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Salman Rushdie

Traduttore: L. Flabbi
Editore: Mondadori
Anno edizione: 2015
Pagine: 292 p. , Brossura
  • EAN: 9788804654940

Intrappolati nelle Mille e una notte

  L'intento dell'ultimo romanzo di Salman Rushdie è chiaro sin dal titolo: due anni, otto mesi e ventotto notti corrispondono esattamente a mille e una notte. Qui più che mai, dunque, lo scrittore indoinglese si propone di offrire al proprio pubblico una narrazione fantastica, favolistica, anzi, al modo di quelle ammannite per salvarsi la vita dalla tessitrice delle notti, Sherazad, al califfo Sharyar. Si tratta, anche per Rushdie, di tessere storie che si intrecciano, si intersecano, per costruire un romanzo che, proprio in virtù della sua essenza fiabesca, si ponga come "specchio dell'esistenza, in cui tutte le nostre storie contengono le storie degli altri e sono a loro volta contenute in una narrazione più ampia e generale, quella delle famiglie, delle patrie, dei credo". Per Rushdie, questo intreccio di storie che generano storie fino a comporre il fantastico arazzo di un mondo sconvolto da magici bagliori, che pur somiglia inquietantemente al nostro, può realizzarsi solo nella favola. E Due anni, otto mesi e ventotto notti è una grande favola per adulti, la cui struttura ricorda quella delle fiabe all'orientale scritte da Rushdie per i suoi figli, Harun e il mar delle storie e Luka e il fuoco della vita, ma i cui contenuti, dietro la superficie magica dell'intreccio, svelano un universo adulto, e un "tempo fuori sesto", in preda agli strani giochi del "caso congiunto all'allegoria e al surrealismo", in cui solo riescono a salvarsi coloro che "possono arrivare a credere ai miracoli senza arrendersi all'idea di una loro provenienza divina". Più irriverente dei Versi satanici nei confronti della religione, più estremo di Furia nella visione di una New York apocalittica e nella creazione di una distopia fantasy, Due anni, otto mesi e ventotto notti propone una realtà in cui, invece di essere "ammanettati alla storia", come il Saleem Sinai dei Figli della mezzanotte, i protagonisti sono "intrappolati nelle storie". "Le fantasie ci stanno uccidendo, ma se non le avessimo forse adesso saremmo già morti", si legge nel romanzo, e questa osservazione vale per tutti i personaggi che in esso si agitano: quelli che vivono nel passato remoto su cui la storia si apre, l'ultimo decennio del XII secolo in cui si snodano le vicende del filosofo Ibn Rushd (da noi meglio conosciuto come Averroé) e della sua compagna Dunia, creatura fantastica, "ombra donna fatta di fumo senza fuoco"; i protagonisti di un futuro prossimo, a pochi decenni di distanza dal nostro presente, in cui, in seguito a una grande tempesta, si riaprono le fessure che separano dal mondo umano il soprammondo dei jinn (i "geni" delle Mille e una notte), e il fantastico fa irruzione nella vita quotidiana generando assurde e surreali "anomalie"; e, per finire, i personaggi del futuro remoto, i cronachisti del mondo che verrà, i quali, un millennio più tardi, raccontano la storia della Guerra dei Mondi, combattuta nel ventunesimo secolo tra uomini e jinn. Come sempre in Rushdie, le storie si rincorrono, si sovrappongono, nascono l'una dall'altra in un tripudio di invenzioni narrative e sfrenata fantasia: la Guerra dei Mondi è, innanzitutto, lotta tra i jinn che, pur essendo fantastiche creature di fumo, non nutrono interesse per le narrazioni di fantasia e sono anzi ossessionati dalla realtà, e gli umani, che invece raccontano storie a se stessi "per comprendere la propria natura", storie che "diventano ciò che conosciamo, ciò che comprendiamo, e ciò che siamo, o forse dovremmo dire piuttosto ciò che siamo diventati, o che forse potremmo essere". In questo senso, non stupisce che il profilo dello