilizzati in indagini su Gentile, la loro rilettura complessiva mette in luce alcune convinzioni e alcune caratteristiche del modo di pensare del loro autore. La questione principale è, ovviamente, quella del rapporto col fascismo. Chi, come Marcello Pera nella presentazione, si mette a contare quante volte il termine ricorre nelle parole di Gentile, può sostenere con qualche ragione - ma non a pieno diritto - che "l'unico" richiamo ad esso in otto anni si ha nel discorso del 12 aprile 1930, il quale, secondo il presidente del Senato, dimostrerebbe "l'isolamento di Gentile rispetto al regime" dopo la sua opposizione al Concordato. Non è proprio così. Da un lato il filosofo è abile nel difendere i Patti lateranensi e nell'affermare, al tempo stesso, che Stato e Chiesa sono "due regimi totalitari" destinati ad autolimitarsi; dall'altro egli dichiara con nettezza che il fascismo è "una dottrina" il cui "maggiore interprete" è il duce, e che "la vera riforma fascista della scuola non è quella che fu compiuta nel 1923 dal Ministero dell'istruzione, ma quell'altra, ben più vasta, che s'iniziò a Roma da tutta la Nazione svegliata da una voce eroica che scaturiva dalle profonde oscure sorgenti dell'anima della stirpe pur mo' uscita da una grande prova di sangue: il 28 ottobre 1922". Ciò comporta per lui la necessità di una fascistizzazione non solo formale? Che non si limiti cioè al possesso della tessera del partito.

Ma la ricerca delle ricorrenze del termine "fascismo" non esaurisce il problema. Il linguaggio di Gentile, com'è noto, è volutamente spirituale e "nazionale". Quando egli afferma che la riforma della scuola elementare "v'infuse la più pura linfa dello spirito fascista, se fascismo è energia e slancio spirituale, è personalità e carattere, spontaneità e disciplina, artistica genialità e senso religioso della vita", con queste parole annulla o esalta la valenza del fascismo? Secondo Pera il suo fascismo rispecchia semplicemente l'auspicio di "una nuova Italia", non meglio definita, mentre in un lungo saggio introduttivo, non funzionale alla comprensione dei testi, Perfetti riprende l'interpretazione astorica di Augusto Del Noce per affermare l'identità tra l'attualismo e un fascismo che mobiliterebbe le masse senza reprimerle.

I discorsi parlamentari, se non isolati da altri testi di Gentile, e dal contesto in cui egli operò come esponente della classe dirigente fascista anche dopo l'abbandono del ministero, ne offrono un'immagine diversa. Il parlamento in cui parla non è il più adatto a mettere perfettamente a fuoco questa immagine, prima perché l'attività di ministro si svolge in regime di pieni poteri e sottrae quindi a una discussione generale la riforma della scuola, poi perché dal 1924-25 Camera e Senato si riducono a gusci vuoti per l'assenza forzata o la debolezza delle opposizioni. E tuttavia le sue convinzioni, assieme alle sue contraddizioni, emergono ugualmente.

Quando il 13 e il 16 marzo 1926 difende la creazione dell'Accademia d'Italia, mentre respinge la preoccupazione di Ettore Ciccotti che essa possa esercitare una "dittatura intellettuale", la presenta come espressione di "una nuova realtà spirituale" che si identifica con la "volontà dell'Italia fascista". E negli interventi, i più numerosi, sulla riforma della scuola del 1923, e sui suoi "ritocchi", egli non si limita a difenderne la necessaria organicità e lo spirito gerarchico cui contribuiscono i "grandi poteri" conferiti ai presidi o l'abolizione della elettività del Consiglio superiore della pubblica istruzione. Il celebre discorso tenuto in Senato il 5 febbraio 1925 si apre con una dichiarazione di fedeltà a Mussolini e al fascismo, che, soli, avevano reso possibile attuare progetti elaborati fin dall'inizio del secolo - dopo che lo stato liberale era "rimasto inerte di fronte al giuoco delle guerriglie dei partiti" -, sostiene che al proletariato è sufficiente una istruzione elementare e "una educazione del cittadino degno d'un popolo consapevole dei suoi doveri nazionali", e nel difendere l'apertura ai cattolici usa argomenti solo apparentemente equanimi: l'incoraggiamento alla scuola privata confessionale dovrebbe stimolare la concorrenza con quella pubblica, migliorandola, ma l'insegnamento della religione cattolica è considerato fondamentale per educare ai valori della tradizione e dell'ordine, oltre che della nazione.

Sembra aver perso terreno la posizione di quanti ritenevano l'adesione di Gentile al fascismo strumentale alla realizzazione della riforma della scuola, e questo argomento non appare negli interventi introduttivi di Pera e di Perfetti. Il discorso, auspice il cosiddetto "revisionismo", slitta verso una diversa interpretazione del fascismo che coinvolge i suoi oppositori, fra cui gli "assassini" del filosofo. Il presidente del Senato, dopo aver definito il liberalismo di Gentile "una variante bastarda di quello classico" e aver sottolineato come il filosofo attualista sia stato maestro di antifascisti, conclude con un'osservazione da lui già fatta in altre occasioni: continuare a definire antifascista, anziché democratica, la Costituzione repubblicana, è un ostacolo alla comprensione del fascismo e dello stesso Gentile, di cui è innegabile il fascismo, il quale si risolse tuttavia nel creare quella "filosofia per l'Italia" che l'avvento della democrazia sciaguratamente ha cancellato.

Si presenta così come il "vero" Gentile quello che egli dichiarò di essere, e si invita il lettore a condividere il suo pensiero. Viene da domandarsi se sia lecito mettere un'etichetta interpretativa a un'edizione di carattere istituzionale, senza lasciare che il lettore si confronti direttamente con i testi.