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Enrique Vila-Matas

Traduttore: E. Liverani
Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori
Anno edizione: 2010
Pagine: 246 p. , Brossura
  • EAN: 9788807018190
Un'insolita leggerezza e un entusiasmo raro percorrono l'ultimo romanzo di Enrique Vila-Matas (Barcellona, 1948), uno dei maggiori scrittori a vocazione "minoritaria", come gli piace definirsi, acclamato in patria e oggetto di culto in Francia e in America Latina. In Italia, nel 1989, usciva per Sellerio Storia abbreviata della letteratura portatile, primo libro dell'autore a essere tradotto fuori dalla Spagna e riproposto di recente da Feltrinelli nell'"Universale Economica". Da allora l'opera di Vila-Matas ha attirato l'interesse di svariati editori, non solo Feltrinelli, che pubblica le sue opere più importanti (Bartleby e compagnia, 2002; cfr. "L'Indice", 2002, n. 6; Il mal di Montano, 2005; cfr. "L'Indice", 2006, n. 6; Parigi non finisce mai, 2006; cfr. "L'Indice", 2006, n. 9; Dottor Pasavento, 2008), ma anche Voland (L'assassina letterata, 2004; Il viaggio verticale, 2006; Dalla città nervosa, 2008), Nottetempo (Suicidi esemplari, 2004) e Alet (Il viaggiatore più lento, 2007).
Dublinesque rima con burlesque, oltre a ricalcare il titolo di una poesia di Philip Larkin citata a più riprese nel libro. E proprio l'approccio parodico al narrato, che accentua l'ironia impiegata dall'autore in tutti i suoi testi, è uno degli aspetti più godibili di questa nuova scorribanda metaletteraria. Nella quale, a completare la consueta costellazione di personaggi kafkiani, inermi di fronte all'abisso della pagina bianca o decisi a scomparire sulla falsariga di Walser, troviamo un editore fallito alle prese con un tema caro all'universo vilamatasiano: quello della morte della letteratura, anzi, della carta stampata.
Samuel Riba, questo l'eteronimo al centro di Dublinesque, appartiene "alla stirpe sempre più rara degli editori colti, letterari" ed è un personaggio deliziosamente inverosimile, posto che nella realtà nessuno riuscirebbe a sopravvivere per ben trent'anni al mercato con il raffinato catalogo che l'autore crea per Riba sulla scorta dei propri gusti. Ma a un certo punto anche Riba, per le sue scelte poco commerciali, ha dovuto chiudere i battenti e si ritrova in pensione anzitempo, alienato a causa di un approccio romanzesco alla vita che lo trasforma in un hikikomori delle lettere, in dialogo con spettri di scrittori e frammenti delle loro opere. Perché gli spettri in Dublinesque abbondano, pur all'interno di una trama tutto sommato convenzionale, dove il realismo, da sempre stigmatizzato dall'autore, fa capolino per descrivere la quotidianità del personaggio, con una moglie che si sta convertendo al buddismo, amici che vede di rado da quando ha smesso di bere, e i genitori anziani che visita tutti i mercoledì e ai quali non ha rivelato di aver chiuso la casa editrice, dovendo perciò inventarsi impegni mondani inesistenti.
Per contrastare una routine così poco avventurosa e dare un giro di vite al suo fallimento professionale, Riba decide di celebrare un funerale all'era della stampa, surclassata come lui dal passaggio funesto a quella digitale. Il luogo prescelto non può che essere Dublino e il giorno, il 16 giugno, è quello in cui si svolge l'Ulisse di Joyce, noto anche come Bloomsday, per l'omaggio che ogni anno gli ammiratori del grande maestro irlandese rendono al suo capolavoro leggendone frammenti in pubblico. Nella mente di Riba convive in realtà anche la speranza di scovare a Dublino il grande scrittore che ha sempre sognato di pubblicare, il vero talento da scoprire, l'ultimo genio di un'epoca sul viale del tramonto.
