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Paolo Sortino

Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2011
Pagine: 216 p. , Rilegato
  • EAN: 9788806205911
La cosa da non fare con Elisabeth, notevolissimo romanzo d'esordio di Paolo Sortino, è annetterlo al filone del non fiction novel, e più in generale alla vasta area del neo-neorealismo alla moda: nonostante le apparenze, e comunque lo si giudichi, questo libro va nella direzione opposta, che è quella della visionarietà e, per fortuna, dell'ambiguità. Certo, personaggi e vicende narrate sono autentiche, e fanno capo al celebre caso di Josef Fritzl, padre di famiglia austriaco capace di sequestrare la figlia diciottenne Elisabeth, di imprigionarla per ventiquattro anni nel bunker antiatomico costruito nel sottosuolo della sua villetta, di stuprarla un numero imprecisato di volte, di generare con lei sette figli, fino all'irruzione della polizia, nell'aprile del 2009. Ma intanto questo storia vera non ha nulla diverosimile, e ben poco di spettacolare: è talmente brutale e malata da consegnarsi al lettore senza cedere al glamour del "fatto veramente accaduto" nemmeno un centimetro del suo mistero.
Se per parlare del presente Sortino ha scelto la storia di Elisabeth, lo ha fatto molto visibilmente per gli strati di senso che comprime, e insieme per la sua inossidabile incomprensibilità ("Poi tornava seria e piangeva, perché niente aveva senso"); quindi per la potenziale ricchezza strutturale del disegno, per la sua disponibilità a farsi apologo e mito. Difatti il libro si allontana subito dallo stile piatto del referto, per affidarsi invece al fantastico, nel registro della favola nera assai più che dell'horror o del thriller. Nel romanzo gesti sordidi o selvaggi producono conseguenze irrazionali, che ci abituano molto presto all'idea che in questa storia – vera – le cose accadano come per magia. Dopo le prime violenze, il corpo di Elisabeth "invecchia di mesi ogni ora"; presto arriva a mimetizzarsi con il cemento grezzo del bunker: "lei e la prigione erano fatti della stessa sostanza". Anni dopo il rapimento, l'identificazione tra la ragazza e la cella sarà completa e soprannaturale: "D'inverno poteva persino veder incupire il soffitto a causa del passaggio di nubi, cogliere col palmo della mano l'abbassamento della temperatura esterna a causa della pioggia. Di ogni ombra proiettata contro il giardino avvertiva lo spessore; le sentiva filtrare attraverso la terra fino a lei".
Sono solo pochi esempi, sufficienti però per capire che non ha davvero senso limitare al perimetro della cronaca nera la gittata di un racconto che in definitiva parla non tanto di un crimine, sia pure inaudito, quanto di unmondo, coerente e completo, diverso dal nostro ma in comunicazione con esso. Il mondo in questione è angusto e miserabile, "fango e piscio in un rettilario", ma è anche un riassunto fedele del cosmo, un compendio di storia dell'umanità; diventa inoltre un "eden paradossale", teatro della seduzione e dell'ambivalenza. Mentre il padre carnefice, invecchiando, non può fare a meno di amare la sua vittima ("Se la penetrazione non era più possibile, poteva almeno aspirare a diventare lei"), la vittima stessa, diventando adulta, non può e non vuole sottrarsi alla ricerca di una reciprocità con il padre. Al ruolo di schiava sostituirà quella di padrona occulta; al suicidio o alla fuga la vedremo preferire la reclusione; alla negazione del carnefice opporrà la ricerca una delirante simmetria: la famiglia "di sotto", incestuosa e clandestina, finirà con il duplicare quella legittima "di sopra" nel numero, nel sesso e perfino nell'ordine di nascita dei figli.
L'idea di una descrivere una "famiglia del sottosuolo" come degradazione dell'originale e insieme suo superamento è certo una delle più forti del libro, ma non è l'unica. Già in precedenza, più o meno verso la metà del romanzo, una parte della nostra coscienza aveva parzialmente e miracolosamente dimenticato le torture, lo stupro, l'incesto: un po' perché l'autore ci spinge a curiosare altrove, nella routine del lager; un po' perché ci accorgiamo del ricamo mitologico che si cela sotto un'oscenità così intensa. Poco per volta ci scopriamo a contemplare insieme a Elisabeth la mostruosa, commovente novità di quel che sta nascendo. "Il nostro mondo è più grande di qualsiasi cosa, persino del mare e del sole", afferma uno dei figli di Elisabeth, dopo averla baciata sulle labbra, "come aveva visto fare nei film". Sono i bambini del bunker, nati e cresciuti in cattività, che regalano al lettore le indicazioni più preziose sulla nuova razza, fino a suggerire che la loro esistenza da cavie in qualche modo ci riguarda, che la loro covata allude alla nostra. La cantina in cui vivono è il luogo in cui si mescolano da un lato le forze più arcaiche dell'agire umano (una fallicità lineare e distruttiva, una morbosa, bifida fertilità); dall'altro ipotesi di un futuro in cui segregazione e comfort (la televisione, la piscina) si tengono per mano. Capote o Saviano non c'entrano, c'entrano invece Nabokov e Borges (e Haneke, e il primo Lynch). Sortino ha preso un caso di cronaca e lo ha usato come "schema" – sono parole sue – per creare un doppio immaginario della nostra civiltà; non come essa è, ma piuttosto come si appresta a diventare, una volta conclusa l'incubazione che abbiamo sotto gli occhi. Per sognarla così bene, questa razza nuova, era forse necessario attraversare l'empiria di un fatto autentico, ma insieme prendersi tutta la libertà possibile, scordarsi del "reale", sospendere le regole della democrazia, della civiltà, del tempo (nel bunker vecchie fotografie rimpiazzano gli specchi, i calendari hanno i fogli strappati, l'unica sveglia è ferma alle 19,23 del 27 giungo 1985).
Dal punto di vista stilistico Elisabeth è un libro irregolare, tutt'altro che perfetto: privo di misura, troppo sentenzioso, a tratti scritto male. In un'opera dall'alto tasso metaforico, non tutte le metafore convincono: alcune pagine non vanno, altre in compenso sono straordinarie. Ma si tratta, sia chiaro, di dettagli: di fronte a un libro così potente e ispirato sarebbe perbenistico fare ostruzionismo con il vecchio ritornello del "lavoro sul linguaggio" (o, peggio ancora, con tirate moralistiche sui limiti che la letteratura non dovrebbe oltrepassare). Se si continua a credere nel romanzo come scoperta e profezia, questo è un romanzo vero, non un "esperimento", né una buona azione.
Gianluigi Simonetti

