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Flavio Santi

Editore: Rizzoli
Collana: 24/7
Anno edizione: 2006
Pagine: 273 p. , Brossura
  • EAN: 9788817012621
"Vampirismo. Io voglio pur prendere questa voce dalle Lezioni accademiche, che stamparonsi in Firenze nel 1746. Denota questa un'opinione insorta in alcuni luoghi della Germania, che i vampiri, cioè i morti redivivi, venissero a succiare il cuore de' vivi; la quale ridicolissima opinione produsse un timore incredibile" (G??? Bergantini, 1758). Quindi, quando il Goethe di Flavio Santi durante il suo soggiorno in Sicilia del 1787 viene a contatto con questo fenomeno ("vampirismo si chiama, in termini esatti"), non fa che ritrovare e riportare dall'Italia qualcosa che a noi veniva proprio dalla Germania.
Ma non è questo l'unico rovesciamento operato dal romanzo. Goethe parlava del suo viaggio in Italia – l'Italienische Reise, pubblicato solo nel 1828 – come di una rinascita spirituale ("eine wahre Wiedergeburt"); qui una presunta confessione rovescia il senso di quelle pagine: "Altro che paradiso! L'inferno, l'inferno nero". E le conseguenze vanno molto oltre. Proprio in questi giorni, la quarta di copertina di un coraggioso libro di Franco Buffoni ci offre un'immagine di Goethe come icona antioscurantista ("'più luce, padre, più luce', si tramanda abbia detto Goethe con intento illuministico sul letto di morte al volenteroso sacerdote che voleva salvargli l'anima"). Santi, invece, mette in scena un Goethe che, pochi giorni prima di morire (1832), racconta di essersi perduto negli abissi della più profonda oscurità: dentro l'eterna notte dei Bosconero, appunto. In una onomastica che – come vuole il genere – è molto eloquente, il nome dei Bosconero crea immediatamente un alone di mistero intorno ai due rampolli della casata: Federigo e Adamo. Una coppia ricalcata – più che su quelle archetipiche di Romolo e Remo o Caino e Abele – sulle due metà del visconte dimezzato di Calvino, ma con una distribuzione meno manichea di vizi e virtù.
Il doppio, d'altronde, è la cifra di tutto il racconto; o meglio lo specchio, e dunque la moltiplicazione all'infinito del doppio: "il suo nuovo 'uomo specchio'", "era un dialogo tra due specchi opachi". Il continuo rifrangersi e riflettersi di situazioni e personaggi porta a un certo affollamento, ma "i personaggi di questa storia stanno tutti in un bussolotto, prima o poi tornano"; proprio come l'eco che ritorna a Federigo quando chiama a sé il suo uomo specchio. E quest'eco è il suono che accompagna le passeggiate dei personaggi in letteratissimi boschi narrativi: "passeggiavamo (…) è una zona che conosco poco". Sembra quasi di sentire il Faust esausto che dice: "ho letto tutti i libri". Fin dalle prime pagine, infatti, lo stemma dei Bosconero evoca la selva con cui si apre la Commedia dantesca, poi un lungo inseguimento senza esito trasforma la giovane Nervetta in una sorta di Angelica diabolica e tutto il racconto indulge compiaciuto sui topoi della tradizione gotica.
Il gioco di specchi e di echi ha il preciso scopo di confondere il lettore ("gioco a perdermi") per fargli vivere in prima persona la percezione alterata della realtà propria di Federigo, affetto da amnesia e narcolessia. La narrazione sgretola l'asse temporale ("uccido il tempo"), per calare chi legge nel mezzo dell'eterna notte dei Bosconero ("poteva essere mezzanotte come mezzogiorno"), della sua ossessiva circolarità ("vivo in una specie di eterno presente, sempre nuovo, ed è come se io nascessi e morissi ogni giorno"). Avanti e indietro come uno che s'è perso nel bosco, il movimento oscillante della scrittura divaga tra sentieri appena accennati ("ecco come deviava i discorsi"), inscenando un'affabulazione onirica e ubiqua; contagiosa, come nei racconti delle Mille e una notte: "invece cominciò un lungo racconto".
La vicenda principale si svolge tra "un giorno imprecisato di fine agosto 1785" e il 6 aprile 1787, quando in un'osteria siciliana il servo di Federigo comincia a raccontarla a Goethe. Ma può spingersi indietro fino al 1771, per presentarci un personaggio che affoga nel lago e riemerge due giorni dopo, redivivo: "il tempo del lago è più veloce e due giorni valgono una vita intera". L'intercapedine temporale che separa il racconto dai fatti è uno iato, una cesura, una ferita che nel corso del libro avvicina progressivamente i suoi lembi, fino alla completa sutura. E nel finale si chiude anche il perimetro della cornice ("lascio che inizio e fine si uniscano in una sola cosa"): il brano di diario cominciato da Goethe la sera del 16 marzo 1832 si conclude il giorno dopo alle sei del mattino (tutto è inscritto in una notte: l'eterna notte dei Bosconero). All'esterno di questa cornice, tuttavia, c'è n'è un'altra ancora: quella del ritrovamento del manoscritto ("questo polveroso quadernone"), che è alla base anche della sterilizzazione linguistica del testo ("ci siamo impegnati a fornire una traduzione dal tedesco il più possibile fedele").
Nel risvolto di copertina vengono citati D'Arrigo e Camilleri, ma in realtà gli inserti dialettali sono pochi e a volte un po' forzati ("come fossi stato un bambino, un carusieddo"): altro è il dialetto di Santi, che ha saputo fare del suo friulano uno straordinario strumento espressivo, sia in prosa sia in poesia. Anche le invenzioni linguistiche e gli arcaismi rimangono macchie isolate in una scrittura che sceglie una strada diversa dal mimetismo, tenendosi lontana dall'atmosfera linguistica sette-ottocentesca. E sì che la tradizione gotica avrebbe potuto fare da modello anche per questo aspetto (come succede in Di bestia in bestia di Michele Mari) e il falso diario – Goethe conosceva bene l'italiano – suggerire addirittura la via del falso linguistico (come in Io venìa pien d'angoscia a rimirarti, dello stesso Mari).
Invece, dopo il folgorante esordio del Diario di bordo della rosa (peQuod, 1999; cfr. "L'Indice", 2000, n. 7), Santi decide di spostare il delirio dall'espressione alla percezione, dal come al cosa, sfruttando solo in parte il suo notevole potenziale stilistico. Forse, la macabra testa ritrovata con la lingua mozza a un certo punto del racconto è anche un modo per denunciare il fatto che oggi uno scrittore vero, per entrare alla corte di un grande editore, può vedersi costretto a vendere l'anima al diavolo.
  Giuseppe Antonelli