stesso Rushdie traspaia negli eroi di un romanzo dalla natura tanto fiabesca. Entrambi i protagonisti maschili di Due anni, otto mesi e ventotto notti, il filosofo Ibn Rushd e il giardiniere indiano Geronimo, infatti, presentano parecchi tratti in comune con il loro creatore, a cominciare dall'età anagrafica. Questi elementi sono chiaramente esplicitati nel primo caso, poiché è lo stesso scrittore a ricordare nelle interviste che suo padre scelse il cognome Rushdie per la propria famiglia in omaggio al filosofo arabo, progenitore del secolarismo islamico. Definito da Dunia un anti-Sheherazade, perché narrando mette a rischio la propria vita, invece di salvarla, Ibn Rushd, che pagò di persona per l'affermazione delle proprie idee in materia di religione, sembra non solo rimandare al Rushdie autore dei Versi satanici, ma anche porsi pericolosamente come doppio speculare dell'autore di questo ultimo romanzo, che spara a zero contro integralismi e fanatismi di sorta. Tuttavia, è soprattutto Geronimo ad apparire, in maniera fortemente ironica, come un alter ego fantastico del suo autore: ormai anziano, non particolarmente avvenente ma dotato di un fascino tutto suo che sembra attirare soprattutto donne giovani e belle, originario di Bombay e incapace di riconoscersi nella "nuova, e più brutta, Mumbai", Geronimo incarna il prototipo dello "straniero errante" in cui lo stesso Rushdie da sempre si identifica Non a caso, Geronimo lamenta il fatto che "Un tempo essere un po' di tutto era la quintessenza di Bombay (…) oggi non va più di moda (…) siamo diventati emarginati a casa nostra". È facile riconoscere in queste parole la voce del creatore di Saleem Sinai, il "divoratore di storie" di Bombay. Allo stesso modo, senza una forzatura troppo rilevante, si può immaginare che almeno due dei tre desideri che la magica Dunia legge nei sogni di Geronimo siano condivisi dall'autore: l'irrealizzabile anelito della vecchiaia, "fammi ridiventare giovane, restituiscimi la forza di un tempo e la sensazione di avere tutta la vita davanti" e "il sogno dello sradicato: "fammi tornare a sentire l'appartenenza per quel luogo lontano che ho lasciato tanti anni fa, che mi ha dimenticato e nel quale sono ormai uno straniero anche se è lì che ho mosso i primi passi, restituiscimi a quel luogo, fammi attraversare le strade sapendo che mi appartengono, sapendo che la mia storia è parte della loro storia, anche se non è più così, anche se non è stato così per la maggior parte della mia vita, fa' che sia così, lascia che sia così ". Quanto al terzo desiderio (il primo, in realtà, ad apparire alla mente di Geronimo), esso ripropone un'immagine metaforica tanto cara a Rushdie da essere stata usata persino nel titolo di uno dei suoi romanzi: avere la terra sotto i piedi. Afflitto da un'anomalia alquanto peculiare, la lievitazione a mezz'aria, senza possibilità di scendere, Geronimo esprime "in prima battuta il suo desiderio più prevedibile: "Fammi scendere a terra, permettimi di sentire di nuovo il suolo sotto i piedi". E tuttavia, chi ama il fantasista Rushdie e il suo universo di favole per adulti, non può che augurarsi che questo desiderio per lo scrittore non si avveri mai, ovvero che egli non scenda mai con i piedi a terra, che continui a planare sul nostro mondo fuori di sesto per descriverne magicamente i misfatti, raccontando storie di geni e creature fatate. Parafrasando quanto egli stesso ebbe a scrivere molti anni fa a proposito di Italo Calvino: "La ragione per cui Rushdie è uno scrittore così indispensabile è perché ci racconta gioiosamente, maliziosamente, che nel mondo ci sono cose da amare e da odiare; e così pure negli uomini. Non si può immaginare miglior scrittore cui aggrapparsi mentre l'Italia esplode, mentre l'Inghilterra brucia, mentre il mondo finisce".   Silvia Albertazzi