Ecco uno dei temi chiave del libro, che indaga le possibilità rimaste alla letteratura in una contemporaneità lacerata, qui contrapposta in modo insanabile a una modernità perduta. Simbolo di tale antitesi è la parabola che porta da Joyce a Beckett e che incarna la "grande letteratura degli ultimi decenni: quella che va dalla ricchezza di un irlandese alla deliberata miseria dell'altro; da Gutenberg a Google, dall'esistenza del sacro (…) all'era buia della scomparsa di Dio". Tale passaggio si concretizza nella celebrazione delle esequie nel cimitero di Glasnevin, lo stesso del celebre episodio dell'Ulisse in cui Leopold Bloom si unisce al corteo funebre che si congeda dal defunto del giorno. È nel corso di questo requiem strampalato che appare infatti lo scrittore anelato da Riba, che peraltro palesa una notevole somiglianza con Beckett e svanisce nella nebbia appena finita la funzione.
Se Dublinesque è un'odissea lungo le orme di Joyce, Riba, e con lui Vila-Matas, sembra cambiare prospettiva sul finale, quando, anziché compiere il "salto inglese" annunciato per tutto il libro (di contro al gusto filofrancese che l'ha sempre contraddistinto), rinuncia a cadere "dall'altra parte" per restare in un altrove dominato da un'"irrealtà meravigliosa", dove è Beckett e non Joyce il riferimento obbligato. Il Beckett che cambiò lingua "per impoverire la sua espressione", ma anche per "vivere sempre nell'ostruito, nel precario, nell'inerte, (…) nell'esiliato, nell'inconsolabile, nel ludico". Nel ludico soprattutto, perché in fin dei conti il funerale sui generis che Riba decide di celebrare altro non è che un'allegoria dell'apocalisse, tanto è vero che, come si ricorda nel libro, Bloomsday rimanda a doomsday, il giorno del giudizio universale.
Una parodia in piena regola, insomma, dove l'ironia serpeggia più sottile che mai e una certa malinconia di fondo è assecondata da un lirismo insolito nei libri di Vila-Matas. E infatti Dublinesque è forse il suo libro più personale, sebbene la narrazione sia condotta in terza persona, novità assoluta rispetto alla sua produzione più recente. Al di là degli evidenti rimandi autobiografici, a colpire è proprio la complessità dell'indagine sull'identità, dove l'io si moltiplica nella ricerca spasmodica di una prima persona smarrita, di un senso dell'esistenza da rintracciare oltre le citazioni libresche che affollano la mente del protagonista, in una "geografia della stranezza" che possa dotare la realtà della leggerezza necessaria a reagire al peso della vita.
Grazie a quella leggerezza e all'entusiasmo cui si accennava all'inizio ("Nulla di importante è stato fatto senza estusiasmo", riecheggia come un mantra la massima di Ralph W. Emerson), Dublinesque è un testo accessibile a qualsiasi lettore curioso, dal quale ci si aspetta solo "il desiderio di comprendere l'altro e di avvicinarsi a un linguaggio diverso da quello delle nostre tirannie quotidiane". Se le premesse sembrerebbero apocalittiche, il libro stesso dimostra che la letteratura di qualità non è affatto defunta, perché Vila-Matas, usando l'espediente del funerale per tradurlo in un inno festivo, celebra la ricomparsa dell'autore e l'abbandono di ogni teoria, per ricordarci l'emozione che si può provare sentendo "il battito d'ali della genialità". Natalia Cancellieri

