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Se il romanzo riesce ad attirare l'attenzione del sociologo, che si appresta a studiare il fenomeno urbano, - afferma l’antropologo francese Marc Augè, famoso per l’elaborazione del concetto di non luogo, – “è perché vi trova la traccia di un enigma, che continua ad affascinare e al quale la città offre l'ambientazione più confacente. Questo enigma è dato dalla contemporanea presenza di una solitudine inconcepibile e di una società impossibile. Vi è cioè la permanenza di una minaccia destinata a non realizzarsi mai completamente: la solitudine, e di un ideale che non si può mai concretizzare realmente: la società.” Oggi che la realizzazione dell’utopia urbana sembra definitivamente declinarsi nella diffusa affermazione della megalopoli globale, la solitudine rischia di diventare la condizione esistenziale peculiare di un cittadino, ridotto ormai a elemento fungibile di un meccanismo urbano autoreferenziale. La narrativa distopica del ventesimo secolo diventa così per Luca Mencacci la chiave di lettura di una tendenza che minaccia di incrinare in modo irreversibile la fiducia nella governance urbana, come archetipo ideale di democrazia partecipata, consapevole e responsabile. Ma anche lo strumento per un’analisi sociologica, che pone in risalto le condizioni disumanizzanti di un paradigma urbanistico incapace di confrontarsi con le necessità, le attese e i desideri dei suoi abitanti. Ne scaturisce così un’accurata denuncia dei limiti della prospettiva demiurgica, avviata alla fine del diciannovesimo secolo su basi esclusivamente atee e positivistiche e della sua orgogliosa pretesa di realizzare il sogno occidentale della società perfetta. Un viaggio letterario in una città invivibile il cui cantiere è già in costruzione.
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