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Anno edizione: 2015
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paperback 150 9788874525799 Molto buono (Very Good).
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Il grande filosofo francese prende in esame le opere di Beckett leggendole attraverso la categoria dell'esausto, colui che esaurisce tutto il possibile e lo porta a compimento.Si tratta di un'opera consigliata a tutti gli ammiratori del grande scrittore francese, ma anche agli appassionati di Deleuze.
Quattro pièces televisive di Beckett vengono lette da Deleuze con un'attenzione particolare non solo agli interpreti, ma soprattutto allo spazio scenico, ai movimenti, ai silenzi e alle connessioni sonore, alle luci, all'evocazione di immagini, all'estenuazione di ogni possibilità narrativa. Il movimento dei corpi, nel teatro e quindi anche nei lavori televisivi di Beckett, viene depotenzializzato per diventare movimento nel mondo dello spirito:"Non si possono esaurire le gioie, i movimenti e le acrobazie della vita dello spirito se il corpo non resta immobile, raggomitolato, seduto, cupo, esausto". E cosa significa l'esausto, per il filosofo francese? "L'esausto è molto più dello stanco...Lo stanco ha esaurito solo la messa in atto, mentre l'esausto esaurisce tutto il possibile...Solo l'esausto può esaurire il possibile, perché ha rinunciato a qualsiasi bisogno, preferenza, scopo o significato". Personaggi esausti, quelli beckettiani, fisiologicamente sfiniti, disinteressati al reale, decrepiti, abulici, falliti: immobilizzati in posture di attesa, rattrappiti, chini. Seduti. La posizione seduta è quella che meglio definisce l'esausto, incapace di alzarsi o di distendersi, inabilitato a esprimersi. Beckett e Deleuze ("pensatori radicali e profondi artisti, capaci non tanto di dar corpo al pensiero, quanto di dare pensiero al corpo", secondo la prefatrice Ginevra Bompiani) si incontrano qui nella volontà di analizzare l'avvicinarsi della fine, l'esaurimento della potenza, il momento penultimo che precede la morte. Penultimi sono sempre i personaggi beckettiani, penultima è la fase della vita malata di Deleuze al momento di questa scrittura. Nella postfazione di Giorgio Agamben, l'esausto fa dell'inoperosità la cifra del suo vivere, e nello stare seduto esaurisce ogni possibile azione, rifiutando a qualsiasi possibilità di poter essere messa in atto: "nel gesto del vivente, il vivibile non diventa mai vissuto, ma resta vivibile nell'atto stesso di vivere".
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