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Pare che il gruppo inglese guidato dai fratelli Cavanagh si sia imposto il duro lavoro: negli ultimi anni non è stato fermo un attimo e tra live, reinterpretazioni di vecchi pezzi e album in studio, ha consolidato quella propensione evolutiva e stilistica che ha contraddistinto il suo operare. Per chi conosce gli Anathema e li segue dai loro esordi, più o meno come il sottoscritto, di acqua sotto i ponti ne ha vista passare. Gli azzardi non sono mancati, anche perché quando una band determina la chiusura con un passato seppur grandioso, non può prescindere dai rischi che sono sempre dietro l'angolo. Azzardi sono stati lavori come 'Judgement', 'A Fine Day To Exit' e 'Natural Disaster': il primo sbatteva la porta in faccia, in modo definitivo, a un passato che dal Doom Metal li aveva catapultati al Gothic più profondo, decadente, introverso e soffocante (Eternity e Alternative 4, due autentici gioielli del genere); il secondo dava inizio a quell'esperimento che si proponeva di approdare a nuovi lidi e il terzo, a mio avviso il meno riuscito, nonostante spunti interessanti, decretava ufficialmente la nuova fase della band inglese. Dopo la storia è nota: due dischi meravigliosi come 'We're Here...' e il penultimo 'Weather System', sotto la geniale visione di Wilson dei Porcupine Tree, facevano prendere atto che gli Anathema avevano ancora originalità da vendere e ancora tante emozioni da donare. Il salto di qualità si sostanziava nell'unione della loro tipica melodia sognante, romantica e decadente con il prog moderno inglese, quello che ha reso grandi i Porcupine Tree per intenderci. Quest'ultimo 'Distant Satellites', degno successore di 'Weather System' è l'apogeo della loro carriera: un disco compatto e omogeneo rispetto ai precedenti, ma anche più maturo e 'lisergico'. e' difficile trovare parole per descrivere Distant Satellites: bisogna solo ascoltare e abbandonarsi al 'paesaggio emozionale' che hanno sempre saputo creare. Consigliatissimo.
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