Recensioni dei clienti

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    aglaja

    04/03/2016 20.13.20

    Non ho affatto apprezzato il tono quasi compiaciuto con cui sono raccontate violenze inenarrabili. D'altronde si tratta solo di un'opinione personale, ma questo voyuerismo di maniera proprio non fa per me.

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    Antonio

    19/11/2014 09.27.02

    E che libro ha scritto Paolo Sortino! Riprende una storia vera e ne racconta in forma romanzata, le sfaccettature crude e terribili. Romanzo che ti lascia il segno!

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    claudio

    25/05/2013 21.03.42

    La scelta di questo romanzo non è stata consapevole e la sua lettura integrale quasi un atto autopunitivo nei confronti dell'incauto acquisto. E il giudizio negativo non è dovuto solo alle caratteristiche claustrofobiche del racconto che, attenendosi, almeno da questo punto di vista, alla reale, macabra storia di Elisabeth Fritzl, si svolge interamente all'interno di un bunker sotterraneo. A crearmi un notevole fastidio è stata l'arbitraria, inappropriata e, per quanto si sa della vicenda, quasi offensiva (nei confronti della vittima e dei lettori di buon senso) ricostruzione dei fatti operata da Sortino. Gli atti del processo sul "caso Fritzl", come ammesso in prefazione al testo, sono stati secretati, ma quel po' che ne è uscito, la valutazione effettuata dai giudici in sede processuale e la durezza della condanna inflitta al "mostro" (l'ergastolo), appaiono in evidente contrasto con il senso a tratti vagamente umanitario e, a tratti, perfino sentimentale, attribuito a quest'ultimo. E improponibili - oltreché contrastanti con la realtà nota - appaiono le ultime elucubrazioni mentali effettuate da Sortino: quelle con le quali individua nella vittima di tanta efferatezza - nel corso delle fasi processuali - un sentimento non solo di compassione ma perfino di una sorta di quasi difesa nei confronti del proprio aguzzino. Leggo che trattasi del primo romanzo scritto da questo autore: sullo stile letterario, niente da dire. Per il resto, meglio lasciar perdere.