Recensioni dei clienti

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    gianni

    14/11/2010 09.35.29

    dare dei voti ai libri di Vila Matas ? impresa ardua se non impossibile, semprechè sia giusto dare dei voti a dei libri. Questo è un libro per lettori che cercano vera letteratura, quindi per chi ama i best seller il libro è fortemente sconsigliato, per gli altri imbarcatevi in un'impresa difficile che non vi deludera'.

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    gabril

    19/10/2010 19.34.55

    Un romanzo scritto tutto al presente, un presente intriso di malinconia e flagellato di pioggia, a scandire l'annuncio che l'era di Gutenberg sta morendo, è già morta, e che il grande autore geniale, colui che potrà dire una parola nuova sul mondo, è poco più che un fantasma. Di Joyce, o di Beckett, o di chissà quanti altri che appaiono e dispaiono nella crepa d'interspazio che a tratti connette i vivi con i morti; o che si annunciano suonando i campanelli nella notte e si dileguano poi in un angolo di strada o come vampiri si dissolvono diventando nebbia. Vila-Matas scrive, come sempre, intorno alla letteratura, ne circumnaviga il mistero. Abbonda in citazioni, deborda in ragionamenti astratti e astrusi che sfiorano il paradosso. Non sempre la scrittura tiene. A volte ti lascia andare alla noia d'un cielo plumbeo, all'improvviso poi ti riprende con un colpo di luce ben assestato. Intanto incessantemente piove in una sorta di apocalittica Blade Runner all'europea. Sì, perchè se New York è la città dove la felicità è possibile, Barcellona, Londra, Dublino intonano cantilene funebri, dispiegano memorie sgualcite, recitano poesie di solitudine e di pianto. Se non fosse percorso dai continui fremiti della tipica ironia dell'autore, il racconto rischierebbe di deprimerci o angustiarci. Ci lascia invece nell'aura sospesa di un mistero non risolto, mentre "la pioggia si schianta con forza sempre più delirante sui vetri e anche sull'aria vuota e sulla profonda aria azzurra e su ciò che non è in nessun posto ed è infinito".

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    Gianluca Pusceddu

    22/09/2010 12.06.40

    Regalatomi da mia moglie per il compleanno: dono decisamente gradito. L’editore Samuel Riba di Barcellona è oramai pensionato. O meglio, nel 2008 a 60 anni ha chiuso i battenti, avendo oramai constatato che le sue pubblicazioni d’élite sono inadeguate (ed antieconomiche) nello scenario editoriale attuale, dominato da libri facili di scrittori facili per lettori facili, e sui cui si stende sempre più minacciosa l’ombra degli e-book. Tant’è che ha sviluppato due obiettivi: cercare il grande scrittore purtroppo finora mai trovato e mai pubblicato, e celebrare il funerale della tradizionale editoria cartacea. La soluzione ai suoi crucci potrebbe essere oltremanica. Con una botta di vita che lo smuove dall’abituale apatia (passa le giornate in casa davanti al pc, narcotizzato da ricerche su google) decide di fare il “salto inglese”, ossia un viaggio a Dublino nel giorno del Bloomsday (16 giugno, giorno in cui è ambientato l’Ulysses di James Joyce ed appunto data in cui ciascun anno tale romanzo è commemorato e rivissuto nella capitale irlandese). Il libro di Vila-Matas si divide in 3 parti: prima, durante e dopo l’happening dublinese. Il protagonista si muove fisicamente e mentalmente con humor e tenerezza fra città adatte (Dublino e New York) e città inadeguate (Barcellona e Londra), fra autori viventi (Paul Auter e David Grossman) ed autori trapassati (oltre a James Joyce anche Samuel Beckett, Oscar Wilde ed altri “dubliners”), fra parenti (moglie semi-immolata e genitori vecchi) ed amici (la compagnia di giro dell’editoria ed i membri della spedizione irlandese), fra cinema (David Cronenberg e Dracula) e musica (Tom Waits e Lou Reed). Un percorso che si concretizza anche in tentativi di taglio del cordone ombelicale (dai genitori, dall’editoria, dalla moglie) ed elaborazione delle perdite (dell’attività lavorativa, dei bei libri stampati, del vizio dell’alcol). Un bel libro, con dentro tanta letteratura e tanta cultura. Infischiandosene dell’era digitale, un libro che odora di libri.

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    camilla

    09/09/2010 14.14.32

    Dare un voto a Vila-Matas non ha alcun senso, se mai ha senso dare voti a un grande scrittore,certo è che DUBLINESQUE è uno di quei libri che non verranno messi a posto, fuori di portata. Perchè entrare in Dublinesque è come avere avuto il permesso di entrare in un luogo carico di incommensurabili ricchezze e di queste ricchezze, ora l'una ora l'altra, avrò bisogno per tanto, tanto tempo. Questo grande Vila-Matas non si risparmia e tutta la gamma dei sentimenti umani, quelli difficilmente celebrati ma tanto comuni agli esseri umani, viene narrata e risolta con un'intelligenza assoluta e una assenza assoluta di retorica.Un libro auteticamente geniale, capace di "dare forma a ciò che ne è privo, di dare forma al caos".Certo che l'uomo Vila-Matas avrebbe bisogno, una volta almeno, di cercare dentro le più buie profondità del suo sangue, il duende, di cui ha così ben narrato G.L.Tutto qui.

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