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    BB

    21/09/2012 11.19.28

    Elizabeth ti si attacca addosso, non ti fa dormire, continua a chiamarti nel mondo che c'è sotto. Bello, senza dubbio, e agghiacciante. La storia vera che fa da sfondo è in realtà più una metafora, per cercare di spiegare come la schiavitù possa diventare una protezione, ed è anche un buon modo, furbo, per essere pubblicato; guarda caso nello stesso periodo è uscito anche 3096 giorni, scritto dall'altra ragazza segregata per anni in una cantina: Si fa fatica a respirare, leggendolo, e non per l'aria viziata del bunker, ma per qualcos'altro che non si riesce a comprendere, e che non si spiega neppure con la follia, che è cosa diversa; in questo libro c'è lucidità e consapevolezza come non ce n'è in molti altri, c'è Giulietta che si trasforma in Lady Macbeth e la foresta che avanza fino a diventare l'unico dei mondi possibili. Vorrei rileggerlo, Sortino, ma con qualcosa che non sia già scritto e raccontato e incomprensibile e affascinante di suo.

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    Margherita Rimi

    28/08/2012 10.43.59

    Libro ambiguo, anche nel linguaggio. Lascia passare, in modo subdolo, il pensiero che l'abuso e la violenza su una bambina è quasi senza colpe dell'adulto.Si colpevolizza, invece, la naturale "seduttività" dei bambini e degli adolescenti. Invece di mettere in evidenza il crimine dell'abusante, che è anche il padre, si parla sin dal risvolto di copertina di «storia di amore e follia», facendo confusione anche sul piano del livello del sentimento tra adulto e bambino. Margherita Rimi

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    Angela

    23/01/2012 16.06.11

    Non mi e'piaciuto proprio per niente. Ho fatto fatica a finirlo !. Prima di questo ho letto Natascha kampusch libro a parere mio che vale la pena di leggere, emotivo, scritto bene scorrevole, non volgare e non affatto pesante, questo libro invece e'stato scritto da una persona che non c'entra assolutamente niente e a parer mio scritto solamente per vendere copie e fare numero, volgare, un elenco di torture, sevizie e violenze sessuali...

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    lucilla faedda

    20/06/2011 16.22.54

    Un esordio che trovo sorprendente, nell'uso del linguaggio, nella resa di una storia non solo incredibile, ma inimmaginabile. Una narrazione straordinaria da diversi punti di vista, in primis la descrizione dell'inumanità e la normalizzazione di una bestialità selvaggia, surreale, disgustosa, morbosa e alla fine inconcepibilmente umana. Che bell'esempio di letteratura. Grazie! VOTO 5/5

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    Christian Valtorta

    15/06/2011 17.58.56

    Strada spianata da una campagna pubblicitaria assordante e dal sottotitolo storia vera, in aggiunta bella truce e televisiva. Scrittura barocca, ridondante, eccessiva. Imperiale in dieci pagine, stancante in 200. Barocco, appunto. Non è il capolavoro che strillano, ma un buon romanzo sì.

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    Lady Libro

    09/06/2011 14.19.47

    E'veramente un bel libro, ben scritto e coinvolgente ma terribilmente angosciante. Forse per il fatto che è una storia vera mi sentivo perfettamente in sintonia in tutti quanti i luoghi e i personaggi, in particolare con Elisabeth che ha combattuto una battaglia più grande di lei, superando ostacoli invisibili a occhio umano e resistendo fino alla fine del suo supplizio (che probabilmente non è ancora finito) grazie anche, in parte, all'arrivo dei figli. Ha dovuto combattere un'intensa e lunga battaglia senza armi, dentro se stessa e dentro quel bunker. Ho molto ammirato il personaggio di Elisabeth, mentre non ho potuto soffrire Rosemarie, la madre di lei: è una persona totalmente fredda, passiva, priva di sentimenti e con l'unico pensiero di fare la gatta morta col vicino di casa. Che dire, poi, di Josef Fritzl, il "mostro di Amstetten"? L'ho semplicemente odiato. Sia per la sua personalità folle e perversa, sia per tutto quello che ha fatto alla sua stessa figlia. Nel complesso, però, è un bel romanzo che merita di essere letto. Ho apprezzato, inoltre, l'idea di Sortino di mischiare la sua fantasia alla realtà. Se fosse stato riportato tutta quanta la vicenda in stile di cronaca, probabilmente il romanzo sarebbe risultato molto più noioso. Se pubblicheranno altri libri di questo autore, credo proprio che li leggerò.

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    Claudio

    05/05/2011 22.55.32

    Libro MA-GNI-FI-CO. Dico solo questo.

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